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SENTENZA
MISURE CAUTELARI PERSONALI - CONTESTAZIONI A CATENA - TERMINI - RETRODATAZIONE - DISCIPLINA (ART. 297.3 C.P.P.)

Pubblicata da: Prof. Avv. Luigi Viola


Corte di cassazione penale
sentenza 21957/05 del 10/06/2005


Nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, commessi anteriormente all’emissione della prima ordinanza, legati da concorso formale, da continuazione o da connessione teleologica, la retrodatazione della decorrenza dei termini delle misure disposte con le ordinanze successive, prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p., opera indipendentemente dalla possibilità, al momento dell’emissione della prima ordinanza, di desumere dagli atti l’esistenza dei fatti oggetto delle ordinanze successive, e, a maggior ragione, indipendentemente dalla possibilità di desumere dagli atti l’esistenza degli elementi idonei a giustificare le relative misure.

Quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi in relazione ai quali esiste una connessione qualificata, opera la retrodatazione prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p. anche rispetto ai fatti oggetto di un “diverso” procedimento, se questi erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto o i fatti oggetto della prima ordinanza.

Rimane peraltro fermo il principio tradizionale che, nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, tra i quali non sussiste la connessione qualificata prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p., i termini delle misure disposte con le ordinanze successive decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima, se al momento dell’emissione di questa erano già desumibili dagli atti gli elementi che hanno giustificato le ordinanze successive, quando cioè, nei casi non espressamente previsti dalla suddetta disposizione, pure si accerti che a disposizione dell’autorità giudiziaria, al momento dell’emissione del primo provvedimento, erano idonei indizi di colpevolezza; massima a cura dell'ufficio del massimario presso la Corte di Cassazione).


Testo Completo: Sentenza n. 21957 del 22 marzo 2005 - depositata il 10 giugno 2005

(Sezioni Unite Penali, Presidente N. Marvulli, Relatore G. Lattanzi)

RITENUTO IN FATTO

1. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino e Alyaksandr RAHULIA hanno proposto ricorso per cassazione contro l’ordinanza del 18 maggio 2004 con la quale il Tribunale di Torino, decidendo sull’appello proposto, oltre che da RAHULIA, da Oleh BONDAREV, Rostilav HANUSIAK e Olexsandr Vladimirich MAYAR, ha dichiarato per alcune imputazioni cessata a norma dell’art. 297, comma 3, c.p.p. l’efficacia della misura cautelare disposta nei confronti degli appellanti.

Nei confronti di RAHULIA, BONDAREV, HANUSYAK e MAYAR il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino aveva emesso il 27 marzo 2003 una prima ordinanza di custodia cautelare in carcere (eseguita il 4 aprile per il primo ed il 5 aprile 2003 per gli altri), per i reati di associazione di tipo mafioso e di estorsione in danno di vari autotrasportatori ucraini.

Successivamente, il 13 giugno 2003, il g.i.p. aveva emesso nei confronti degli stessi indagati un’altra ordinanza cautelare per altre estorsioni.

Con ordinanze del 7 e 21 aprile 2004, il g.i.p. aveva rigettato le richieste degli indagati dirette a far dichiarare cessata a norma dell’art. 297 comma 3 c.p.p. l’efficacia della custodia cautelare in carcere disposta nei loro confronti il 13 giugno 2003. Secondo il giudice la retrodatazione della decorrenza della custodia cautelare non poteva operare perché gli episodi estorsivi oggetto della seconda ordinanza cautelare non erano desumibili dagli atti quando era stata emessa la prima ordinanza. Inoltre, relativamente alla posizione di MAYAR, nei cui confronti con la prima ordinanza era stata disposta la misura cautelare solo per la partecipazione all’associazione, aveva rilevato che rispetto alle estorsioni considerate nella seconda ordinanza mancava il requisito della connessione qualificata.

RAHULIA, BONDAREV, HANUSYAK e MAYAR avevano proposto appello sostenendo che i fatti oggetto della seconda ordinanza erano desumibili dagli atti al momento dall’emissione della prima e, relativamente alla posizione, di MAYAR, che i reati-fine erano stati progettati fin dal momento della costituzione del sodalizio criminoso.

2. Il Tribunale di Torino, con il provvedimento impugnato, ha accolto parzialmente l’appello e rispetto ai reati oggetto dei capi 5) (contestato a RAHULIA, MAYAR e BONDAREV), 6) (contestato a RAHULIA E MAYAR), 7) (contestato a RAHULIA) e 8) (contestato a RAHULIA e HANUSYAK) ha dichiarato cessata dal 4 aprile 2003 l’efficacia della misura cautelare. Rispetto ai restanti capi di imputazione il tribunale ha confermato le ordinanze impugnate, rilevando che non ricorrevano le condizioni per l’applicazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. perché le estorsioni erano state commesse fino all’aprile 2003, e comunque dopo l’esecuzione della prima misura cautelare.

Il tribunale ha ricordato che nella giurisprudenza di legittimità esisteva un contrasto sulle condizioni richieste per la retrodatazione e ha dichiarato voler seguire le indicazioni date dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 89 del 1996 e ribadite con l’ordinanza n. 244 del 2003, nel senso che, quando tra i fatti oggetto dei diversi provvedimenti cautelari esiste la connessione prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p. «opera una presunzione legale tipica di contestualità della acquisizione processuale» degli elementi che giustificano tali provvedimenti e si produce quindi l’effetto della retrodatazione, anche se in realtà – come era accaduto nel caso di specie – al momento dell’emissione del primo provvedimento non risultavano dagli atti gli elementi che avevano poi giustificato il secondo.

3. Il pubblico ministero ricorrente ha sostenuto che il tribunale ha applicato in modo errato l’art. 297, comma 3, c.p.p. perché la regola secondo cui, nel caso di più ordinanze cautelari, i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima non può trovare applicazione se al momento della sua emissione non risultavano dagli atti gli elementi necessari per giustificare la seconda.

A sostegno della propria tesi il ricorrente ha richiamato la sentenza delle Sezioni unite, 25 giugno 1997, Atene, nella quale, tra l’altro, si legge che «il divieto della cosiddetta contestazione a catena di cui al comma 3 dell'art. 297 c.p.p. trova applicazione in tutte le situazioni cautelari riferibili allo stesso fatto o a fatti diversi tra cui sussista connessione» qualificata, «a condizione che siano desumibili dagli atti, entro i limiti temporali rispettivamente previsti dal primo e dal secondo periodo del citato art. 297 comma 3 c.p.p., per le diverse situazioni in essi previste, tutti gli elementi apprezzabili come presupposti per l'emissione delle successive ordinanze cautelari i cui effetti sono da retrodatare, non essendo sufficiente, ai fini della sua operatività, la mera notizia del fatto-reato». Il ricorrente ha aggiunto che l’orientamento delle Sezioni unite «appare ormai assolutamente consolidato, tanto da essere costantemente ribadito in più pronunce (Sez. IV, 29 maggio 2003, Gullà; Sez. V, 24 gennaio 2003, Termini; Sez. VI, 17 dicembre 2002, Araldi)» e si è sviluppato in coerenza con le indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale n. 89 del 1996, richiamata dal tribunale.

RAHULIA, per contro, ha sostenuto nel ricorso che la custodia cautelare aveva perso efficacia anche per i restanti episodi estorsivi, indicati nei capi 2), 3) 4) e 9) dell’ordinanza del 13 giugno 2003.

Il ricorrente ha ricordato che gli episodi estorsivi commessi dopo il suo arresto, gli erano stati contestati non in veste di autore materiale, ma in conseguenza del “ruolo di attivissimo capo dell’associazione”, e ha sostenuto che, essendo egli detenuto, tali episodi non potevano essergli addebitati e comunque non potevano essergli addebitati come fatti successivi alla data del suo arresto. RAHULIA inoltre ha dedotto che ai fini dell’art. 297 comma 3 c.p.p. va comunque operata una retrodatazione «al momento in cui vengono acquisiti elementi di prova a carico, sufficienti a una nuova emissione del nuovo titolo custodiale» e che «nel caso in esame tale momento era certamente quello dell’avvenuta trasmissione al p.m. delle annotazioni di servizio che racchiudono la raccolta delle denunce effettuate il 6 aprile 2004, e cioè il 12 maggio 2004». Infine, ha rilevato che l’ordinanza impugnata non aveva «in alcun modo motivato la reiezione del motivo di appello, specificamente indicato dalla difesa, in cui veniva evidenziato che stante l’attribuzione delle estorsioni al RAHULIA “a fronte del ruolo di attivissimo capo dell’associazione” e non per aver partecipato materialmente ai fatti, questi dovevano farsi risalire al periodo di contestazione del reato di cui all’art. 416 bis c.p., in qualunque data fossero stati commessi».

4. La seconda sezione di questa Corte ha rimesso i ricorsi alle Sezioni unite a norma dell’art 618 c.p.p. rilevando che essi ripropongono «la vexata quaestio della norma di cui all’art. 297, comma 3, c.p.p., ispirata alla ratio di impedire le contestazioni a catena con il prolungamento artificioso dei termini di custodia cautelare: la cui tormentata interpretazione ha trovato, nel tempo, plurime risposte divergenti nella giurisprudenza di questa Corte».

Come ricorda la seconda sezione, secondo un primo indirizzo (Sez. II, 21 novembre 2002, n. 42847, Piacenti, rv. 223022; Sez. VI, 13 maggio 1999, n. 1764, Rosmini, rv. 214743; Sez. III, 9 dicembre 1998, n. 3381, Paggiarin, rv. 212824), la retrodatazione ex art. 297, comma 3, c.p.p. nella fase delle indagini preliminari è automatica e prescinde pertanto dalla desumibilità dagli atti, in presenza dello stesso fatto o di fatti connessi in continuazione o in concorso formale o collegati dal fine teleologico, per effetto di una presunzione legale tipica iuris et de iure di contestualità dell’acquisizione processuale (con il solo limite temporale della anteriorità dei fatti rispetto alla prima misura cautelare).

Un secondo indirizzo invece ritiene imprescindibile per la retrodatazione la desumibilità dagli atti alla data dell’emissione della prima misura cautelare, «non essendo ipotizzabile l’anomalia procedurale del prolungamento artificioso dei termini ove il fatto-reato connesso non sia stato neppure conoscibile» a quella data (Sez. fer., 25 luglio 2003, n. 34557, Falsone, rv. 228395; Sez. VI, 8 maggio 2003, n. 23834, Gullà, rv. 226015; Sez. V, 19 dicembre 2002, n. 3632, Termini, rv. 224283; Sez. VI, 19 novembre 2002, n. 42271, Araldi, rv. 222951; Sez. I, 15 marzo 2002, n. 31287, Torcasio, rv. 222293). Questo indirizzo – ha sottolineato la sezione rimettente – ha preso le mosse da un obiter dictum, contenuto nella citata sentenza delle Sezioni unite, 25 giugno 1997, Atene, dato che, chiamate a dirimere il contrasto interpretativo formatosi sul diverso problema dell’applicabilità del divieto della contestazione a catena nell’ipotesi di ordinanze cautelari emesse in procedimenti diversi, le Sezioni unite hanno, tra l’altro, ritenuto che «la desumibilità dagli atti, espressamente richiamata nel secondo periodo del comma 3, vada a costituire criterio applicativo dell’intera previsione del comma 3 dell’art. 297, ad essa conferendo razionalità e certezza, e nel contempo costituisce garanzia verso applicazioni improntate ad un irragionevole automatismo».

Un terzo indirizzo è nel senso che «la retrodatazione del termine iniziale di efficacia si fissa nel momento intermedio tra la prima e la seconda misura cautelare, allorché si concreti il quadro indiziante – inteso come notizia del fatto-reato e presenza delle condizioni legittimanti la custodia – e il reato connesso possa essere contestato e posto a base della richiesta del pubblico ministero: evenienza che di norma si verifica allorché questi riceva un rapporto di polizia giudiziaria, completo di tutti i dati di fatto rilevanti ed emergano le esigenze di custodia in carcere (Sez. VI, 19 novembre 2002, n. 42271, Araldi, rv. 222951).

Ciò premesso, la sezione rimettente ha dichiarato di aderire al primo di tali indirizzi, rilevando che per il secondo «parametro di giudizio diventerebbe la desumibilità dagli atti, con una sostanziale unificazione delle due fattispecie contestualmente previste dall’art. 297, comma 3, c.p.p., mediante una interpretatio abrogans dell’elemento temporale del rinvio a giudizio, positivamente voluto, invece, dal legislatore, come momento discretivo ai fini della deroga alla regola della retrodatazione: così da ritornare alla configurazione della contestazione a catena elaborata dalla giurisprudenza anteriore alla novella 8 agosto 1995, n. 332, art. 12». Anche il terzo indirizzo non potrebbe accogliersi perché «non appare ancorato ad alcun dato testuale della norma – che prevede un’alternativa secca tra retrodatazione e normale decorrenza del termine di efficacia alla data di emissione della seconda ordinanza – oltre a creare seri problemi d’incertezza sull’effettivo dies a quo, rimesso a un accertamento ex post del giudice del riesame o di legittimità».

La seconda sezione ha aggiunto che l’indirizzo condiviso aveva ricevuto autorevole avallo dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 89 del 1996, che aveva ravvisato nell’art. 297 comma 3 c.p.p. una presunzione assoluta di indebito prolungamento della custodia, fuori del caso in cui i fatti oggetto della nuova ordinanza cautelare sono stati accertati dopo il rinvio a giudizio per il fatto connesso oggetto della prima.

Con decreto del 21 gennaio 2005 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni unite.

Considerato in diritto

1. La retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare in seguito alle c.d. contestazioni a catena è frutto di una elaborazione giurisprudenziale anteriore all’emanazione del vigente codice di rito e alla quale occorre risalire per comprendere appieno la modificazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. effettuata con l’art. 12 l. 8 agosto 1995, n. 332.

L’art. 2 l. 28 luglio 1984, n. 398, aveva sostituito l’art. 271 c.p.p. del 1930 e aveva, tra l’altro, inserito un terzo comma con la previsione – non molto diversa da quella dell’originario art. 297 comma 3 c.p.p. 1988 – che nel caso di più provvedimenti cautelari la custodia cautelare dovesse decorrere dal giorno in cui era iniziata l’esecuzione del primo provvedimento, se venivano emessi più provvedimenti per lo stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato, ovvero per più reati commessi in concorso formale, ma la giurisprudenza di legittimità già prima dell’introduzione di questa disposizione riteneva che nell’ipotesi di provvedimenti custodiali emessi nello stesso procedimento e riguardanti, oltre che lo stesso fatto, anche una pluralità di fatti, dovesse operare una regola di retrodatazione, con l’effetto di far decorrere i termini di custodia cautelare dal momento dell’esecuzione del primo provvedimento quando da parte dell’autorità giudiziaria vi era stato un “artificioso ritardo” o una “colpevole inerzia” nell’applicazione della misura cautelare perché già in precedenza dagli atti emergevano gli elementi che la giustificavano.

Si trattava di un orientamento giurisprudenziale nato per contrastare la prassi della emissione di successivi provvedimenti cautelari per nuovi fatti in prossimità della scadenza dei termini di custodia cautelare, allo scopo di farne iniziare nuovamente la decorrenza e prolungarne così artificiosamente la durata. Tra le numerose sentenze in tal senso, anteriori all’inserimento del terzo comma nell’art. 271 c.p.p. del 1930, si possono ricordare Sez. I, 17 novembre 1976, n. 1948, Mavilla, rv. 135305; Sez. II, 16 marzo 1981, n. 994, Laurca, rv. 148274; tra quelle successive all’inserimento appare particolarmente significativa Sez. I, 16 dicembre 1985, n. 3212, Faranda, rv. 171788, nel senso che, pur avendo il legislatore lasciato fuori dell'ambito del novato art. 271 c.p.p. l’ipotesi del concorso materiale fra reati, in presenza di una pluralità di provvedimenti di cattura, al fine di individuare la data di decorrenza della custodia cautelare e desumerne quella di scadenza, il giudice del merito doveva stabilire «in quale momento fossero stati processualmente acquisiti gli elementi probatori in ordine ai nuovi reati successivamente contestati, valutare il tempo indispensabile alla loro elaborazione e trasfusione nel provvedimento di cattura, escludendo dal computo il tempo trascorso nella colpevole inerzia dell'autorità giudiziaria competente ad emettere il provvedimento contenente le nuove contestazioni». Nello stesso senso si erano espresse Sez. I, 3 ottobre 1986, n. 3165, Mazzarella, rv. 174429; Sez. I, 15 dicembre 1986, n. 4107, Fidanzati, rv. 174888; Sez. I, 9 febbraio 1987, n. 334, Montarro, rv 175705; Sez. I, 26 maggio 1988, n. 1493, Lo Iacono, rv. 178788; Sez. II, 25 luglio 1988, 5906, Mutolo, rv. 179021, con la precisazione che ai fini della decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare e delle cosiddette contestazioni a catena, non va confuso il fatto storico oggetto della contestazione con la prova del medesimo.

2. Come si è detto, l’art. 297, comma 3, del vigente codice di procedura penale aveva sostanzialmente riprodotto l’art. 271, comma 3, c.p.p. del 1930, estendendo la regola della retrodatazione, oltre all’ipotesi già prevista dell’art. 81 comma 1 c.p. (concorso formale), a quelle degli artt. 82 comma 2 e 83 comma 2 c.p. (aberratio ictus e aberratio delicti plurilesive), però era rimasto fermo il precedente orientamento giurisprudenziale che riconosceva la retrodatazione in tutti gli altri casi di “contestazione a catena”. Anche nei casi non rientranti nelle previsioni degli artt. 81 comma 1, 82 comma 2 e 83 comma 2 c.p. aveva continuato a operare la retrodatazione, perché – come è stato affermato – «l’ingiustificata scissione delle diverse contestazioni con emissione “a catena” di successivi provvedimenti cautelari, nonostante i fatti contestati fossero noti sin dall’inizio, comporta conseguenze identiche a quelle di cui all’art. 297 comma 3 c.p.p. (identico all’art. 271 comma 3 dell’abrogato c.p.p.), cioè la decorrenza del termine di custodia cautelare dal giorno della esecuzione del primo provvedimento» (Sez. VI, 23 luglio 1992, n. 2975, Pezzella, rv. 191939). Sostanzialmente nello stesso senso si sono pronunciate, tra le altre, Sez. I, 15 aprile 1991, n. 1785, Falanga, rv. 187386; Sez. II, 1° dicembre 1993, n. 4750, Prete, rv. 196764; Sez. I, 16 dicembre 1993, n. 5531, Tomaselli, rv. 196540; Sez. I, 31 gennaio 1994, n. 607, Loiero, rv. 196854; Sez. VI, 11 marzo 1994, n. 1044, rv. 199046; Sez. I, 27 luglio 1995, n. 4297, Pagano, rv. 202182.

In tanto però poteva avere luogo la retrodatazione nei casi non espressamente previsti dall’art. 297, comma 3, c.p.p. in quanto «gli indizi originariamente a disposizione dell’autorità giudiziaria fossero già tali da consentire l’emissione di un unico provvedimento» (Sez. I, 25 febbraio 1992, n. 896, Mazzuoccolo, rv. 189733; Sez. VI, 22 dicembre 1992, n. 4616, Morales, rv. 192971; Sez. I, 17 gennaio 1994, n. 239, Giannone, rv. 197200), con la precisazione che «la data in rapporto alla quale occorreva stabilire se fossero stati acquisiti o no (tenuto conto anche del tempo necessario alla loro elaborazione) gli elementi posti a base dell’ordinanza successiva non era quella di emanazione dell’ordinanza precedente, ma quella in cui era stata avanzata dal p.m. la relativa richiesta» (Sez. I, 11 luglio 1994, n. 3475, Di Caro, rv. 198810).

Questa condizione riguardava solo i casi che non rientravano nella specifica previsione dell’art. 297 comma 3 c.p.p., perché si riteneva che «nel caso di un unico fatto, cui si ricolleghi una pluralità di reati in concorso formale o la realizzazione di una delle ipotesi di cui agli art. 82 comma 2 e 83 comma 2 c. p.» la decorrenza della custodia dal primo provvedimento fosse «automatica, prescindendo da ogni valutazione in ordine alla ragione della pluralità di contestazioni» (Sez. I, 8 luglio 1991, n. 3121, Alleruzzo, rv. 188060).

3. In questo quadro è intervenuta la sostituzione del terzo comma dell’art. 297 c.p.p. ad opera dell’art. 12 l. 8 agosto 1995, n. 335, il quale ha ampliato le ipotesi espressamente previste di retrodatazione, comprendendo i fatti «commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri», e così ha aggiunto all’ipotesi del concorso formale, che figurava nella disposizione originaria, quelle del reato continuato e dei reati legati dal nesso teleologico.

La nuova disposizione ha dato luogo ad alcune questioni in gran parte determinate dall’inserimento della fattispecie del reato continuato. In questa fattispecie infatti possono rientrare anche numerosi reati commessi in un arco di tempo non particolarmente contenuto e oggetto nel corso delle indagini di accertamenti successivi, sicché ci si è interrogati sulle condizioni perché gli effetti dei provvedimenti cautelari adottati in tempi diversi possano decorrere dal giorno in cui è stata emessa la prima ordinanza. Si è subito posto un quesito: se per la retrodatazione occorra che i fatti oggetto dei provvedimenti successivi, e gli elementi che giustificano la misura cautelare, siano già a conoscenza del pubblico ministero quando richiede la prima ordinanza oppure sia sufficiente l’esistenza della connessione qualificata, essendone la retrodatazione una conseguenza automatica. Le risposte della giurisprudenza sono state diverse e hanno dato luogo al contrasto denunciato dall’ordinanza di rimessione.

Per altro verso ci si è chiesti se, oltre che nei casi espressamente previsti dalla nuova disposizione, la retrodatazione potesse continuare ad operare in tutti gli altri tradizionalmente individuati dalla giurisprudenza, in quelli cioè in cui, pur mancando una connessione qualificata, fin dal momento dell’emissione del primo provvedimento cautelare esistevano negli atti gli elementi che erano poi stati posti a base dei provvedimenti successivi. Il quesito si è posto in modo particolare in vari casi in cui era in discussione l’esistenza della continuazione, essendo controverso che i reati oggetto dei successivi provvedimenti fossero tutti compresi, fin dall’inizio, in un medesimo disegno criminoso. Ed è anche accaduto che nella fase delle indagini sia stata esclusa la retrodatazione, negando la continuazione, e questa però sia stata successivamente riconosciuta dal giudice del dibattimento.

Sono per lo più venuti in questione i rapporti tra il reato associativo e i reati fine, che secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente non danno di per sé luogo a uno dei casi di connessione previsti dall’art. 297, comma 3, c.p.p., perché «fra reato associativo e singoli reati fine non è ravvisabile un vincolo rilevante ai fini della continuazione e meno ancora della connessione teleologica, posto che, normalmente, al momento della costituzione dell’associazione i reati fine sono previsti solo in via generica. Questo vincolo – secondo la giurisprudenza – potrà ritenersi sussistente soltanto nella eccezionale ipotesi in cui risulti che, fin dalla costituzione del sodalizio criminoso o dalla adesione ad esso, un determinato soggetto, nell’ambito del generico programma criminoso, abbia già individuato uno o più specifici fatti di reato, da lui poi effettivamente commessi» (Sez. I, 18 dicembre 1998, n. 6530, Zagaria, rv. 212348; nello stesso senso Sez. VI, 15 ottobre 1997, n. 3960, Tagliamento, rv. 208833; Sez. I, 26 marzo 1998, n. 1815, Cavallo, rv. 210391; Sez. VI, 1° luglio 1999, n. 2526, Novella, rv. 214928; Sez. V, 21 dicembre 1999, n. 6237, Formica, rv. 216244; Sez. V, 25 gennaio 2000, n. 495, Battaglia, rv. 216498; Sez. I, 21 marzo 2003, n. 16573, Zuppardo, rv. 224002).

Una parte della giurisprudenza, una volta esclusa l’esistenza tra reato associativo e reati-fine di una connessione rilevante ha ripreso l’orientamento tradizionale riconoscendo la retrodatazione anche nei casi non espressamente previsti dall’art. 297, comma 3, c.p.p. «sempre che si accerti in modo incontestabile che a disposizione dell’autorità giudiziaria, al momento dell’emissione del primo provvedimento, erano già idonei indizi di colpevolezza» (Sez. VI, 29 aprile 1996, n. 1719, Martini, rv. 205891; Sez. VI, 28 gennaio 1997, n. 281, Papandrea; nello stesso senso Sez. VI, 21 marzo 1997, n. 1290, Ametrano, rv. 208891; Sez. VI, 29 gennaio 1999, n. 290, Mongiovì, rv. 214050; Sez. V, 16 aprile 2003, n. 24922, Reale, rv. 224987I). E ha precisato che solo in mancanza della connessione qualificata diventa rilevante stabilire se al momento dell’emissione della prima ordinanza risultavano o meno dagli atti le condizioni per disporre la misura cautelare poi adottata con i successivi provvedimenti, perché altrimenti opera automaticamente la retrodatazione, se esiste tra i reati il collegamento previsto dall’art. 81 c.p. o quello teleologico (limitato alle ipotesi di reati commessi per eseguirne altri), «ancorché non conosciuto né conoscibile al momento della prima ordinanza» (così Sez. VI, 18 giugno 1996, n. 2482, Tommaso, rv. 205895).

Per un’altra parte della giurisprudenza invece la modificazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. ha avuto l’effetto di estendere i casi di retrodatazione espressamente previsti, escludendola però in tutti gli altri nei quali precedentemente il giudice la riconosceva se accertava che gli elementi giustificativi delle misure cautelari applicate in momenti successivi erano desumibili dagli atti già all’epoca del primo provvedimento. In questo senso si sono espresse Sez. I, 25 ottobre 1996, n. 5568, Bono, rv. 206193; Sez. I, 20 giugno 1997, , n. 4246, Lentini, rv. 208334; Sez. I, 12 luglio 1999, n. 4894, Stanganelli, rv. 214091; Sez. I, 4 marzo 1999, n. 1835, Ascione, rv. 213500, la quale si è sentita in dovere di osservare – come si legge nella massima – «che tale soluzione, conforme alla lettera della norma, lascia senza tutela molti indagati nei cui confronti il p.m., con comportamento scorretto, nasconda fatti o elementi in base ai quali potrebbe richiedere e ottenere la misura cautelare anche per reati diversi da quello per il quale l'indagato è già ristretto e procrastini la richiesta di custodia, al fine di sfruttare la durata della precedente carcerazione e ricongiungerla ad libitum con la nuova, prolungando con tale artificio i termini custodiali».

4. La prima questione, quella sulla necessità o meno che, nel caso di connessione qualificata prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p., risultino fin dal momento dell’emissione della prima ordinanza elementi idonei a giustificare anche le ordinanze successive, ha immediatamente dato luogo a un sospetto di illegittimità costituzionale e la Corte costituzionale, con la sentenza 28 marzo 1996, n. 89, da un lato ha escluso tale necessità e dall’altro ha negato che in conseguenza dell’esclusione la nuova normativa fosse costituzionalmente illegittima.

Secondo il giudice a quo il legislatore da un lato aveva disciplinato nello stesso modo situazioni differenti, perché aveva stabilito un uguale regime di decorrenza sia nell’ipotesi di artificioso ritardo nell’emissione della nuova ordinanza cautelare, sia nel caso di emissione effettivamente collegata con l’acquisizione degli elementi giustificativi, mentre dall’altro aveva dato valore, al fine della diversificazione della disciplina, ad un evento (il rinvio a giudizio) eterogeneo rispetto alle esigenze cautelari e «frutto della iniziativa incontrollabile del pubblico ministero e del giudice».

La Corte ha ritenuto che la questione fosse infondata, pur convenendo con il giudice a quo che la modificazione operata dall'art. 12 l. n. 332 del 1995 si era «effettivamente spinta ben oltre i risultati cui era pervenuta la giurisprudenza di legittimità che aveva preso in esame il patologico fenomeno delle cosiddette contestazioni a catena» e che le scelte operate dal legislatore potevano «offrire spazio alle perplessità e ai dubbi di coerenza ... sia sul piano della congruità del censurato meccanismo di retrodatazione delle misure di successiva contestazione agli effetti della salvaguardia delle esigenze cautelari ad esse riferibili, sia per ciò che concerne il diverso regime che è stato invece stabilito nell'ipotesi in cui i fatti oggetto della nuova ordinanza cautelare siano stati accertati dopo il rinvio a giudizio disposto per il fatto “connesso” posto a fondamento della prima ordinanza».

Secondo la Corte, scopo della disciplina in questione è quello di «comprimere entro spazi sicuri il termine di durata massima delle misure cautelari, in perfetta aderenza con quanto previsto dall'art. 13, ultimo comma, della Carta fondamentale», e di impedire «la diluizione dei termini in ragione dell'episodico concatenarsi di più fattispecie cautelari». Di qui la scelta di individuare alcune ipotesi che, presentando «elementi di correlazione contenutistica» di un certo spessore, devono essere sottoposte a una valutazione unitaria agli effetti del trattamento cautelare. In questo contesto è apparsa coerente anche la deroga introdotta nel secondo periodo del comma 3 dell'art. 297 c.p.p., che ha individuato il rinvio a giudizio come «momento processuale che traccia la linea di displuvio». Tale deroga, con l'introduzione di “parametri certi e predeterminati”, si presenta “perfettamente simmetrica” rispetto al regime dei termini massimi di durata delle misure in funzione delle diverse fasi processuali. In sostanza «l’introduzione di parametri certi e predeterminati ... si appalesa nella specie come opzione del tutto coerente rispetto alla avvertita esigenza di configurare limiti obiettivi e ineludibili alla durata dei provvedimenti che incidono sulla libertà personale e ciò con particolare riguardo alla fase delle indagini preliminari, la quale, per essere affidata alle iniziative investigative del pubblico ministero, mal si presta a controlli successivi sul sempre opinabile terreno della tempestività delle relative acquisizioni».

A questa sentenza la Corte costituzionale si è poi riportata con le ordinanze n. 221 del 1996, n. 349 del 1996, n. 20 del 1999 e n. 244 del 2003, relative a questioni analoghe.

5. Mentre la Corte costituzionale ha ritenuto che la nuova formulazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. comportasse l’automatica retrodatazione dei termini di custodia cautelare nel caso di connessione qualificata, le Sezioni unite con la sentenza 25 giugno 1997 Atene, sono giunte alla conclusione che la retrodatazione presuppone la «desumibilità dagli atti ... anteriore all’emissione della prima ordinanza cautelare. Altrimenti verrebbe meno la ratio dell’intera disposizione; ed il tutto risulterebbe davvero affidato a un paradossale e irragionevole automatismo».

Le Sezioni unite sono intervenute per risolvere un contrasto giurisprudenziale sull’applicabilità dell’art. 297, comma 3, c.p.p. nel caso in cui le successive ordinanze cautelari per reati legati da connessione qualificata vengono emesse in procedimenti diversi e hanno optato per la soluzione affermativa vedendone una conferma nell’ultima parte dell’art. 297 comma 3 c.p.p., a norma del quale la retrodatazione deve operare anche rispetto ai fatti «desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione» qualificata. Ciò posto, le Sezioni unite hanno osservato «come la “desumibilità dagli atti”, espressamente richiamata nel terzo periodo del comma 3, vada a costituire criterio applicativo dell’intera previsione del comma 3 dell’art. 297, ad essa conferendo razionalità e certezza». Secondo le Sezioni unite si tratta di un criterio caratterizzato da oggettività, sicché «qualsiasi riferimento all’artificio o alla malizia per connotare l’inerzia o la manipolazione dell’autorità procedente appare ... una “superfetazione”, del tutto inutile e fuorviante». Insomma, sono condizioni per la retrodatazione, nella prima parte del comma 3 dell’art. 297 c.p.p., la desumibilità dagli atti al momento dell’emissione della prima ordinanza e, nella seconda parte, la desumibilità dagli atti prima del rinvio a giudizio. Ma non basta che dagli atti siano desumibili i fatti oggetto dei successivi provvedimenti cautelari, come potrebbe dedursi dalla lettura dell’ultima parte del comma in questione. Occorre qualcosa di più. Secondo le Sezioni unite «non è sufficiente ... che entro i limiti temporali di cui al primo e al secondo periodo del comma 3 dell’art. 297, sia stata acquisita e risulti dagli atti la mera notizia del fatto-reato, essendo invece indispensabile che sussista il quadro legittimante l’adozione della misura cautelare sin dall’epoca dell’emissione della prima ordinanza (ovvero dall’epoca del rinvio a giudizio: art. 297, comma 3, ultima parte c.p.p.)».

6. Una parte della giurisprudenza successiva ha seguito in modo convinto le indicazioni delle Sezioni unite, mentre un’altra parte le ha disattese, essendole apparse in contrasto con la lettera dell’art. 297, comma 3, c.p.p. Le decisioni nell’uno e nell’altro senso sono numerose e molte di esse sono state ricordate nell’ordinanza di rimessione della seconda sezione e citate nella parte iniziale di questa sentenza. Ad esse va aggiunta la recente sentenza Sez. I, 9 novembre 2004, n. 48357, Orlando, rv. 229435, che con un’ampia motivazione, dopo aver ripercorso le vicende legislative e giurisprudenziali relative alle “contestazioni a catena”, è giunta alla conclusione che la sola interpretazione del terzo comma dell’art. 297 c.p.p. consentita dal testo e dalla ratio della disposizione sia nel senso che, una volta accertata la connessione ex art. 12 lett. b) e c) tra i fatti posti a fondamento delle distinte ordinanze cautelari commessi anteriormente alla prima misura, la regola della retrodatazione operi automaticamente, cioè indipendentemente dalla desumibilità dagli atti, fin dal momento dell’emissione della prima ordinanza, degli elementi posti a fondamento dei provvedimenti successivi.

Effettivamente la sentenza delle Sezioni unite contiene due passaggi che nei dati testuali non trovano giustificazione: 1) l’estensione alla prima parte della disposizione del limite dei «fatti non desumibili dagli atti», contenuto solo nella seconda parte, per il caso in cui la questione della retrodatazione si ponga rispetto a reati che formano oggetto di un procedimento diverso; 2) la trasformazione del concetto di “fatto desumibile dagli atti” in quello di “quadro legittimante l’adozione della misura cautelare” desumibile dagli atti, vale a dire in quello di “gravi indizi di colpevolezza” desumibili dagli atti.

Il terzo comma dell’art. 297 c.p.p. non è di lettura agevole e in dottrina ha fatto parlare di “prosa contorta”, ma se lo si legge con attenzione si comprende che la prima parte richiede, perché possa operare la retrodatazione, solo che ci si trovi in presenza di «uno stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato», o di «fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri». Non richiede nulla di più; in particolare non richiede che i fatti diversi, oltre che anteriori, siano desumibili dagli atti al momento della emissione della prima ordinanza, e a maggior ragione non richiede che siano desumibili dagli atti gli elementi idonei a giustificare l’adozione per tali fatti della misura cautelare.

Se si pone mente a tutta l’evoluzione giurisprudenziale e legislativa della disciplina delle “contestazioni a catena” si comprende agevolmente la ragione dell’automatismo. Il legislatore nel tempo ha assunto alcune relazioni tra i reati come fattispecie di per sé giustificative della retrodatazione, senza la necessità di accertare se al momento dell’emissione della prima ordinanza negli atti esistessero o meno gli elementi per emettere anche le successive. Così è avvenuto con l’originario art. 297 comma 3 del vigente codice di procedura penale, che aveva sostanzialmente riprodotto l’art. 271 comma 3 c.p.p. del 1930, estendendo la regola della retrodatazione, oltre all’ipotesi già prevista dell’art. 81 comma 1 c.p. (concorso formale), a quelle degli artt. 82 comma 2 e 83 comma 2 c.p. (aberratio ictus e aberratio delicti plurilesive); così è avvenuto con la modificazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. effettuata con l’art. 12 comma 1 l. 8 agosto 1995, n. 332.

Ove si ritenesse il contrario si dovrebbe concludere che quest’ultima disposizione ha modificato in modo più rigoroso la normativa precedente, la quale nei casi previsti dagli artt. 81, comma 1, 82, comma 2, e 83, comma 2, c.p. faceva operare automaticamente la retrodatazione e in tutti gli altri casi la rendeva possibile quando fin dall’inizio si sarebbero potute adottare le misure cautelari oggetto dei successivi provvedimenti. Ove si ritenesse il contrario si dovrebbe escludere l’automatismo anche nei casi di concorso formale e di aberratio ictus e di aberratio delicti plurilesive, in cui prima era indiscutibilmente operante, ma così si traviserebbe il contenuto della l. n. 332 del 1995, tutta diretta a garantire una maggiore tutela in materia di libertà personale.

La lettera della legge, l’evoluzione della normativa in materia e il contesto nel quale la nuova disposizione ha visto la luce inducono quindi a concludere affermando il seguente principio di diritto: nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, commessi anteriormente all’emissione della prima ordinanza, legati da concorso formale, da continuazione o da connessione teleologica, la retrodatazione della decorrenza dei termini delle misure disposte con le ordinanze successive opera indipendentemente dalla possibilità, al momento dell’emissione della prima ordinanza, di desumere dagli atti l’esistenza dei fatti oggetto delle ordinanze successive, e, a maggior ragione, indipendentemente dalla possibilità di desumere dagli atti l’esistenza degli elementi idonei a giustificare le relative misure.

Non si tratta, come spesso si è detto, di una presunzione di conoscenza dell’esistenza di tali condizioni, ma si tratta, più semplicemente, di una regola diretta a far decorrere gli effetti della custodia in carcere dal momento della cattura anche per i fatti connessi a norma dell’art. 297, comma 3, c.p.p., conosciuti o meno che questi fossero da parte del pubblico ministero, esistenti o meno che fossero all’epoca le condizioni per l’emissione anche rispetto ad essi della misura cautelare; e la ratio della disposizione è verosimilmente quella (individuata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 89 del 1996) di mantenere la durata della custodia cautelare nei limiti stabiliti dalla legge, anche quando nel corso delle indagini emergono fatti diversi legati da connessione qualificata.

Certo in alcuni casi la regola può risultare di dubbia opportunità, perché può accadere che per i reati emersi in tempi successivi la durata ulteriore della custodia cautelare non sia sufficiente per il completamento delle indagini, ma in questi casi il pubblico ministero può esercitare l’azione penale per i soli reati oggetto della prima, o delle prime ordinanze cautelari (artt. 130 e 130 bis norme att. c.p.p.) e impedire così la perdita di efficacia della misura per la scadenza dei termini.

7. L’automatismo della retrodatazione spiega la disposizione della seconda parte dell’art. 297, comma 3, c.p.p. I reati che si trovano in rapporto di connessione, se emergono dagli atti delle indagini, formano normalmente oggetto del medesimo procedimento, e quando si tratta della connessione prevista dalla prima parte del comma 3 opera nei loro riguardi automaticamente il meccanismo della retrodatazione. Perciò l’eventuale separazione dei procedimenti non deve avere effetti negativi per l’imputato quando non è imposta da ragioni obiettive, ed è per questo motivo che, come stabilisce la seconda parte del comma 3, la disposizione della prima parte non si applica solo rispetto ai «fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione». Insomma, i reati tra i quali esiste connessione sono destinati a essere riuniti nello stesso procedimento e la decorrenza delle relative misure cautelari è regolata dalla prima parte del terzo comma dell’art. 297 c.p.p., perciò il trattamento non può mutare se per qualche ragione quei reati diventano oggetto di procedimenti diversi, anziché dello stesso procedimento, a meno che la loro riunione sia risultata impossibile perché al momento del rinvio a giudizio non emergevano dagli atti.

Il linguaggio della disposizione è un po’ contorto ma il significato è chiaro: quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi in relazione ai quali esiste una connessione qualificata opera la retrodatazione prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p. anche rispetto ai fatti oggetto di un diverso procedimento, se questi erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto (o i fatti) oggetto della prima ordinanza.

La separazione dei procedimenti, che, come si è detto, può essere disposta per evitare la scadenza dei termini di custodia cautelare, non può impedire la retrodatazione, se ne esistevano le condizioni. E la conclusione non è diversa quando i successivi procedimenti hanno origine non da una separazione ma da un’iniziativa autonoma, neppure se questa è avvenuta dopo il rinvio a giudizio, quando concerne fatti che erano già emersi nel corso delle indagini. Infatti in questo caso sarebbe stato possibile, nell’ambito del primo procedimento, procedere anche per i fatti oggetto dei procedimenti successivi e anche per questi fatti deve operare la retrodatazione.

E’ da aggiungere che quello previsto dalla seconda parte del terzo comma dell’art. 297 c.p.p. è l’unico caso di retrodatazione per fatti oggetto di procedimenti diversi, perché non vi sono altre norme che consentono di imputare la custodia cautelare in un procedimento diverso da quello nel quale è stata disposta. E’ per questa ragione che prima della modificazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p. era consolidata la giurisprudenza che escludeva la configurabilità della “contestazione a catena” e della retrodatazione rispetto a provvedimenti adottati in procedimenti diversi. Del resto fare riferimento, per la individuazione del termine della custodia cautelare, a una decorrenza anteriore alla emissione del provvedimento e relativa a un procedimento diverso, avrebbe l’effetto ingiustificato di ridurre la durata della misura, con un possibile pregiudizio per le indagini, e addirittura in alcuni casi anche di impedirla, perché il termine potrebbe risultare già interamente decorso.

8. Rimane da esaminare la seconda questione sulla quale nella giurisprudenza della Corte di cassazione si è radicato un contrasto, quella sulla possibilità di retrodatazione quando tra i reati non è riscontrabile la connessione prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p. ma fin dal momento dell’emissione del primo provvedimento cautelare erano desumibili dagli atti gli elementi posti a base dei provvedimenti successivi; quando cioè nei casi non espressamente previsti dall’art. 297, comma 3, c.p.p. «si accerti in modo incontestabile che a disposizione dell’autorità giudiziaria, al momento dell’emissione del primo provvedimento, erano già idonei indizi di colpevolezza» (Sez. VI, 29 aprile 1996, n. 1719, Martini, rv. 205891; Sez. VI, 28 gennaio 1997, n. 281, Papandrea).

La tesi negativa costituiva un logico sviluppo di quella che nei casi di connessione qualificata escludeva l’automaticità della retrodatazione e richiedeva l’accertamento che fin dall’inizio fossero presenti negli atti gli elementi utilizzati per l’emissione dei successivi provvedimenti cautelari. E’ evidente che se questa era la condizione per rendere operante la disposizione della prima parte del terzo comma dell’art. 297 c.p.p. non avrebbe potuto la stessa condizione giustificare da sola la retrodatazione.

Però, come si è detto, la modificazione dell’art. 297, comma 3, c.p.p., nella evoluzione della disciplina delle “contestazioni a catena”, ha rappresentato non già una rottura, ma uno sviluppo coerente, con un aumento dei casi di retrodatazione automatica, e deve perciò concludersi che per il resto la nuova disposizione ha lasciato immutata la situazione normativa preesistente, frutto di una giurisprudenza consolidata da epoca di molto anteriore all’entrata in vigore del vigente codice di rito.

Rimane quindi fermo il principio che, nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, tra i quali non sussiste la connessione prevista dall’art. 297, comma 3, c.p.p., i termini delle misure disposte con le ordinanze successive decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima, se al momento dell’emissione di questa erano desumibili dagli atti gli elementi che hanno giustificato le ordinanze successive.

9. Così ricostruita la normativa, il ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica di Torino deve essere rigettato perché, esistendo un caso di connessione qualificata, il tribunale con l’ordinanza impugnata ha fatto corretta applicazione della legge quando rispetto ad alcune delle estorsioni oggetto della seconda ordinanza cautelare, ha fissato la decorrenza dei termini dal momento dell’esecuzione della prima ordinanza, anche se al momento della sua emissione non erano desumibili dagli atti gli elementi posti a base della seconda.

Anche il ricorso di RAHULIA deve essere rigettato perché giustamente il tribunale ha escluso la retrodatazione rispetto alle estorsioni indicate nei capi 2), 3) 4) e 9) dell’ordinanza del 13 giugno 2003, rilevando che questi reati erano stati consumati in epoca successiva alla emissione della prima ordinanza e che quindi non ricorreva una delle condizioni previste dall’art. 297, comma 3, c.p.p. Non vale in contrario osservare, come ha fatto RAHULIA, che la condotta relativa a tali reati e il suo concorso nella loro commissione erano stati anteriori all’esecuzione della prima ordinanza perché ai fini della retrodatazione rileva il momento consumativo del reato. Né può accogliersi la tesi del ricorrente secondo la quale i termini dovrebbero almeno farsi decorrere dal giorno in cui il pubblico ministero ha ricevuto la denuncia relativa alle successive estorsioni e cioè dal 12 maggio 2004 anziché dal 13 giugno 2004, giorno in cui è stata emessa la seconda ordinanza. Non vi è alcuna norma che ai fini della decorrenza dei termini di custodia cautelare consenta di fissare un collegamento con il giorno in cui il pubblico ministero ha ricevuto la denuncia, collegamento che del resto sarebbe privo di giustificazione, tenuto conto del tempo occorrente al pubblico ministero per la richiesta della misura e al giudice per il relativo provvedimento.

Pertanto entrambi i ricorsi devono essere rigettati e RAHULIA va condannato al pagamento delle spese del procedimento.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte di cassazione rigetta entrambi i ricorsi e condanna RAHULIA Alyaksandr alle spese del procedimento. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter, disp. att. c.p.p.










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