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SENTENZA
Violazione dei doveri familiari da parte di un padre di famiglia

Pubblicata da: Dott.ssa Mariagabriella Corbi


Tribunale Messina
sentenza del 11/09/2009

(Tribunale di Messina, sent. 11 settembre 2009, G.U. Dott.ssa Rita Russo)

Il Tribunale di Messina ha emesso ultimamente una sentenza di notevole interesse circa i doveri familiari di un padre. In essa ha sancito il diritto al mantenimento della prole, da parte del genitore, diritto che si estrinseca nel dovere di quest’ultimo di mantenere, istruire ed educare i figli fino al momento in cui gli stessi divengono economicamente indipendenti. Doveri che erano stati già ribaditi con sentenza della Corte di Cassazione,1^ Sez., sent. n.8227 del 6 aprile 2009.

Il fatto in breve due ragazze già maggiorenni, chiamavano in giudizio il loro padre per sentirlo sanzionare con un pagamento di un assegno per il mantenimento ed il risarcimento del danno da loro subito.

 Le due ragazze accusavano il padre di averle abbandonate in un determinato periodo della vita, gravato dalla grave malattia e dalla successiva morte della genitrice, dichiarando l'allontanamento e totale disinteresse del genitore sotto ogni profilo, incluso quello economico:<< nell’ultimo periodo di malattia della madre, ed aveva interrotto ogni rapporto con le figlie e rifiutato loro aiuto economico>>.

L'obbligazione di mantenimento nei confronti dei figli, in particolare, trova già radici nell'ordinamento nazionale: l'art. 30 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce, infatti, che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. E' un obbligo che sorge direttamente ed in istantanea dal rapporto di filiazione e gravante non solo sui genitori nel caso di figli nati nell'ambito del matrimonio, ma, allo stesso modo, nel caso di riconoscimento del figlio naturale. La norma costituzionale in materia di mantenimento è ribadita dall'art. 147 del Codice Civile il quale esplicitamente prevede che "il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli", precisando, nel successivo articolo, che i coniugi devono adempiere l'obbligo in parola contribuendo in proporzione alle rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale e casalingo. Questo l'obbligo di mantenimento della prole non ha  un carattere prettamente patrimoniale, esso è scevro sia dalla sussistenza della potestà genitoriale, sia dalla convivenza dei genitori con i figli. Nell'ambito della fondamentale disciplina costituzionale e codicistica si è inserita la giurisprudenza della Corte di Cassazione tracciare empiricamente le linee guida da adottare caso per caso mirate alla tutela dei figli, aggiornando la normativa all'evoluzione dei tempi e dei contesti sociali.

 Anteriormente la giurisprudenza costante riconosceva detto diritto sulla base del combinato disposto degli artt. 30 Cpst., 147 e 148 c.c., la legge n. 54/06, quindi, non ha modificato gli obblighi parentali di cui alle precedenti disposizioni. Sicché è tuttora un dovere del genitore contribuire al mantenimento dei figli anche oltre la maggiore età e finché questi non abbiano conseguito l’indipendenza economica.

La legge n. 54/2006, introducendo l’art. 155 quinquies c.c., ha disposto specificamente la possibilità per il giudice, in sede di separazione o divorzio, di riconoscere ai figli maggiorenni “non indipendenti economicamente” un assegno di mantenimento periodico.

Al di là del rapporto giuridico intercorrente tra genitori e figli c'è da dire che il ruolo del papà sarebbe fondamentale, come quello materno. Ecco perché in questa particolare situazione  pùò essere valido l'aiuto della Mediazione Familiare. Molti Stati quali Regno Unito, Francia, Germania e alcune regioni della Spagna, hanno riconosciuto nella possibilità di regolare i conflitti familiari attraverso la mediazione un ausilio indispensabile sotto molteplici profili:

• per il mondo giuridico, in quanto smorza la conflittualità e quindi anche l’opera e i costi degli organi legali;

• per la salute pubblica, in quanto la riduzione del disagio e dello stress delle parti “invischiate” riduce gli effetti depressivi che tipicamente il “trauma” familiare induce;

• per la tutela dei figli, perché durante la mediazione si eliminano, o si riducono sensibilmente, quelle conflitti tipici dei rapporti compromessi. Infatti,  il coinvolgimento o strumentalizzazione dei minori in contesto diverso dalla mediazione (es. di tipo giudiziario contenzioso) oltre a generare grande sofferenza normalmente si ripercuotono negativamente su infanti, bambini,  adolescenti e giovani, amplificando su di essi con un effetto a cascata i problemi relazionali irrisolti dei genitori e producendone di nuovi.

Vanno quindi valorizzati funzioni e ruoli diversi, sottolineando l’importanza della relazione tra il codice materno e quello paterno. Questa può essere l’occasione per distinguere, forse per la prima volta, il ruolo coniugale e quello genitoriale, che spesso si sovrappongono piuttosto che procedere paralleli. Si arriva a distinguere le realtà individuali, coniugali, genitoriali. Da questa chiarezza di solito emerge la figura del figlio in precedenza nascosta dalle difficoltà degli adulti; finalmente si può essere in grado di considerarlo come individuo e riconoscere i suoi bisogni.

La separazione, nonostante tutte le problematiche a lei collegate, in alcuni casi potrebbe non rappresentare il male maggiore per i figli che vivono costantemente bersagliati dalle tensioni e dai conflitti dei genitori e può addirittura trasformarsi in una dura iniziazione alla realtà della vita. Tutto questo nella consapevolezza che ogni separazione significa dolore, ogni divorzio rappresenta una lacerazione e, quindi, comporta sofferenza, malessere, disagio; ma non sempre implica, soprattutto per i minorenni, gravi disagi psichici.

Dott.ssa Mariagabriella Corbi

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO  ITALIANO

Il Tribunale di Messina I Sezione Civile, in persona  del Giudice monocratico dott. Rita Russo ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa civile iscritta al n. *** Reg. Gen. Introitata alla udienza del 23 aprile 2009 e vertente

TRA

S. C. nata a *** il ***

S. A. nata il ***

Entrambe domiciliate in Messina via Cesare Battisti 155 presso lo studio dell’avv. Francesco Munafò che che le rappresenta e difende per mandato in atti

ATTRICI

CONTRO

S. G. nato a ** il *** elettivamente domiciliato in Messina via Nicola Fabrizi 87 (studio Gazzarra) recapito professionale dell’avv. Paolo Turiano Mantica che lo rappresenta e difende per mandato in atti

CONVENUTO

OGGETTO: mantenimento prole, risarcimento danni CONCLUSIONI: per le attrici: come da citazione atti e verbali di causa Per il convenuto: come da verbali ed atti di causa

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione dell’*** S. C. e S. A. chiamavano in giudizio il padre ed esponevano che la madre, M. N. a causa di una grave malattia era deceduta nel dicembre 2002 (rettificando il procuratore la data nell’aprile 2003 in corso di causa) e che il convenuto, allontanatosi dalle cure e dagli affetti familiari, aveva impedito alle figlie di fare rientro nella casa  familiare, avendo esse e la madre soggiornato a casa dei nonni materni nell’ultimo periodo di malattia della madre, ed aveva interrotto ogni rapporto con le figlie e rifiutato loro aiuto economico. Chiedevano disporsi assegno per il mantenimento e risarcimento del danno. Si costituiva resistendo il convenuto. Nelle more del giudizio le attrici rendevano noto di avere ottenuto con decreto ex art. 446 c.c. Del Presidente del Tribunale reso in data 8 gennaio 2004 assegno provvisorio alimentare di euro 496,00 con ordine all’INPDAP (ente erogatore della pensione di reversibilità della madre) a versare la somma direttamente alle aventi diritto.

Ammessa ed espletata la prova orale e prodotti documenti la causa era rinviata per la precisazione delle conclusioni, assunta in decisione alla udienza del 23 aprile 2009 con termini di legge per lo scambio degli scritti difensivi

MOTIVI DELLA DECISIONE

Sul mantenimento delle figlie si osserva che l’an della prestazione è certo. La prole ha infatti diritto ad un mantenimento tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza, e l’art. 147 c.c. Che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando l’età dei figli lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Il parametro di riferimento, ai fini della determinazione del concorso negli oneri finanziari, è costituito, secondo il disposto dell’art. 148 c.c., non soltanto dalle sostanze, ma anche dalla capacità di lavoro , professionale o casalingo, di ciascun coniuge, ciò che implica una valorizzazione anche delle accertate potenzialità reddituali. (cfr. Cassazione civile , sez. I, 19 marzo 2002 , n. 3974 e Cassazione civile , sez. I, 07 dicembre 1999 , n. 13666; Cass. Civ., Sez. I, 24/04/2007, n.9915; Cass. Civ., Sez. I, 22/03/2005, n.6197) Si deve quindi osservare, in ordine alle condizione delle figlie, che al momento della morte della madre le attrici erano già maggiorenni ma ancora studentesse: la maggiore C. era iscritta dal 1998 alla facoltà di giurisprudenza, ed anche se aveva dato pochi esami aveva conseguito buone votazioni almeno fino all’anno 2000, in cui si verifica una interruzione degli esami sostenuti (verosimilmente per le difficoltà conseguenti alla malattia della madre) ed una successiva ripresa degli studi e degli esami, anche se con risultati meno brillanti, nell’anno 2005; la minore, A., iscritta in economia bancaria nell’anno 2002, con un curriculum abbastanza regolare anche se con una battuta d’arresto nell’anno 2004. A. risulta iscritta all’università ancora nell’anno 2007/2008, anche se non documenta più il curriculum a partire dal 2006 e C. risulta iscritta all’Università fino all’anno 2005/2006, e, come dichiarato del suo procuratore in udienza, ha contratto matrimonio nel mese di luglio 2008. Entrambe quindi si devono ritenere nelle condizioni di figlie maggiorenni non ancora economicamente indipendenti e quindi aventi diritto al mantenimento, per C. fino al mese di luglio 2008 (matrimonio) mentre A. a tutt’oggi, non avendo il padre fornito prova che ella abbia conseguito autonomia economica ovvero omesso di conseguirla per sua colpa o negligenza (Cass. Civ., Sez. I, 03/11/2006, n. 23596) Né il convenuto poteva offrire di adempiere l’obbligazione ex art. 443 c.c. E cioè accogliendo le figlie in casa propria poiché non ricorre affatto l’ipotesi della obbligazione alimentare che presuppone lo stato di bisogno di un familiare anagraficamente e socialmente adulto, -e quindi nel caso della prole, la condizione di chi già resosi autonomo abbia successivamente perduto tale condizione(cfr. Ad es. Cassazione civile sez. I 28 gennaio 2008)- bensì il diverso diritto ex art. 147 e 148 c.c. Della prole ad essere mantenuta secondo il tenore di vita della famiglia fino al raggiungimento della autonomia economica. Del resto, per quanto le S. abbiano chiesto ed ottenuto in separata sede l’assegno provvisorio ex art. 446 c.c., e dei cui effetti concreti si dovrà tener conto, la presente azione è espressamente fondata anche sull’art. 147 c.c. Il solo applicabile, unitamente all’ 148 c.c., alla fattispecie. Diversi infatti sono i presupposti della obbligazione alimentare rispetto a quella di mantenimento e diversi anche in contenuti: sussistendo ancora gli obblighi ex art. 147 e 148 c.c. Il S. è tenuto a rispettare la scelta delle figlie di vivere altrove rispetto alla dimora paterna, ed inoltre è tenuto non già ad assicurare loro semplicemente di che vivere, ma a mantenerle secondo le loro esigenze prima fra tutte quella del completamento della istruzione, e secondo il tenore di vita della famiglia. Deve naturalmente tenersi conto del reddito del S. che funge come da limite esterno al tenore di vita che le figlie possono richiedere, per cui al suo incremento può corrispondere anche un incremento del mantenimento, e che a tutt’oggi lo stipendio del S. è gravato da trattenute per debiti ed è estremamente verosimile che siano stati contratti, almeno in parte, per fare fronte alle spese conseguenti alla malattia della moglie ed ai viaggi a Milano (in tal senso depone ad esempio il teste A. S.) Il S. documenta all’aprile 2007 uno stipendio di euro 1.448,00, come dipendente del Comune di *** con varie trattenute, pari al netto per euro 580,00 mensili E’ però da dire che alcuni prestiti (quelli a scadenza 2014 e 2016) sono stati contratti dopo la morte della moglie e dopo la citazione: infatti la busta paga del novembre 2003 documenta un reddito netto superiore e solo due prestiti a scadenza 2012 per complessive euro 316 mensili. Come peraltro riferisce il teste S. A. una parte dei prestiti per la malattia della moglie erano stati contratti direttamente con i familiari e non ancora onorati (dieci milioni di lire con il fratello S. A., una fideiussione che aveva obbligato il cognato a pagare al suo posto) Oltre a ciò deve tenersi conto che il S. è proprietario di una casa, con un mutuo fondiario relativamente modesto e che comunque ormai è venuto a scadenza, e di vari terreni pro quota e che non ha mai depositato una dichiarazione dei redditi annuali sicchè gli statini degli stipendi (due in tutto) costituiscono solo una indicazione orientativa. Inoltre percepisce la pensione di reversibilità della moglie della quale una quota, pari ad euro 496,00 viene versata dall’INPDAP alle figlie in ottemperanza del decreto presidenziale del 8 gennaio 2004. La pensione di reversibilità è tuttavia di importo maggiore e progressivamente aumentato e cioè pari ad euro 7.104,48 nell’anno 2004, 7.239,36 nell’anno 2005, 7.369,56 nell’anno 2006, 7.516,92 nell’anno 2007 e 5.727,96 per i mesi gennaio- settembre 2008. Non adeguatamente provato invece che egli abbia entrate extra svolgendo attività presso una pescheria. Inoltre si deve tenere conto che S. C. ha conseguito nell’anno 2006 un lavoro part-time con retribuzione annua di euro 5.992,99 (v. testimonianza C., e doc. in atti) il che se non l’ha resa autonoma, incide tuttavia sull’importo ad essa dovuto. Non è invece particolarmente significativa in diritto la circostanza che entrambe le attrici abbiano trovato accoglienza e benevolenza presso la sorella della madre ed il di lei coniuge poiché non si tratta di soggetti giuridicamente obbligati a far fronte al mantenimento in presenza di un parente (il padre) di grado prossimo.

Ciò premesso appare di giustizia fissare il contributo mensile dovuto ex art. 148 c.c. Con decorrenza dalla domanda giudiziale e cioè dal mese di novembre 2003 e nel dettaglio come segue:

per S. A. nella misura di euro 350,00 mensili così determinato al novembre 2003 oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita fino ad oggi e pagamento diretto da parte dell’ INPDAP della somma ad oggi dovuta pari ad euro 382,20

per S. C. nella misura di euro 350,00 mensili così determinato al novembre 2003 oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita fino al marzo 2006; da aprile 2006 al luglio 2008 (data del matrimonio e quindi della cessazione dell’obbligo da parte del padre di mantenimento che passa al coniuge) in euro 150,00 mensili oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita.

La regolazione degli arretrati potrà avvenire in separata sede in base ad un semplice conteggio. Infatti dalla data di pubblicazione la presente sentenza sostituisce il titolo esecutivo provvisorio rappresentato dal decreto del Presidente del Tribunale.

Sulla richiesta di risarcimento del danno si osserva quanto segue.

La attrici intendono far valere la responsabilità del convenuto per lesione del rapporto parentale e quindi chiedono il risarcimento di un danno non patrimoniale. La categoria trova oggi riconoscimento in giurisprudenza anche se non è più considerata inquadrabile (come ad esempio nella antesignana pronuncia della Corte di Cassazione data dalla sentenza n. 7713 del 7.6.2000) nel paradigma dell’art. 2043 c.c. Dopo il fondamentale arresto del maggio 2003 della Corte di Cassazione condiviso anche dalla Consulta, che si è pronunciata nel mese di luglio dello stesso anno, Cassazione 31 maggio 2003, n. 8828; n. 8827; Corte Costituzionale 11 luglio 2003 n. 233) la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ., consente di comprendere nell’astratta previsione della norma, non già il solo danno derivante da reato, ma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona : e segnatamente consente di dare riconoscimento a quella categoria di danno, già in dottrina ed in giurisprudenza indicato come esistenziale, che deriva dalla lesione di interessi di rango costituzionale inerenti alla persona, ma inquadrandolo come danno conseguenza e non come danno evento. Si osserva, in particolare, che ove vengano in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, deve escludersi che il risarcimento del danno non patrimoniale che ne consegue sia soggetto al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 c.p., poiché se la lesione abbia inciso su un interesse costituzionalmente protetto la riparazione mediante indennizzo costituisce la forma minima di tutela. Si osserva altresì che il danno non patrimoniale non coincide con la lesione dell’interesse protetto, ma deve identificarsi nella privazione di un valore non economico, ma personale, perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto. Ll danno non patrimoniale, tuttavia, come avvertono le sezioni unite, è da considerarsi categoria generale non suscettibile di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate; l’interpretazione costituzionale dell’art. 2059 c.c., rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili secondo Costituzione e il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico , danno esistenziale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.(Cassazione civile sez. un.11 novembre 2008 n. 26972) L’applicazione di questi principi ormai consolidati nel nostro ordinamento, consente di inquadrare correttamente anche la questione relativa alla risarcibilità del danno da deprivazione genitoriale, derivante cioè dal mancato riconoscimento del figlio naturale ovvero, anche in caso di riconoscimento, oppure nel caso del figlio legittimo, dal difetto di adempimento degli obblighi parentali, per aver fatto mancare a questi ultimi le cure e l’assistenza morale e materiale imposti dagli art. 147 e 148 c.c..

In questi casi la lesione è individuata con riferimento ai valori tutelati dagli art. 29 e 30 della Costituzione ma anche con riferimento ai valori tutelati dall’art. 2 e cioè il diritto dell’individuo di essere tutelato all’interno e nella sua appartenenza ad una di quelle formazioni sociali ove si svolge la personalità. Si tratta invero di una voce di danno di cui è semplice percepire la consistenza e la incidenza: una relazione familiare prima esistente e che quindi arricchiva l’individuo sotto il profilo personale (ed anche economico) viene meno e quindi si può presumere secondo l’id quod plerumque accidit una modificazione in peius della vita del soggetto, non limitata al momento del dolore, ma anche proiettata nel futuro in quanto viene meno l’apporto, l’affetto la cura e l’assistenza che aiutano l’individuo a realizzarsi nel suo complessivo percorso esistenziale. Da tempo peraltro è venuta meno quella tradizionale idea della impermeabilità della famiglia  alle regole della responsabilità aquiliana in nome di una pretesa autosufficienza del diritto di famiglia stesso. Questa impostazione è stata superata dalla Corte di Cassazione in una nota sentenza dell’anno 2005 che ha esplicitamente affermato, ritenendo la responsabilità aquilana del coniuge, che la famiglia non è luogo di compressione e di mortificazione di diritti irrinunciabili, ma una sede di autorealizzazione e di crescita, nell’ ambito della quali i singoli componenti conservano le loro essenziali connotazioni e ricevono riconoscimento e tutela, come persone, in adesione al disposto dell’art. 2 della Costituzione che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’ uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Venuta meno quindi l’idea della impermeabilità della famiglia alle norme di diritto comune, può senz’altro affermarsi che alla violazione dei doveri familiari in quanto determinino una lesioni di beni costituzionalmente protetti si può applicare la regola della responsabilità aquiliana. Di conseguenza sono risarcibili tanto il coniuge che i figli se ricevono dal familiare offese che superino un certo margine di tollerabilità, considerando che all’interno della famiglia le offese minime sono suscettibili di trovare composizione all’ interno della famiglia in forza di quello spirito di comprensione e tolleranza che è parte del dovere di reciproca assistenza. In particolare per quanto riguarda la prole deve osservarsi che il figlio ha diritto a ricevere da entrambi i suoi genitori il mantenimento, vale a dire a ricevere quanto occorre per le esigenze di vita e crescita, secondo le capacità ed il tenore di vita dei genitori; a questo diritto, che secondo autorevole dottrina pur dando luogo a pretese creditorie è classificabile tra i diritti familiari a contenuto non patrimoniale, si aggiunge il diritto a ricevere la educazione e la istruzione necessarie a raggiungere la maturità sociale ed una preparazione culturale confacente alle sue aspirazioni ed inclinazioni, nonché, anche se non espressamente menzionato dal codice, ma desumibile dal sistema, nel contesto dei principi costituzionali e della Convenzioni internazionali, il diritto alla relazione con i genitori e di crescere nella propria famiglia. Questo ultimo diritto è peraltro espressamente enunciato dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184, sulle adozioni. La omissione colpevole dei doveri genitoriali costituisce quindi un comportamento contra jus ed è idonea a determinare la lesione del diritto alla esplicazione della personalità. I doveri parentali sono infatti inderogabili perché funzionali a garantire la crescita dell’individuo, e la formazione di una personalità completa ed armonica in grado inserirsi al meglio una volta adulto nella vita sociale. L’assenza del genitore, che consapevolmente ometta il riconoscimento e comunque l’adempimento dei doveri derivanti dalla procreazione può quindi venire in evidenza sotto un duplice profilo: il danno economico ed il danno esistenziale In diverse occasioni i giudici di merito hanno evidenziato che la consapevolezza di non essere mai stati desiderati come figli determina danno esistenziale per “ l’immotivata e dolorosa privazione di un apporto che la nostra Carta fondamentale garantisce pienamente all’art. 30” ed ancora che indipendentemente dagli aspetti morali, i pregiudizi relativi alla perdita della prospettiva di un inserimento sociale e lavorativo adeguato alla classe socio-economica di appartenenza del padre, sono ricollegabili al deficit non solo di apporti finanziari ma anche di quei consigli, di quei suggerimenti, di quel sostegno morale tali da favorire la formazione di una personalità, di una cultura, di una capacità di intrattenere relazioni sociali di alto livello, direttamente ricollegabili al patrimonio morale e culturale della famiglia paterna Infine l’assenza paterna è stata ritenuta fonte di danno per la perdita di chance, sulla base di elementi di fatto ritenuti idonei a fornire prova per presunzioni (Tribunale Venezia, 30 giugno 2004 Dir. Famiglia 2005, 116 Tribunale Venezia 18 aprile 2006 n. 897 Redazione Giuffrè 2006, App. Bologna, Sez. I, 10/02/2004 Resp. Civ., 2006, 2, 129)

Si deve quindi osservare che risulta dagli atti come subito dopo la morte della madre il S. non ha corrisposto alcunché per il mantenimento delle figlie costringendole alla azione giudiziale. A ciò si aggiunga quell’atteggiamento ostile di cui riferisce il teste C. C. (fidanzato di S. C.) e da lui direttamente osservato quando cercò di ricomporre la lite familiare promuovendo un incontro in un bar e quell’atteggiamento di sospetto tenuto quando le figlie andarono via di casa  mettendo i loro effetti personali in dei sacchi (il padre andò a controllare cosa ci fosse in quei sacchi) Inoltre diversi testi (M., C., C.) riferiscono di un buon tenore di vita e di una vita familiare serena prima della morte della madre e che dopo questo evento le attrici si trasferirono dagli zii (C. V. e M. G.) i quali hanno provveduto a loro (provvedo al pagamento delle spese universitarie… ho provveduto a rifornirle di denaro partendo praticamente da zero…in questi anni alle spese straordinarie quali le spese mediche ho provveduto), che cercarono di ritornare a casa trovando la serratura cambiata, ed in ogni caso il ritorno fu reso impossibile dagli “scatti d’ira” del padre. In altre parole il padre pur non avendole espressamente mandate via di casa, le ha lasciate in un momento molto triste della loro vita e per quanto maggiorenni ancora nelle condizioni di studentesse, senza risorse economiche, sicchè le due giovani si sono affidate alla carità dei parenti, subendo un periodo di difficoltà e di abbattimento psico – fisico tanto che fecero delle analisi complete e per un certo periodo non sono riuscite a studiare (test. C., ma v. anche testimonianza M.). Il padre invero anche in seguito non ha loro dato nulla spontaneamente, se non il pagamento imposto dal Tribunale, non offendo, neppure come manifestazione di intenzione, di rimborsare il cognato delle spese sostenute per le figlie (teste C.) Sussiste quindi tanto il comportamento illecito per violazione dell’obbligo di mantenimento ed assistenza, che il danno non patrimoniale: l’imposizione di un assegno periodico ripara infatti il danno patrimoniale ma non quel momento di grave difficoltà nel sentirsi abbandonate dal padre e quel grave abbattimento (tanto da far temere per la salute) osservato tanto dallo zio che dalla amica M. Deve però anche osservarsi che il danno ha inciso su due ragazze la cui personalità era già quasi completamente formata, sebbene ancora bisognose dell’apporto paterno, e che sono state prontamente rassicurate dalla accoglienza a loro riservata dai parenti, nonché sotto il profilo economico, dalla sussistenza di un provvedimento giudiziale Appare così di giustizia liquidare, a titolo di danno non patrimoniale, per ciascuna di esse in via equitativa la somma di euro 5.000,00 oltre ulteriori interessi dalla data di pubblicazione della sentenza al soddisfo.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo

P.Q.M.

In accoglimento della domanda determina il mantenimento dovuto da S. G. alle figlie come segue: per S. A. nella misura di euro 350,00 mensili così determinato alla data del novembre 2003 oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita ad oggi e fino al conseguimento della autonomia economica; per S. C. nella misura di euro 350,00 mensili così determinato alla data novembre 2003 oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita fino al marzo 2006; da aprile 2006 al luglio 2008 in euro 150,00 mensili oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita.

Condanna S. G. al pagamento delle somme sopra indicate in favore delle figlie detratto quanto già corrisposto in virtù del provvedimento presidenziale dell’8 gennaio 2004

Dispone il pagamento diretto da parte dell’ INPDAP in favore di S. A. della somma ad oggi dovuta pari ad euro 382,20 mensili oltre gli ulteriori adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita

Condanna S. G. al risarcimento del danno non patrimoniale in favore delle attrici che liquida equitativamente in euro 5.000,00 per S. C. ed in euro 5.000,00 per S. A. oltre gli interessi al tasso legale decorrenti dalla data di pubblicazione della sentenza al soddisfo

Condanna S. G. alle spese del giudizio che liquida in euro 320,00 per spese vive euro 1.800,00 per competenze, euro 3.000,00 per onorari oltre spese generali IVA e CPA come per legge

Messina 31 agosto 2009

IL GIUDICE (dott. Rita Russo)

 





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