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SENTENZA
Religione e libero arbitrio

Pubblicata da: Dott.ssa Mariagabriella Corbi


Corte di cassazione penale
sentenza 64/10 del

(Corte di Cassazione Sesta Sezione Penale sentenza n.64/2010 )

Benché l’art. 19 Cost. stabilisce che ognuno di noi può liberamente professare la propria fede e di farne proselitismo ultimamente la Corte di Cassazione(sentenza n.64/2010) è dovuta intervenire con una sentenza in merito: la religione non si può imporre, altrimenti equivale a maltrattare il destinatario dell’imposizione.

La pronuncia dei Supremi Giudici, riconfermando la libertà di fede, ha sancito il pieno diritto della persona di autodeterminarsi per quanto riguarda la sfera religiosa. Pertanto, il proselitismo è la libertà di manifestare la propria fede, ma non certo di imporla a forza.

La Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo che pretendeva di imporre la propria fede - Testimone di Geova - alla propria moglie. I giudici hanno sottolineato che “obbligare il coniuge ad abbracciare una scelta di fede nella quale non si riconosce equivale a maltrattarlo”. Equivale a dire che chi, con atti costrittivi e coercitivi, obbliga qualcuno (nel caso in questione la moglie) a seguire la propria religione incorre nel reato di maltrattamenti, e nel caso esaminato maltrattamenti in famiglia.

Gli Ermellini non hanno esitato confermando di fatto la condanna del marito: “l’imposizione ad altri delle proprie convinzioni religiose” rappresenta una “condotta consapevolmente antigiuridica” ed è a tutti gli effetti un “comportamento illecito” perseguibile in base all’art. 572 del c.p. che punisce i maltrattamenti in famiglia.

Le giustificazioni addotte dall’uomo tra cui “la visione dei rapporti familiari interna a tale confessione è caratterizzata da un rapporto di coppia basato sulla supremazia dell’uomo“. Nell’A.D.  2010 siccome, in quella specifica religione, l’uomo ha la supremazia, questi ha il dovere e il diritto di imporre la propria fede alla moglie, e cioè alla donna, questo con totale disinteresse per l’uguaglianza,  per la parità dei sessi, per la dignità della donna.

La pronuncia della Corte assume una fondamentale e notevole rilevanza in un periodo in cui i grandi flussi migratori portano nella nostra terra e nella nostra società culture fortemente maschiliste, dove la donna più che un essere umano, moglie, compagna,madre, sorella, figlia è considerata una  proprietà, una fabbrica di figli, di piacere e infine un oggetto da custodire segretamente per il sentimento possessivo che palesano alcune mentalità ancorate ad una visione arcaica e tribale della famiglia.

Il nostro diritto penale prevede il reato di “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”, che è così definito dall’articolo 572 del codice penale: “Chiunque, (...) maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni 14, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.

La pena è aggravata se dal fatto derivano lesioni personali o la morte.

Da una prima analisi scaturisce la deduzione che la definizione del reato nasce in un’altra epoca storica, ed è particolarmente orientata al maltrattamento come violenza fisica. La formulazione generica delle norme, però, è in molti casi da considerarsi un vantaggio, perché permette di adeguarle ai mutamenti sociali.

Proprio grazie alle migliaia di sentenze in merito, il concetto di “maltrattare una persona della famiglia” si è evoluto in maniera diversificata.

In primis ingloba il maltrattamento morale, psicologico, la vessazione, la causazione di sofferenze non fisiche.

Costituisce maltrattamento, per fare degli esempi, far assistere un bambino alle liti violente dei genitori; insultare costantemente una donna, anche in presenza dei figli; costringere un bambino a parteggiare per uno dei genitori; ma anche ignorare un bambino, disinteressarsene, abbandonarlo moralmente.

Tali atteggiamenti integrano il reato quando sono protratti, abituali, costanti.

Quindi non si parla di fatti episodici, che potranno ricevere tutela da parte di altre norme, ma di un’abitudine familiare, di un clima, di uno stato costante di vessazione, di un disagio prolungato nel tempo.

Si parla dell'esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione familiare abitualmente doloroso ed avvilente provocato proprio con intento persecutorio.

Per esempio, una lite familiare, anche violenta, con insulti pesanti, non può come fatto sporadico configurare il reato di maltrattamento, che è essenzialmente un’altra cosa: è una soggezione morale o fisica continuata di un membro della famiglia ad un altro.

Il reato si perpetra nell’ambito di ogni entità definibile come famiglia, di diritto o di fatto, anche a prescindere dalla convivenza.

Quindi riguarderà anche la vessazione che deriva da un ex-coniuge o ex-compagno, o da un genitore separato non convivente, o da un genitore dopo che il figlio si è allontanato dalla famiglia di origine (o anche al contrario, da un figlio ad un genitore).

Nel momento in cui  i comportamenti vessatori all’interno di un nucleo familiare, raggiungono livelli allarmanti, pericolosi, dannosi per qualsiasi membro della famiglia, è possibile denunciare il fatto come maltrattamento.





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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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