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SENTENZA
Danno biologico e da perdita della vita sono diversi: serve una domanda ad hoc

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 3387/15 del 20/02/2015



Sussiste diversità ontologica tra danno biologico e danno da perdita della vita, con la conseguenza che, per conseguire il risarcimento di tale ultima tipologia di danno, occorre proporre rituale e tempestiva domanda nel giudizio di merito.



Cassazione civile, Sez. III, sentenza del 20.02.2015, n. 3387

...omissis...

1. - Preliminarmente, va dichiarata l'inammissibilità della nomina dell'avv. Crixx, in precedenza soltanto domiciliatario, quale nuovo difensore (in luogo del revocato avv. Domenico xxxxxxzi) del controricorrente xxxxx., in quanto effettuata con atto denominato "comparsa di costituzione per sostituzione di difensore nel controricorso" e non con atto pubblico o con scrittura privata autenticata ai sensi dell'art. 83 c.p.c. , comma 2, nella sua formulazione antecedente alle modifiche introdotte dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45 (giacchè dette modifiche - che avrebbero consentito una nomina come quella anzidetta - non possono trovare applicazione nella presente controversia, in quanto operanti, soltanto per i giudizi introdotti dopo l'entrata in vigore delle legge stessa, alla stregua di quanto disposto dalla medesima L. n. 69 , all'art. 58). Sicchè, nella fattispecie, è ancora pienamente efficace la seguente regula iuris: "Nel giudizio di cassazione - diversamente rispetto a quanto avviene con riguardo ai giudizi di merito - la procura speciale non può essere rilasciata a margine o in calce ad atti diversi dal ricorso o dal controricorso, poichè l'art. 83, comma 3, nell'elencare gli atti a margine o in calce; ai quali può essere apposta la procura speciale, individua, con riferimento al giudizio di cassazione, soltanto quelli suindicati.

Pertanto, se la procura non viene rilasciata su detti atti, è necessario che il suo conferimento si realizzi nella forma prevista dal citato art. 83, comma 2, cioè con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, facenti riferimento agli elementi essenziali del giudizio, quali l'indicazione delle parti e della sentenza impugnata.

A quest'ultima conclusione deve pervenirsi anche con riferimento all'ipotesi in cui sopraggiunga la sostituzione del difensore nominato con il ricorso (o controricorso), non rispondendo alla disciplina del giudizio di cassazione, dominato dall'impulso d'ufficio a seguito della sua instaurazione con la notifica e il deposito del ricorso (o controricorso) e non soggetto agli eventi di cui all'art. 299 c.p.c. e segg., il deposito di un atto redatto dal nuovo difensore nella specie denominato comparsa di costituzione per sostituzione di difensore nel controricorso su cui possa essere apposta la procura speciale" (tra le tante, Cass., 5 giugno 2007, n. 13086; cfr. anche Cass., 13 febbraio 2013, n. 3554).

1.1. - Ne consegue l'inammissibilità della memoria ex art. 378 c.p.c. , redatta e depositata dal difensore privo di valida procura.

2. - Con il primo articolato mezzo del ricorso è denunciata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione delle norme di cui all'art. 2054 c.c. , art. 190 C.d.S., comma 5, art. 191 C.d.S., comma 2, art. 141 C.d.S., commi da 1 a 4, e art. 145 C.d.S., comma 1 (e dei principi al riguardo enunciati in materia dalla giurisprudenza di legittimità), nonchè dedotto vizio di motivazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5.

Le censure dei ricorrenti investono la decisione sul concorso (al 50%) di responsabilità per la causazione del sinistro (primo motivo di appello), assumendo che la Corte territoriale, in assenza di elementi fattuali nuovi o diversi da quelli in precedenza acquisiti, avrebbe erroneamente presunto una condotta imprudente del pedone, là dove invece era stato il conducente del ciclomotore (che circolava in prossimità di area di incrocio in centro abitato, densamente popolato, in ora serale e scarsa visibilità, spettando al pedone la precedenza per aver iniziato l'attraversamento e, anzi, già occupato il centro della carreggiata, larga 9 metri) a violare le norme del codice della strada innanzi indicate, cosi da rendere "impossibile vincere la presunzione juris tantum" di sua esclusiva responsabilità ex art. 2054 c.c.. Peraltro, il ragionamento seguito dai giudici di merito sarebbe incongruo e contraddittorio per non aver ben correlato le evidenze processuali relative al punto d'urto (centro della carreggiata) ed alla presumibile velocità del ciclomotore (che era da ritenersi elevata o, comunque, inadeguata alle circostanze di luogo e di tempo, tanto da determinare un urto con gravi conseguenze traumatiche alla zona parietale della vittima). Inoltre, il conducente del veicolo aveva reso dichiarazioni del tutto inattendibili, non potendo costituire elemento utile il rapporto sul sinistro redatto dai vigili urbani, giunti successivamente all'evento e in assenza di testimoni (e, dunque, non essendo probante la posizione del corpo del P. dopo l'urto, ben potendo il ciclomotore esser stato spostato). I ricorrenti argomentano, infine, sui principi giurisprudenziali della materia che sarebbero stati violati dal giudice di appello, avendo questi mancato di dar rilievo, segnatamente, all'assenza di prova su una "manovra di attraversamento della carreggiata imprevedibile e repentina" da parte del xxxx

2.1. - Il motivo non può trovare accoglimento.

Alla luce della giurisprudenza, assolutamente prevalente e consolidata, di questa Corte (tra le tante, Cass., 13 marzo 2009, n. 6168; Cass., 8 agosto 2007, n. 17397; Cass., 22 maggio 2007, n. 11873; Cass., 29 settembre 2006, n. 21249), la presunzione di colpa del conducente dell'autoveicolo investitore prevista dall'art. 2054 c.c. , comma 1, non opera in contrasto con il principio della responsabilità per fatto illecito, fondata sul rapporto di causalità fra evento dannoso e condotta umana.

Pertanto, la circostanza che il conducente non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione non preclude l'indagine in ordine all'eventuale concorso di colpa, ai sensi dell'art. 1227 c.c. , comma 1, del pedone investito, sussistente laddove il comportamento di quest'ultimo sia stato improntato a pericolosità ed imprudenza (per un caso di concorso di colpa determinato dall'attraversamento del pedone al di fuori delle strisce pedonali, senza dare la precedenza alle autovetture, quale obbligo sussistente anche nella vigenza del vecchio codice della strada, cfr. più di recente, nel solco dell'orientamento anzidetto, Cass., 5 marzo 2013, n. 5399;

analogamente, cfr. Cass., 24 novembre 2009, n. 24689).

Ciò sta a significare, per converso, non che sia esclusa la possibilità di delibare l'eventuale concorso di colpa tra conducente del mezzo e pedone allorquando non sia dato apprezzare da parte di quest'ultimo una condotta imprevedibile e anormale - tale, dunque, da impedire al conducente, che proceda nel rispetto di tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza, di prevenire l'evento -, ma che una situazione come quella appena descritta configura il paradigma idoneo a legittimare un giudizio di completa elisione della responsabilità del conducente e di superare, quindi, la presunzione di responsabilità di cui all'art. 2054 c.c. , comma 1.

Una volta, poi, che sia stato accertato il concorso di colpa tra investitore ed investito, i criteri di ripartizione della colpevolezza costituiscono oggetto di un giudizio di fatto che, come tale, si sottrae al sindacato di legittimità se sorretto da adeguata motivazione.

A siffatti principi il Collegio intende dare continuità, rilevando, altresì, che il precedente su cui i ricorrenti insistono particolarmente (Cass., 28 novembre 2007, n. 24745) soltanto in apparenza contraddice l'indirizzo giurisprudenziale richiamato, giacchè in motivazione, nell'esaminare concretamente la fattispecie controversa, evidenzia la mancanza di supporto argomentativo da parte del giudice di merito in ordine alla "imputabilità soggettiva" o al "concorso causale" del pedone.

La Corte territoriale si è, dunque, mossa nell'alveo di una corretta interpretazione dell'art. 2054 c.p.c., valutando le rispettive condotte del conducente e del pedone, per giungere, in forza dell'apprezzamento di fatto ad essa riservato, costruito in base ad una complessiva valutazione delle risultanze probatorie e, segnatamente, in assenza di deposizioni testimoniali, sulla scorta degli elementi oggettivi emergenti dal verbale dei vigili urbani sopraggiunti al sinistro, su cui era incentrata la (condivisa) "ricostruzione del fatto" (e non già, dunque, la conseguente valutazione) operata dal primo giudice: cfr. p. 14 della sentenza impugnata, ad individuare gli estremi di una concorrente, pari, responsabilità nella causazione del sinistro. A tal riguardo il giudice di appello ha, infatti, escluso che il conducente del motociclo avesse fornito prova del superamento della presunzione legale posta dall'art. 2054 c.c. (e, dunque, di aver fatto tutto il possibile per evitare l'evento), ma, al contempo, ha ritenuto gravemente imprudente la condotta del pedone, per aver intrapreso l'attraversamento della strada in assenza di strisce pedonali e in situazione di scarsa visibilità (in ragione della pioggia e dell'ora serale), "nonostante stesse sopraggiungendo a brevissima distanza il ciclomotore" (e, dunque, che il mezzo avesse la precedenza), ciò essendo desumibile "dalla sua ridottissima velocità", siccome comprovata dalla posizione del veicolo dopo l'urto e cioè "inxxxxx immediata prossimità del corpo del xxxxx

Si tratta di un apprezzamento di fatto, su cui si impernia anche il governo delle norme sulla circolazione stradale ritenute rilevanti nella concreta fattispecie, che si sottrae alle censure dei ricorrenti, non palesando errori di diritto, nè intrinseche aporie.

Peraltro, le doglianze ad esso mosse, oltre ad essere orientate ad aggredire atomisticamente gli elementi sui quali si impernia il complessivo giudizio fattuale (senza, tuttavia, evidenziare prove decisive delle quali sia stata trascurato l'esame, ma, anzi, cercando di depotenziare le emergenze probatorie acquisite), effettuano una lettura delle risultanze processuali diversa ed alternativa a quella della Corte territoriale, surrogandosi, inammissibilmente, nell'esercizio di un potere spettante soltanto al giudice del merito, nella specie correttamente esercitato.

3. - Con il secondo articolato mezzo è prospettata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1226, 2056 e 2059 c.c. , artt. 2, 29, 30, 31 e 32 Cost. (e dei principi al riguardo enunciati in materia dalla giurisprudenza di legittimità), nonchè dedotto vizio di motivazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5.

Le doglianze attengono alle pretese voci di danno e, segnatamente, quelle relative al danno psichico, al danno biologico iure hereditatis ed al danno esistenziale (rispettivamente, secondo, terzo e settimo motivo di appello).

a) Quanto al danno psichico, la Corte territoriale, aderendo acriticamente al dictum del primo giudice e senza congruamente apprezzare le risultanze processuali, non avrebbe tenuto conto dell'accertamento oggettivo di carattere clinico di detto danno effettuato dalle specialiste delle quali si era avvalso il c.t.u., mancando, poi, di recepirne la "opinione espressa", così erroneamente da riconoscere "un effettivo danno psicopatologico" alla sola G. e non già ai tre figli del P., ritenuti vittime soltanto di "transeunti turbamenti della psiche con ripercussioni esistenziali e morali".

b) Quanto al danno biologico patito dalla vittima del sinistro (preteso iure hereditatis dagli attori), trattandosi di " danno biologico terminale", giacchè alle lesioni era seguita, dopo nove mesi di lucida agonia, la morte della vittima del sinistro, ad esso avrebbe dovuto riconoscersi "maggiore gravita ... rispetto anche al danno alla salute valutato al 100%", non avendo, quindi, la Corte territoriale esercitato correttamente il potere di liquidazione equitativa, che, nella specie, non poteva condurre al riconoscimento di somme irrisorie (come evidenziato, segnatamente, dalla sentenza n. 7632 del 2003 di questa Corte).

e) Quanto, infine, al risarcimento del danno esistenziale, i ricorrenti (richiamando la sentenza n. 20292 del 2012 di questa Corte) assumono che la Corte d'appello, constatando l'intreccio tra danno esistenziale e danno morale, avrebbe reso una motivazione solo apparente, perpetuando l'errore del primo giudice che non aveva provveduto ad una liquidazione separata dei vari pregiudizi.

3.1. - Il motivo, in tutta la sua articolazione, è privo di consistenza.

3.1.1. - Quanto alla doglianza sub a), la Corte territoriale (cfr.

p.2.2. del "Ritenuto in fatto" che precede) ha espresso una motivazione sufficiente e plausibile, tenendo conto di tutte le risultanze processuali e delle critiche mosse alla consulenza tecnica d'ufficio, per giungere al convincimento che, a carico dei figli della vittima del sinistro, sussisteva un danno biologico temporaneo, per la durata della malattia del padre, in ragione di disturbi emotivi relazionali (ansia, rabbia, depressione, senso di estraneità, perdita di punti di riferimento, insicurezza, angoscia, vertigine, e cosi via), non altrimenti esitato in malattia psichica, neppure diagnosticata nell'atto di appello sulla scorta degli elaborati tecnici in base ai quali faceva leva il motivo di gravame.

Sicchè la portata della evidenziata ratio decidendi resiste alle doglianze dei ricorrenti, che, del resto, non ne colgono appieno la portata, insistendo nella stessa prospettiva che permeava l'originario motivo di gravame.

3.1.2. - Deve, poi, ritenersi inammissibile la censura sub b), giacchè, a fronte di una motivazione (cfr. p.2.3. del "Ritenuto in fatto" che precede) in cui si da adeguatamente conto dei criteri della liquidazione del danno biologico patito dal vittima del sinistro per il periodo residuo di vita (mettendosi in risalto anche la durata non breve del periodo di sopravvivenza) e della personalizzazione del danno (con una moltiplicazione di quasi venti volte dell'importo iniziale), i ricorrenti adducono in modo del tutto generico (senza fornire elementi oggettivi ulteriori a quelli utilizzati dalla Corte territoriale) che il potere di liquidazione equitativa sia stato male esercitato, evocando, poi, un precedente di questa Corte (Cass., 16 maggio 2003, n. 7632) da cui la sentenza impugnata non si discosta affatto, applicando, anzi, il principio di diritto ivi enunciato in fattispecie che effettivamente si attaglia alla sua portata (e cioè quella di morte sopravvenuta alle lesioni dopo un considerevole lasso temporale, nella specie quasi dieci mesi), là dove la più recente giurisprudenza di questa Corte (cfr., tra le altre, Cass., 8 aprile 2010, n. 8360; Cass., 24 marzo 2011, n. 6754; Cass., 20 settembre 2011, n. 19133; Cass., 13 giugno 2014, n. 13537), riconduce alla dimensione del danno morale (ovvero del danno non patrimoniale) il danno c.d. tanatologico (o anche quello "catastrofale"), ossia l'ipotesi della morte che segua le lesioni fisiche dopo breve (o brevissimo) tempo, con sofferenza della vittima rimasta lucida durante l'agonia, in consapevole attesa della fine.

3.1.2.1. - Infine, è da soggiungere soltanto che il difensore dei ricorrenti si è soffermato, nella discussione orale in udienza, sul diritto al risarcimento del c.d. "danno alla vita", richiamando la sentenza di questa Corte n. 1361 del 23 gennaio 2014, così introducendo, però, una questione che non è stata affatto veicolata con i motivi di ricorso e, quindi, già come tale inammissibile.

Peraltro, non può non rilevarsi che la ricostruzione sostenuta da Cass. n. 1361 del 2014 si fonda comunque sulla postulata diversità ontologica tra danno biologico e danno da perdita della vita, con la conseguenza che, per conseguire il risarcimento di tale ultima tipologia di danno, occorre proporre rituale e tempestiva domanda già nel giudizio di merito (ossia in primo grado), la quale, pertanto, non può essere prospettata per la prima volta in questa sede di legittimità (ciò che, dunque, non avrebbero potuto comunque fare i ricorrenti, in difetto di previa proposizione di detta domanda).

3.1.3. - Quanto, infine, alla censura sub c), occorre osservare che la Corte territoriale ha confermato la decisione del Tribunale di liquidazione unitaria del danno non patrimoniale ai sensi dell'art. 2059 c.c. , patito dagli attori, in forza della quale era ricompresa "nella quantificazione del danno morale" anche "l'ulteriore voce richiesta di danno esistenziale", per lo "stravolgimento delle abitudini di vita" ed il "peggioramento del proprio stato d'animo", operandosi "una personalizzazione del danno nella sua complessiva quantificazione", anche in ragione del fatto che, nella specie, "tutto il danno biologico e morale liquidato attiene alla condizione psicologica di vita e relazionale degli attori". Si tratta quindi, di motivazione che sfugge alle critiche dei ricorrenti, non solo perchè, da un lato, coerente con l'orientamento espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte (cfr. in particolare Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26792) in punto di unitarietà del danno non patrimoniale e nell'ottica di evitare duplicazioni risarcitorie (che anche i precedenti citati dai ricorrenti non mettono in discussione), e, dall'altro, nel suo percorso intelligibile ed affatto contraddittorio, in alcun modo apparente. Ma anche perchè la stessa motivazione ha risposto alle palesate esigenze degli appellanti (ora ricorrenti) di una valutazione del danno non patrimoniale (in tutta la sua estensione) in ragione del "pregiudizio subito dai familiari del Signor P. in relazione al normale, quotidiano, relazionarsi alla vita" (cfr. p. 41 del ricorso), senza che, poi, in questa sede, siano state sollevate critiche, specifiche e pertinenti, sotto il profilo della concreta liquidazione effettuata dal giudice del merito.

4. - Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell'art. 342 c.p.c..

La Corte territoriale, nell'esaminare il quarto, quinto e sesto motivo di impugnazione, li avrebbe erroneamente dichiarati inammissibili per difetto del requisito di specificità, giacchè le argomentazioni svolte dagli appellanti non erano affatto generiche alla stregua dei principi espressi dalla giurisprudenza in materia, come risulterebbe: per il quarto motivo dai da pp. 1 a 3, sub Cap. B.3.2., pp. 29/31 dell'atto di appello; per il quinto motivo dai da pp. 1 a 7, sub Cap. B.3.3., pp. 31/33 dell'atto di appello; per il sesto motivo dai da pp. 1 a 3, sub Cap. B.3.4., pp. 31 e 34 dell'atto di appello.

4.1. - Il motivo è infondato.

4.1.1. - Occorre premettere che la denuncia, con il ricorso per cassazione, di un vizio attinente all'applicazione dell'art. 342 c.p.c. , in ordine alla specificità dei motivi di appello, investe il giudice di legittimità del potere di esaminare direttamente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda, non potendo essere limitata la cognizione all'esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione (cfr. in tal senso, Cass., 10 settembre 2012, n. 15071). Si tratta, infatti, di un error In procedendo comportante la nullità della sentenza impugnata, che si sostanzia nel compimento di un'attività deviante da un modello legale rigorosamente prescritto dal legislatore (cfr. Cass., sez. un., 22 maggio 2012, n. 8077, che ha esaminato, nella medesima prospettiva, il vizio di nullità dell'atto di citazione per indeterminatezza dell'oggetto della domanda e delle ragioni poste a suo fondamento, anch'esso, dunque, comportante - come nel caso di specie - il previo esercizio del potere del giudice del merito di interpretare un atto del processo), per cui l'accertamento demandato alla Corte di cassazione deve consistere unicamente nella verifica del rispetto, da parte del giudice di merito, della legge processuale, a nulla rilevando il modo in cui egli abbia motivato la propria decisione (cfr. Cass., 31 luglio 2012, n. 13683).

Ciò posto, può procedersi alla delibazione dell'atto di appello, giacchè la censura, sebbene dedotta sotto il profilo della violazione di legge ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, evidenzia nella sostanza il vizio processuale che si asserisce inficiante la decisione adottata sul punito dalla Corte di appello (e, dunque, da intendersi veicolato in base al citato art. 360, n. 4), nonchè rispetta la necessaria specificità, indicando puntualmente anche le parti rilevanti dell'atto processuale su cui questa Corte deve soffermare la propria indagine.

Ai fini di tale delibazione rileva il principio, consolidato, per cui la specificità dei motivi di appello deve essere commisurata alla specificità della motivazione e non è ravvisabile laddove l'appellante, nel censurare le statuizioni contenute nella sentenza di primo grado, ometta di indicare, per ciascuna delle ragioni esposte nella sentenza impugnata sul punto oggetto della controversia, le contrarie ragioni di fatto e di diritto che ritenga idonee a giustificare la doglianza (Cass., 27 gennaio 2014, n. 1651;

Cass., 27 gennaio 2011, n. 1924; Cass., 18 aprile 2007, n. 9244;

nella medesima prospettiva, Cass., sez. un., 25 novembre 2008, n. 28057).

4.1.2. - La dichiarata inammissibilità del "quarto motivo" (cfr. pp. 13 e 18 della sentenza impugnata) riguarda esclusivamente la misura della liquidazione del danno biologico in favore della xxxxx., là dove richiesta nel "30%".

La decisione in rito non attiene, dunque, alla posizione dei figli di xxxxxx., essendo stata respinta la loro domanda di liquidazione del danno biologico sub specie di psichico permanente;

nè, peraltro, investe ulteriori profili della liquidazione del danno in questione (come quello dell'applicazione delle tabelle), affrontati nel merito dal giudice del gravame (cfr. p. 17 della sentenza impugnata, in ordine al terzo motivo di appello). Tanto precisato, le ragioni dell'impugnazione che specificamente interessano si riducono sostanzialmente alla seguente affermazione:

"Per i motivi già esposti nei paragrafi dedicati ai (contestati) risultati della espletata CTU, si può ritenere ragionevole valutare nel 30% il danno biologico subito dalla moglie" (p. 30 dell'atto di appello).

Invero, tenuto conto che sulle critiche alla c.t.u. il giudice di appello si era già espresso, nel merito, in sede di scrutinio del secondo motivo di impugnazione e che tale motivazione, oggetto di censura in questa sede con il secondo mezzo di ricorso per cassazione, ha superato il vaglio di questa Corte, il riferimento alla percentuale del 30% di invalidità (ove non lo si ritenga di per sè assorbito nell'esame anzidetto) rimane, comunque, del tutto isolato e privo di supporto argomentativo specifico, non prendendosi affatto in considerazione (e, quindi, specificamente criticata) la motivazione resa dal primo giudice a fondamento della riconosciuta percentuale del 12/13% (cfr. pp. 9/10 della sentenza impugnata).

4.1.3. - La dichiarata inammissibilità del quinto motivo di appello (pp. 13, 14 e 18 della sentenza impugnata) riguarda la pretesa risarcitoria del "danno patrimoniale futuro".

Il giudice di primo grado aveva escluso che fosse stata fornita prova della "capacità reddituale del sig. Pxxxxxxxxx." e della sua "effettiva contribuzione economica alle esigenze della moglie e dei figli, più che maggiorenni all'epoca dei fatti", non essendo stata prodotta neppure la dichiarazione dei redditi del familiare defunto;

peraltro, era da presumersi che il de cuius fosse pensionato e che, quindi, il coniuge potesse "godere della sua pensione di reversibilità".

Nell'atto di appello (segnatamente a p. 32), oltre al richiamo di precedenti giurisprudenziali, gli unici elementi di fatto richiamati sono l'età del defunto, la conclusione dell'attività lavorativa come dirigente d'azienda e l'acquisto di un immobile nel 1998, in forza dei quali si sostiene che "egli aveva ... ancora numerosi anni di capacità produttiva" e che "avrebbe continuato a contribuire ai bisogni familiari".

Sicchè, appare evidente che quanto dedotto con l'impugnazione prescinda del tutto dalla ratio decidendi - sopra richiamata - che avrebbe dovuto essere puntualmente criticata.

4.1.4. - La dichiarata inammissibilità del sesto motivo (pp. 14, 18 e 19 della sentenza impugnata) riguarda la liquidazione del danno "morale" in base al sistema delle tabelle.

Nell'atto di appello (pp. 33 e 34) il profilo argomentativo dell'impugnazione si incentra esclusivamente sull'"intervenuto cambiamento nel 2007 dei criteri tabellari di riferimento", assumendosi, quindi, che "i criteri tabellari del 2006 sono ormai da considerare superati, dovendosi in effetti applicare i nuovi parametri valevoli per il 2007".

Nessuna critica viene, dunque, mossa alla concreta liquidazione del danno nella specie operata dal giudice di primo grado, sulla base di elementi e parametri oggettivi, nonchè contestualizzati rispetto alla vicenda controversa (cfr. pp. 9 e 10 della sentenza impugnata).

Con la conseguenza che il motivo di appello si colloca su un piano di non consentita astrattezza, postulando un mero automatismo della misura risarcitoria derivante dalla meccanica applicazione di tabelle aggiornate, che, però, in siffatti termini, non è dato configurare, considerato che dette tabelle rappresentano un criterio di liquidazione che funge da parametro di conformità rispetto ad una valutazione equitativa del danno non patrimoniale, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c. , dal quale il giudice, ricorrendo in concreto circostanze idonee, può motivatamente discostarsi (cfr., in tale prospettiva, Cass., 7 giugno 2011, n. 12408; sull'inammissibilità, per difetto di specificità, di motivo di appello concernente la mera applicazione del sistema tabellare, cfr. anche Cass., 17 settembre 2013, n. 21229).

5. - Con il quarto mezzo è prospettata, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5, "omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, non essendosi pronunziata la Corte territoriale in ordine alla denunciata responsabilità oltre il massimale previsto dalla polizza di assicurazione stipulata dal signor S. contro il rischio derivante dalla circolazione del ciclomotore, avendo l'Assitalia S.p.A. mal gestito la vertenza, con conseguente richiesta di condanna in solido della stessa al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali reclamati dagli appellanti".

La Corte d'appello, investita del motivo di impugnazione sulla omessa pronuncia del Tribunale sulla richiesta condanna ultramassimale dell'Assitalia per mala gestio, avrebbe anch'esso mancato di pronunciarsi al riguardo, con conseguente "omessa motivazione circa tale fatto, certamente controverso e decisivo per il giudizio".

5.1. - Il motivo è inammissibile.

Non solo - insistendosi unicamente sul vizio di motivazione - non viene specificamente dedotta la nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 112 c.p.c. , quale denuncia che deve in ogni caso evincersi dal contesto del motivo a prescindere dalla esatta indicazione delle norme di legge delle quali si lamenta l'inosservanza (Cass., sez. un., 24 luglio 2013, n. 17931; Cass., 29 agosto 2013, n. 19882), ma neppure è reso intelligibile il pregiudizio che l'impugnazione intende eliminare (la quale deve essere sorretta da un interesse concreto, che spieghi influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte, in funzione di una pronuncia avente pratico rilievo: tra le altre, Cass., 23 maggio 2008, n. 13373; in relazione puntuale ad errores in procedendo, cf r.

Cass., 9 luglio 2014, n. 15676), posto che neppure è allegato che la pronuncia di condanna dell'Assitxxxxxxxx., in solido con lo S., abbia avuto ad oggetto un importo che superava il massimale di polizza assicurativa, cosi da rendere necessario l'esame da parte della Corte di appello (e dello stesso primo giudice) della domanda di condanna della compagnia assicurativa ultramassimale (altrimenti assorbita nella decisione resa).

6. - Il ricorso va, dunque, rigettato ed i ricorrenti condannati, in solido tra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo (con la precisazione che, in favore dello S., non possono liquidarsi le spese processuali in relazione all'attività difensiva compiuta dal legale privo di valida procura).
P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 4.500,00, di cui di cui Euro 200,00, per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge, in favore della xxxxxxxxxx, nonchè in complessivi Euro 2.700,00, di cui di cui Euro 200,00, per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge, in favore di S.R..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 1 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2015



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