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SENTENZA
Condominio: che succede quando la parte sopraelevata ha uno stile diverso?

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 10048/13 del 24/04/2013


In materia di condominio di edifici, il codice civile, nel riferirsi, quanto alle sopraelevazioni (art. 1127 c.c., comma 3), all'aspetto architettonico dell'edificio, e, quanto alle innovazioni (art. 1120 c.c., comma 2), al decoro architettonico dello stesso, adotta nozioni di diversa portata, intendendo per aspetto architettonico la caratteristica principale insita nello stile architettonico dell'edificio, sicchè l'adozione, nella parte sopraelevata, di uno stile diverso da quello della parte preesistente comporta normalmente un mutamento peggiorativo dell'aspetto architettonico complessivo, percepibile da qualunque osservatore.

Cassazione civile, sezione seconda, sentenza del 24.4.2013, n. 10048

...omissis...

Appare infatti incongrua con riferimento alle norme di legge richiamate, l'affermazione della corte distrettuale, la quale, dopo avere affermato che la costruzione sopra l'ultimo piano aveva alterato il decoro architettonico, cioè "l'insieme e le linee della strutture dell'edificio con i quali l'originario progettista intese caratterizzare l'insieme dell'edificio, imprimendogli una determinata fisionomia"....; ha poi incoerentemente ritenuto che il nuovo manufatto fosse compatibile con l'aspetto architettonico dell'edificio ("... ha rispettato senz'altro lo stile architettonico dell'intero edificio condominiale, e, al di là di possibili (ed inevitabili) lievi differenze nella colorazione del muro esterno, non costituisce di certo una stonatura rispetto all'insieme...". Invero la nozione di aspetto architettonico di cui all'art. 1127 c.c., non coincide con quella di decoro di cui all'art. 1120 c.c. (che è più restrittiva): l'intervento edificatorio quindi dev'essere decoroso (rispetto allo stile dell'edificio), e non deve rappresentare comunque una rilevante disarmonia rispetto al preesistente complesso tale da pregiudicarne le originarie linee architettoniche, alterandone la fisionomia e la peculiarità impressa dal progettista.

In altre parole nella fattispecie in esame, non è chiaro se l'aspetto architettonico possa prescindere del tutto dal decoro arcitettonico riscontrato. E' vero che i due concetti esprimono due fenomeni diversi, ma in qualche modo, come in questo caso, l'uno non può prescindere dall'altro: trattasi infatti di un manufatto di discreta volumetria che occupa gran parte dell'originario terrazzo dell'ultimo piano - dunque ben visibile dall'esterno - che è stato aggiunto alla preesistente costruzione con in qualche modo inevitabile alterazione delle linee originarie dell'intero stabile.

Ovviamente occorre stabilire, se nella fattispecie, tutto ciò si sia tradotto in un apprezzabile "pregiudizio" all'aspetto architettonico dell' edificio condominiale nel suo insieme, così come recita l'art. 1127 c.c.. Non appare inutile rammentare che, secondo questa S.C. "in materia di condominio di edifici, il codice civile, nel riferirsi, quanto alle sopraelevazioni (art. 1127 c.c., comma 3), all'aspetto architettonico dell'edificio, e, quanto alle innovazioni (art. 1120 c.c., comma 2), al decoro architettonico dello stesso, adotta nozioni di diversa portata, intendendo per aspetto architettonico la caratteristica principale insita nello stile architettonico dell'edificio, sicchè l'adozione, nella parte sopraelevata, di uno stile diverso da quello della parte preesistente comporta normalmente un mutamento peggiorativo dell'aspetto architettonico complessivo, percepibile da qualunque osservatore (Cass. n. 1025 del 22/01/2004).

Passando al il secondo motivo, con esso il Condominio denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., e art. 1102 c.c., con riferimento alla mancato esame della censura relativa al depauperamento della residua cubatura complessiva in danno degli altri condomini conseguente alla costruzione del C. sul suo terrazzo. Non sarebbe vero che la domanda era stata irritualmente proposta: invero essa era stato avanzata nel corso del giudizio di primo grado e controparte ne aveva accettato il contraddittorio; lo stesso tribunale si era espressamente pronunciato su tale questione.

La doglianza non ha pregio. Invero risulta dagli atti che la domanda in esame non era stata formulata con la citazione introduttiva e neanche se ne trova traccia in sede di precisazione delle conclusioni, in cui vi è solo un generico richiamo all'atto di citazione.

Conclusivamente va rigettato il 2 motivo del ricorso; accolto il 1 motivo; dev'essere cassata la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con il rinvio della causa anche per le spese, ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste.

P.Q.M.

rigetta il 2 motivo del ricorso; accoglie il 1 motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con il rinvio della causa anche per le spese di spese del giudizio, ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2013




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