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Revisione assegno di divorzio in caso di lavoro part-time

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Pubblicato da : Dott.ssa Federica Malagesi

Data: 08/11/2006

Con la sentenza n. 5378/06 la Corte di Cassazione si è nuovamente pronunciata sul tema dell'adeguamento dell'assegno di divorzio, in ragione del verificarsi di circostanze che alterino l'equilibrio raggiunto dalle parti al momento della cessazione degli effetti civili o successivamente alla stessa.

A seguito della riforma intervenuta con la L. 74/1987 l'assegno di divorzio ha assunto natura eminentemente assistenziale, essendo la sua assegnazione subordinata alla circostanza che il coniuge non abbia mezzi adeguati nè possa procurarseli per motivi oggettivi.

Ci si chiede, ovviamente, cosa si intenda, sul piano pratico, per “ mezzi adeguati ”, ed in particolare “adeguati rispetto a cosa”.

Sul punto la giurisprudenza è, non senza oscillazioni, orientata nel ritenere che la inadeguatezza dei mezzi vada valutata in ragione del tenore di vita che il coniuge beneficiario aveva in costanza di matrimonio.

Ne consegue che il diritto alla percezione di questa forma di mantenimento trova, qui, fondamento nella disparità delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi; il coniuge, rectius ex, che non sia in grado con i propri mezzi di garantirsi lo stesso tenore di vita di cui godeva in costanza di matrimonio, ha diritto a raggiungerlo tramite l' apporto proveniente dall'ex consorte.

Le condizioni economiche che giustificano tale regime possono mutare e possono, pertanto, giustificare la revisione se non addirittura la revoca dell'assegno stesso.

I provvedimenti giudiziali attributivi dell'assegno divorzile sono, difatti, adottati rebus sic stantibus, e pertanto possono essere modificati in ogni momennto, purchè, ovviamente, intervenga una variazione della situazione di fatto posta a fondamento della decisone.

Tali mutamenti, che incidono sulle condizioni economiche degli ex coniugi, giustificano la revisione o la revoca dell'assegno, anche nel caso in cui conseguano ad una libera scelta del coniuge obbligato.

La sentenza in esame, infatti, accoglie e fa proprio l'orientamento giurisprudenziale che attribuisce e riconosce importanza primaria ai diritti fondamentali della persona, con la conseguenza che le libere scelte di vita e di lavoro assunte dal coniuge obbligato devono poter essere valutate in sede di procedimento giudiziale.

Ne deriva, pertanto, che l'obbligo a carico dell'ex coniuge di corrispondere l'assegno divorzile, non può costituire una limitazione né tantomeno un impedimento all'assunzione di determinate scelte lavorative o esistenziali.

La Corte di Cassazione censura la decisione impugnata nella parte in cui sostiene l'illegittimità della scelta dell'obbligato di ridurre la propria attività lavorativa, sull'assunto che, in tal modo, erano stati lesi " i diritti consolidati di terzi".

La Corte pone, invece, l'accento sul diritto fondamentale della libertà, che si esplica anche nella scelta di disporre liberamente delle proprie energie fisiche e psichiche e che, in alcun modo, può essere mortifcato o soppresso dall'obbligo di pagamento di un assegno post-matrimoniale.

Nè tantomeno, precisa il Collegio, è concesso al giudice di merito un sindacato sulle ragioni che hanno indotto il coniuge ad intraprendere un certo tipo di scelta lavorativa.

Al contrario, un sindacato è possibile, ed anzi è doveroso, quando sia il coniuge beneficiario a compiere scelte lavorative discutibilmente svantaggiose sul piano economico.

Si ricordi, infatti, che l'assegno divorzile ha natura assistenziale, nel senso che svolge, la funzione di consentire all'ex coniuge di continuare a godere del tenore di vita che aveva in costanza di matrimonio, qualora non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli.

Questo, però, non significa, statuisce la Corte , che " si può pretendere un contributo assistenziale da altri, quando si ha la possibilità di conseguire il tenore di vita de quo con le proprie fonti ".


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