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SENTENZA
Non è nulla la sentenza scritta a mano ed illegibile.

Pubblicata da: Prof. Avv. Luigi Viola


Corte di cassazione penale Roma
sentenza 9210/05 del 26/01/2005

CASSAZIONE PENALE, Sezione VI, Sentenza n. 9210 del 26/01/2005



IN NOME DEL POPOLO ITALIANO



Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROMANO Francesco - Presidente

Dott. DOGLIOTTI Massimo - Consigliere

Dott. MILO Nicola - Consigliere

Dott. ROTUNDO Vincenzo - Consigliere

Dott. ROSSI Agnello - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A. F.;

avverso la sentenza in data 14.2.2003 della Corte di appello di Roma;

Visti gli atti, la sentenza denunziata ed il ricorso;

Udita in Pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere Dott. Agnello Rossi;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Salzano Francesco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.



Svolgimento del processo e motivi della decisione



1. A.F. ricorre per Cassazione avverso la sentenza in data 14.2.2003 della Corte di appello di Roma che ha confermato la sentenza del GIP presso il Tribunale di Velletri che lo aveva condannato alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione per il delitto di cui all'art. 372 c.p..

2. Con il primo motivo di ricorso si chiede che la sentenza impugnata sia annullata in quanto sostanzialmente priva di motivazione per illeggibilita’ del testo manoscritto.

3. Con il secondo motivo di ricorso - che si assume essere stato articolato nei limiti in cui θ stato possibile decifrare in alcuni suoi passi il testo della decisione - si deduce la violazione dell'art. 372 c.p. e dell'art. 606 lett. e) c.p.p. per omessa ed illogica motivazione, travisamento del fatto ed omessa applicazione dell'art. 129 c.p.p..

La difesa del ricorrente sostiene in particolare che il F. non ha mai negato nel processo a carico di Aristeo Di Pietro di aver acquistato dall'imputato sostanza stupefacente ma si θ limitato a riferire di "non ricordare" essendo passato moltissimo tempo.

Dal canto suo il pubblico Ministero - non facendo alcun ricorso all'istituto delle contestazioni nell'esame testimoniale - non ha consentito al teste di far rivivere il proprio ricordo e non ha permesso di comprendere se nella deposizione fossero obiettivamente ravvisabili gli estremi della falsa testimonianza.

4. Con il terzo motivo di ricorso ci duole della violazione dell'art. 606 lett. b) ed e) c.p.p., in relazione all'art. 384 c.p. sul rilievo che il F. non poteva e non doveva essere sentito in qualita’ di testimone.

Premesso che il ricorrente θ stato ritenuto responsabile del reato di falsa testimonianza in ragione delle difformita’ tra le dichiarazioni spontanee rese ai Carabinieri il 10.3.1990 sull'acquisto di sostanza stupefacente e la deposizione all'udienza del 28.6.1994 nel processo a carico del Di Pietro (conclusosi con una pronuncia di assoluzione di quest'ultimo), la difesa afferma che il F., "noto tossicodipendente inserito anch'esso nel circuito dei piccoli spacciatori"si θ venuto a trovare in una situazione di rischio " rispetto alla quale non aveva altra scelta se non quella di autoaccusarsi o di accusare " altri e che pertanto ricorrono nei suoi confronti gli elementi costitutivi della scriminante di cui all'art. 384 c.p..

5. Con l'ultimo motivo si deduce la violazione dell'art. 133 c.p. e dell'art. 606 lett. e) c.p.p. per omessa ed illogica motivazione in relazione alla mancata concessione delle attenuanti generiche ex art. 62 bis c.p..

Il diniego delle attenuanti θ stato motivato con formule di stile e con l'affermazione della "gravita’ del fatto e delle sue modalita’" non corrispondente alla realta’ di una vicenda modesta conclusasi con l'assoluzione del soggetto imputato di spaccio per la mancanza di effetto drogante della sostanza ceduta.

DIRITTO 1. E'infondato il primo motivo di ricorso con il quale si chiede che la sentenza impugnata sia annullata in quanto sostanzialmente priva di motivazione per illeggibilita’ del testo manoscritto. In premessa va rilevato che:

a) il ricorrente - pur sostenendo che il testo manoscritto della sentenza impugnata θ illeggibile - ha poi proposto un ampio ricorso dal quale si desume che vi θ stata, da parte sua, la lettura e la comprensione del testo manoscritto;

b) il collegio, dal canto suo, non ha incontrato difficolta’ nella lettura e nella comprensione della scrittura, minuta ma non certamente illeggibile, dell'estensore della decisione impugnata nθ si θ imbattuto in passaggi grafici fonte di oscurita’ o bisognosi di particolare decifrazione. Comunque, al di la’ di questi rilievi di fatto, il collegio ritiene di dover ribadire l'orientamento secondo cui l'illeggibilita’ della sentenza, scritta a mano dall'estensore, non determina nullita’ in quanto la parte interessata puς richiedere in cancelleria copia conforme dattiloscritta, redatta, se del caso, con il doveroso ed attivo ausilio dell'estensore e/o del presidente del collegio. Orientamento, questo, che non si risolve in pregiudizio per la parte in quanto, ove si tratti di manoscritto effettivamente ed assolutamente inintelligibile, il termine per impugnare decorre dalla data di rilascio della copia (Cass. 6^, sent. 18.1.2001, n. 4041).

Ed θ appena il caso di aggiungere che la richiesta di una copia conforme dattiloscritta del provvedimento scritto a mano che risulti di impossibile o incerta lettura puς ben essere autonomamente avanzata anche dal giudice investito dell'impugnazione che ritenga di trovarsi di fronte ad un testo illeggibile o comunque di incerta decifrazione.

Ne consegue che tanto i soggetti interessati quanto il giudice investito del compito di decidere sono pienamente in grado di superare l'impasse costituito dalla illegibilita’ del provvedimento o da gravi difficolta’ di lettura che generano gravi incertezze nella comprensione del provvedimento stesso, senza che vi sia bisogno di ricorrere alla declaratoria di nullita’.

Ed θ appunto sulla base di un siffatto ragionamento che questa Corte ha gia’ ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimita’ costituzionale dell'art. 546 c.p.p. prospettata con riferimento agli artt. 24 e 97 Cost. in ordine alla mancata previsione dell'illeggibilita’ della sentenza quale causa di nullita’ (Cass., 4^, sent 21.3.2001 n. 21142).

2. Del pari infondato θ il secondo motivo di ricorso con il quale si deduce la violazione dell'art. 372 c.p. e dell'art. 606 lett. e) c.p.p. per omessa ed illogica motivazione, travisamento del fatto ed omessa applicazione dell'art. 129 c.p.p..

Il collegio ricorda che la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente analizzato e descritto le coordinate ed i limiti entro cui deve svolgersi il controllo sulla motivazione dei provvedimenti giudiziari (cfr. al riguardo, tra le sole pronunce delle Sezioni Unite, Cass. Sez. Un. sent. n. 12 del 23.6.2000; Cass. Sez. Un. sent. n. 6402 del 2.7.1997; Cass. Sez. Un. sent. n. 930 del 29.1.1996).

In particolare θ stato piω volte chiarito che il sindacato del giudice di legittimita’ sul discorso giustificativo del provvedimento impugnato θ - per espressa disposizione legislativa - rigorosamente circoscritto a verificare che la pronuncia sia sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell'applicazione delle regole della logica, non fondate su dati contrastanti con il "senso della realta’" degli appartenenti alla collettivita’ ed infine esenti da vistose ed insormontabili incongruenze tra di loro.

In altri termini - in aderenza alla previsione normativa che attribuisce rilievo solo al vizio della motivazione che risulti "dal testo del provvedimento impugnato" - il controllo di legittimita’ si appunta esclusivamente sulla coerenza strutturale "interna" della decisione, di cui saggia la oggettiva "tenuta" sotto il profilo logico-argomentativo e, tramite questo controllo, anche l'accettabilita’ da parte di un pubblico composto da lettori razionali del provvedimento e da osservatori disinteressati della vicenda processuale.

Al giudice di legittimita’ θ invece preclusa - in sede di controllo sulla motivazione - la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perchθ ritenuti maggiormente e plausibili o dotati di una migliore capacita’ esplicativa).

Queste operazioni trasformerebbero infatti la Corte nell'ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispetti sempre uno standard minimo di intrinseca razionalita’ e di capacita’ di rappresentare e spiegare l'iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione.

Esaminato sulla base di queste coordinate il motivo di ricorso θ inammissibile nella parte in cui deduce un travisamento del fatto non deducibile in sede di giudizio di legittimita’.

Il motivo di ricorso θ poi manifestamente infondato nella parte in cui afferma che il Pubblico Ministero - non facendo alcun ricorso all'istituto delle contestazioni nell'esame testimoniale - non ha consentito al teste di far rivivere il proprio ricordo e non ha permesso di comprendere se nella deposizione fossero obiettivamente ravvisabili gli estremi della falsa testimonianza.

Sul punto va ribadito che - a fronte di un atteggiamento di "totale" reticenza in dibattimento dell'acquirente della sostanza stupefacente che in sede di indagini aveva dichiarato di aver acquistato la droga ed indicato il nome del suo fornitore - l'effettuazione di contestazioni da parte del Pubblico Ministero di udienza resta una scelta rimessa alla sua discrezionalita’ e non costituisce - contrariamente a quanto sostiene il ricorrente - una sorta di presupposto necessario per la configurabilita’ del reato di falsa testimonianza.

3. Passando ad esaminare il terzo motivo di ricorso nel quale si sostiene che ricorrono nei confronti del F. gli elementi costitutivi della scriminante di cui all'art. 384 c.p., il collegio ha presente la giurisprudenza questa Corte secondo cui - ai fini dell'applicazione dell'esimente di cui all'art. 384 c.p. per il delitto di falsa testimonianza - l'ammissione dell'acquisto di stupefacente θ configurabile quale grave nocumento nell'onore nonchθ come fonte di possibili sanzioni amministrative.

Con riferimento alla fattispecie in esame, va perς rilevato che il soggetto che nella fase delle indagini abbia reso dichiarazioni sull'acquisto di sostanza stupefacente per il suo consumo personale ed abbia descritto le modalita’ dell'acquisto ed indicato il nome del fornitore ha comunque gia’ disposto dei beni tutelati dall'art. 384 c.p. rivelando fatti e circostanze destinati a produrre conseguenze sul piano amministrativo e ad essere resi pubblici e conosciuti quanto meno nel corso del procedimento penale a carico del fornitore della droga.

Con la conseguenza che egli non puς validamente invocare la causa di non punibilita’ per la deposizione falsa o reticente resa nel dibattimento svolto a carico della persona da lui stesso indicata nella fase delle indagini come il fornitore della droga.

4. In ordine all'ultima doglianza che riguarda le attenuanti generiche occorre in particolare ricordare che il riconoscimento di tali attenuanti risponde ad una facolta’ discrezionale del giudice, il cui esercizio - positivo o negativo che sia - deve essere sμ motivato ma nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l'adeguamento della pena concreta alla gravita’ effettiva del reato ed alla personalita’ del reo.

Il giudice del merito non θ perciς tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o ricavabili dagli atti del procedimento nθ a prendere in considerazione tutti i criteri indicati nell'art. 133 c.p. ma puς assolvere al suo obbligo di motivazione limitandosi ad indicare anche in forma estremamente sintetica - come θ avvenuto nel caso in esame attraverso il richiamo ai numerosi precedenti penali - le ragioni che l'hanno indotto al rigetto della richiesta. Il ricorso va pertanto respinto ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.



Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Cosμ deciso in Roma, il 26 gennaio 2005.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2005











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