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SENTENZA
Bollettino di conto corrente: falsità materiale in atto pubblico

Pubblicata da: www.iussit.it


Tribunale Nola
sentenza del 10/07/2009

BOLLETTINO DI CONTO CORRENTE FALSO

FALSITA’ MATERIALE IN ATTO PUBBLICO

[ Tribunale di Nola, GUP dr. G. R. Ulmo, sentenza del 10 luglio 2009]

(Massima a cura dell’avv. Angelo Pignatelli)

FALSITA’ MATERIALE IN ATTO PUBBLICO

Integra il delitto di falsità materiale in atto pubblico la alterazione di una ricevuta di versamento in conto corrente postale, essendo in essa consacrata l’attività svolta dal pubblico ufficiale postale in relazione alla riscossione del pagamento, a nulla rilevando che tale ricevuta non sia sottoscritta dal pubblico ufficiale, atteso che per la ricevuta di versamento tale sottoscrizione non è richiesta come requisito essenziale del documento ed atteso che è comunque possibile individuare l’ente da cui l’atto proviene.

AGGRAVANTE DELLA FIDEFACIENZA

Insussistenza della aggravante in quanto non pare sostenibile che per togliere efficacia probatoria alla ricevuta di versamento in conto corrente postale occorra addirittura intentare un’azione civile di querela di falso e non sia invece sufficiente dimostrare che il pagamento in questione non sia mai stato effettuato.

PECULATO

Ricorre il delitto di peculato allorquando il pubblico ufficiale si appropria di denaro o di altra cosa mobile che già sono entrati nella sua disponibilità per ragioni connesse al suo ufficio o servizio (la disponibilità del bene, in altri termini, preesiste alla condotta illecita di appropriazione) e la sua eventuale condotta fraudolenta serve esclusivamente ad occultare l’illecita appropriazione già avvenuta –

TRUFFA AGGRAVATA ai sensi dell’art. 61 c.p. n° 9

Sussiste, invece tale ipotesi di reato, allorquando il pubblico ufficiale, non avendo già la disponibilità del bene, ne entra in possesso e se ne appropria solo grazie agli artifizi e/o ai raggiri che pone in essere.

Condotta costituita nel ricevere le somme nella qualità di impiegata comunale, e procedere alla falsificazione dei bollettini di versamento in conto corrente postale, al fine di occultare l’avvenuta appropriazione del denaro agli occhi dei privati e dell’ente comunale.

NOZIONE DI PUBBLICO UFFICIALE alla luce degli artt. 357 e 358 c.p.

Ai fini della nozione di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio contano le caratteristiche oggettive della attività effettivamente compiuta e non le qualifiche soggettive rivestite, cosicché è principio assolutamente pacifico che ciò a cui bisogna fare riferimento sono le funzioni che di fatto si esercitano, essendo invece assolutamente irrilevante la qualifica formale del soggetto agente e l’esistenza o meno di una formale e regolare investitura..

Il soggetto che svolge mansioni relative ad un’attività intellettiva di controllo e verifica, nonché anche di manifestazione della volontà della pubblica amministrazione, va qualificata quanto meno come incaricata di un pubblico servizio.

[Tribunale di Nola, GUP Dr. G. R. Ulmo, sentenza del 10 luglio 2009]

TRIBUNALE DI NOLA

(…)

MOTIVI DELLA DECISIONE

Omissis…..

Parte seconda: considerazioni in fatto ed in diritto

Sulla base delle predette risultanze di indagine si possono trarre le seguenti conclusioni in fatto:

1. i bollettini di versamento in conto corrente postale apparentemente utilizzati per il pagamento delle sanzioni amministrative indicati nel capo di imputazione (e rinvenuti, allegati ai relativi verbali di contravvenzione, nella disponibilità della A.) erano indiscutibilmente falsi, come reso evidente dalla circostanza che, in realtà, i versamenti documentati dai bollettini in questione sono risultati assolutamente inesistenti a seguito delle richieste di informazioni inoltrate al CUAS delle Poste Italiane (Centro Unificato Automazione Servizi);

2. l’autrice di tali falsificazioni era l’odierna imputata, come indiscutibilmente accertato mediante la consulenza grafica disposta dal P.M. sui molteplici bollettini che è stato possibile sottoporre a verificazione; e come sostanzialmente confessato dalla stessa imputata, la quale, seppure genericamente, in sede di interrogatorio di garanzia ha ammesso gli addebiti (“Ammetto l’addebito, ma per le condizioni di forte tensione psicologica in cui mi trovo mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Mi riservo di rendere interrogatorio innanzi al P.M., eventualmente, per chiarire tutte le circostanze”: cfr. foglio 17 del fascicolo del P.M.);

3. il modus procedendi, accertato grazie alle dichiarazioni rese ad inizio indagine dal P. e, successivamente, dagli altri soggetti più sopra indicati, era il seguente: la persona che intendeva pagare l’oblazione versava il denaro contante necessario per estinguere la contravvenzione direttamente nelle mani della A. (a volte in più rate), la quale, dopo qualche giorno, consegnava, a comprova del buon fine dell’operazione, la ricevuta del versamento in conto corrente postale; in qualche raro caso (cfr. dichiarazioni di B., C., moglie di Tabxxxx, P.), in cambio del pagamento “a mani” della A., costei aveva fatto risparmiare qualcosa rispetto all’effettivo importo della oblazione da versare (nel bollettino falsificato veniva invece indicato, ovviamente, l’esatto importo dell’oblazione).

* * *

Ciò detto in fatto, in punto di diritto è indubbiamente configurabile il delitto – contestato al capo 2) dell’imputazione - di falsità materiale continuata del pubblico ufficiale fuori dell’esercizio delle sue funzioni) in atto pubblico, essendo assolutamente pacifico nella giurisprudenza di legittimità (formatasi per lo più in materia di pagamento della tassa di circolazione) che la ricevuta di versamento in conto corrente postale integra un atto pubblico in quanto in essa è consacrata l’attività svolta dal pubblico ufficiale postale in relazione alla riscossione del pagamento (Cass., 22.9.1989, Maresca; Cass., 29.11.1988, Cocchetti; Cass., 15.12.1987, De Mauri; Cass., 4.2.1987, Buset; Cass., 4.2.1983, Cerutti), non essendo rilevante che tale ricevuta non sia sottoscritta dal pubblico ufficiale, atteso che per la ricevuta di versamento tale sottoscrizione non è richiesta come requisito essenziale del documento ed atteso che è comunque possibile individuare l’ente da cui l’atto proviene (Cass., 24.2.1988, Taffalini); né è sostenibile che la trasformazione dell’Ente Poste in società per azioni abbia comportato il venir meno della qualifica di pubblico ufficiale nel dipendente postale addetto alla riscossione delle somme (cfr. Cass., sez. 5, n° 11804/03).

Sembra, però, più corretto escludere l’aggravante della fidefacienza dell’atto (anche se, ma senza motivare sul punto, fa riferimento all’ipotesi del comma 2 dell’art. 476 c.p. Cass., sez. 5, n° 11804/03) in quanto non pare sostenibile che per togliere efficacia probatoria alla ricevuta di versamento in conto corrente postale occorra addirittura intentare un’azione civile di querela di falso e non sia invece sufficiente dimostrare che il pagamento in questione non sia mai stato effettuato (ad ogni buon conto, poiché – come si dirà – il reato più grave è quello di peculato, la configurabilità o meno di tale aggravante non assume nel caso di specie particolare rilevanza).

La condotta di appropriazione delle somme di denaro che i soggetti contravvenzionati versavano nelle mani della A. per il pagamento della oblazione, e che quindi in virtù di tale versamento divenivano di appartenenza dell’ente comunale, integra il reato di peculato continuato contestato al capo 1) dell’imputazione.

In punto di diritto va evidenziato che ricorre il delitto di peculato allorquando il pubblico ufficiale si appropria di denaro o di altra cosa mobile che già sono entrati nella sua disponibilità per ragioni connesse al suo ufficio o servizio (la disponibilità del bene, in altri termini, preesiste alla condotta illecita di appropriazione) e la sua eventuale condotta fraudolenta serve esclusivamente ad occultare l’illecita appropriazione già avvenuta; laddove si avrà truffa aggravata ai sensi dell’art. 61 c.p. n° 9 allorquando inveceil pubblico ufficiale, non avendo già la disponibilità del bene, ne entra in possesso e se ne appropria solo grazie agli artifizi e/o ai raggiri che pone in essere (vedi, tra le tante, Cass., sez. 6, n° 6753/97, Finocchi; Cass., sez. 6, n° 5799/95, Ummaro; Cass., 22.3.1999, Greco; Cass., 21.1.1989, Acconcia; Cass., sez. 6, n° 35852/08, Savorgnano).

Nel caso di specie è configurabile il peculato perché la A. riceveva le somme di cui si appropriava nella sua qualità di impiegata addetta a curare le pratiche relative alle sanzioni amministrative dopo l’elevazione del verbale di contravvenzione; e la successiva falsificazione dei bollettini di versamento in conto corrente postale (che venivano allegati ai verbali di contravvenzione), lungi dal costituire l’artifizio attraverso il quale l’imputata acquisiva la disponibilità del denaro, costituiva invece una condotta successiva, avente lo scopo di occultare l’avvenuta appropriazione del denaro agli occhi dei privati (che credevano di aver oblato la contravvenzione) e, ancor più, agli occhi dell’ente comunale (che, in virtù dei falsi bollettini allegati ai verbali di contravvenzione, credeva che l’oblazione fosse stata riscossa).

La circostanza, poi, che secondo la procedura ordinaria il pagamento avvenisse mediante versamento in conto corrente postale non impediva di certo che il versamento dell’oblazione ben potesse anche avvenire – con conseguente ingresso del denaro nel patrimonio della pubblica amministrazione - mediante versamento diretto del denaro nelle mani dell’impiegato comunale che accettasse di assumersi tale responsabilità (non si vede perché l’ente comunale non dovesse poter ricevere il pagamento del suo credito per denaro contante, qualora il cittadino debitore si dimostrasse a ciò disponibile).

Motivo per il quale la A., in quanto impiegata addetta al settore contravvenzioni, nel ricevere a mani proprie i pagamenti delle oblazioni, poneva in essere un comportamento che, pur esulando dalle sue ordinarie competenze, si sostanziava in una prassi di per sé non illegittima, mentre illegittima era solo la successiva appropriazione del denaro ricevuto.

Ed i privati cittadini che consegnavano nelle mani della A. le somme destinate al pagamento dell’oblazione amministrativa, lo facevano non perché indotti in errore da una particolare attività di persuasione che la A., ricorrendo all’inganno, poneva in essere nei loro confronti, ma perché facevano ricorso ad una ben legittima modalità di estinzione del loro debito (pagamento in denaro contante a mani della A., sulla cui qualità di impiegata addetta a curare le pratiche relative alle sanzioni amministrative essi facevano legittimo affidamento).

A tal proposito va evidenziato che solo B., C. - moglie di T. - ed il P. hanno dichiarato che la A., per convincerli a pagare direttamente nelle sue mani, aveva prospettato loro che in tal modo avrebbero risparmiato loro qualcosa rispetto all’effettivo importo della oblazione da versare; mentre tutti gli altri, come si evince dalla lettura di tutti i verbali di sommarie informazioni in atti, recatisi presso l’ufficio dei vigili urbani, si rivolgevano alla A. ed in maniera automatica le consegnavano la somma da pagare.

A nulla vale obiettare che il ricevere in contanti il denaro oggetto di oblazione, pur costituendo una forma valida di esazione del credito, non rientrava tuttavia nelle competenze specificamente attribuite alla A., la quale avrebbe dovuto limitarsi, secondo la procedura ordinaria, ad appurare che i soggetti contravvenzionati avessero versato l’oblazione mediante versamento in conto corrente postale.

Contro tale argomentare va evidenziato che, ai fini della configurabilità del delitto di peculato, il possesso qualificato dalla ragione di ufficio non è solo quello acquisito in virtù di una competenza funzionale specifica del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, ma vi rientra pure quello che sia comunque connesso alla pubblica funzione esercitata: in particolare, è ricompreso in questo ambito anche il possesso che sia insorto a causa dell’affidamento riposto dal privato nella qualifica pubblica del soggetto (cfr., perfettamente in termini, Cass., sez. 6, n° 29461/05, Bancheri; Cass., sez. 6, 4.11.1994, Russo; cfr., infine, la recente Cass., sez. 6, n° 17531/09, Intartaglia); ovvero il possesso fondato su prassi o consuetudini invalse in un determinato ufficio, che consentano al soggetto di inserirsi di fatto nel maneggio o nella disponibilità materiale del bene, tutto ciò valendo finanche nel caso di esercizio di fatto o arbitrario delle funzioni (cfr., tra le più recenti, Cass., sez. 6, n° 20952/09, Ingravalle, pubblicata su Guida al diritto n° 25/09).

Ad ogni buon conto, se pure si volesse ritenere configurabile il delitto di truffa, il reato sarebbe comunque perseguibile d’ufficio perché commesso in violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o pubblico servizio (art. 61 c.p. n° 9) e perché commesso in danno (oltre che del privato che versava il denaro alla A.) anche dell’ente comunale, che a causa del pagamento effettuato nelle mani della A. subiva il pregiudizio consistente nel mancato incasso dell’oblazione (art. 640 c.p. comma 2 n° 1); e la vicenda conserverebbe in pieno il suo disvalore e riceverebbe sostanzialmente il medesimo trattamento sanzionatorio grazie alla presenza dei reati di falso, che diventerebbero, in sede di commisurazione della pena, i reati più gravi.

La difesa ha contestato, in memoria, anche la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio della A., facendosi forza del suo inquadramento nella categiora “B3” e delle mansioni ufficialmente attribuitele in base al contratto stipulato con l’ente pubblico, qualificabili, secondo la tesi difensiva, come prestazioni di opera meramente materiali.

Ma contro tale tesi va obiettato che, alla luce degli artt. 357 e 358 c.p., ai fini della nozione di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio contano le caratteristiche oggettive della attività effettivamente compiuta e non le qualifiche soggettive rivestite, cosicché è principio assolutamente pacifico che ciò a cui bisogna fare riferimento sono le funzioni che di fatto si esercitano, essendo invece assolutamente irrilevante la qualifica formale del soggetto agente e l’esistenza o meno di una formale e regolare investitura (cfr., tra le tante, Cass., 13.11.1981, Peri; Cass., 13.11.1984, Mura; Cass., 25.10.1989, Topa; Cass., 19.6.1990, Susco; Cass., sez. 4, 26.9.1994, Gabrieli; Cass., sez. 2, 11.10.1984, Bucci).

Orbene, nel caso di specie è assolutamente pacifico (cfr. pagina 2 dell’informativa del 9.3.2009) che, al di là della sua qualifica formale e quand’anche solo di fatto, la A. espletava le seguenti mansioni: dopo la relativa annotazione sull’apposito registro, le venivano consegnati i verbali di contravvenzione, e lei aveva il compito di accertare l’avvenuto pagamento dell’oblazione per la violazione di cui al verbale, ovvero di seguire l’eventuale presentazione di ricorsi, di provvedere all'invio dell'ingiunzione di pagamento ed all’eventuale iscrizione a ruolo con l'imposizione del pagamento.

E, d’altronde, come si evince dai verbali di sommarie informazioni, tutti i contravventori che volevano oblare venivano automaticamente indirizzati alla Ambrosio (cfr., per tutti, le dichiarazioni del P.).

Orbene, le mansioni sopra indicate tutto sembrano fuorché mere mansioni di ordine o, comunque, meramente materiali, sostanziandosi invece in un’attività intellettiva di controllo e verifica, nonché anche di manifestazione della volontà della pubblica amministrazione (vedi l’invio delle ingiunzioni di pagamento e le iscrizioni a ruolo).

Resta pertanto confermato che la A. debba essere qualificata quanto meno come incaricata di un pubblico servizio.

Parte terza: le sanzioni

La difesa dell’imputata ha depositato alla odierna udienza una missiva, datata 4.7.2009 ed inviata al difensore della parte civile, con la quale veniva formulata una proposta transattiva di risarcimento del danno che prevedeva l’immediato versamento all’ente comunale di euro 6.000 ed il pagamento della restante somma, fino a concorrenza di euro 15.000, mediante rate mensili da coprirsi con l’emissione di cambiali: il Comune di XXX ha rifiutato tale offerta, sia in ragione dell’esiguità della somma sia in ragione delle modalità di pagamento proposte.

L’imputata ha allora versato la somma di 6.000 euro su di un suo conto corrente che, come si dirà a breve, è stato destinatario di un decreto di sequestro preventivo.

Ritiene questo giudice che non siano integrati gli estremi dell’attenuante dell’art. 62 c.p. n° 6 in quanto la proposta in questione, se anche fosse stata accettata dal Comune, non avrebbe comportato l’intero risarcimento del danno prima del giudizio (si ribadisce che la cifra che l’imputata proponeva di versare immediatamente era di soli 6.000 euro).

Va tra l’altro evidenziato che il versamento della somma di 6.000 euro effettuato dall’imputata, a seguito del rifiuto della proposta, sul proprio conto corrente destinatario del decreto di sequestro non equivale ad una valida messa a disposizione dell’ente comunale della somma (comunque legittimamente) rifiutata.

Invero, atteso che oggetto di sequestro non è stato il conto corrente in sé (d’altronde, se così fosse stato, l’imputata non avrebbe nemmeno potuto versarvi la somma in questione), bensì il denaro su di esso depositato fino a concorrenza della somma di euro 13.230,40, è discutibile che tale sequestro si possa automaticamente considerare esteso alle somme depositate in un momento successivo all’esecuzione del decreto di sequestro (in quel momento sul conto vi erano solo 1.189,30 euro: cfr. verbale di esecuzione del sequestro datato 2.4.2009) senza un nuovo atto di esecuzione; ma, ad ogni buon conto, ciò che più conta è che il sequestro, e la successiva confisca, sono ovviamente a favore dello Stato, e non dell’ente comunale, per cui i 6.000 euro sono stati, al più, messi a disposizione dello Stato e non del Comune.

In conclusione, dell’offerta transattiva in questione si può solo tenere conto, unitamente alla generica ammissione degli addebiti, per giustificare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

La riduzione di pena, tuttavia, dovrà essere operata in misura inferiore a quella massima - pari cioè ad 1/3 – prevista dalla legge per le attenuanti, se si tiene conto:

1) della tardività della proposta transattiva (intervenuta solo nelle more tra l’udienza del 30.6.2009 e l’udienza odierna);

2) della esiguità della somma offerta in contanti;

3) della mancata valida messa a disposizione dell’ente comunale della somma offerta e (legittimamente) rifiutata;

4) che l’ammissione degli addebiti da parte dell’imputata è intervenuta allorquando le prove nei suoi confronti erano oramai già a dir poco consistenti (accertata inesistenza dei versamenti; accertata - mediante consulenza grafologica - appartenenza alla sua mano della grafia con la quale sono stati compilati i falsi bollettini di versamento in conto corrente postale; dichiarazioni delle persone che le hanno consegnato il denaro);

5) che tale ammissione è stata assolutamente generica, senza alcun effettivo contributo ad un ulteriore possibile sviluppo delle indagini o comunque alla chiarificazione dei dettagli della vicenda (in sede di interrogatorio di garanzia la A., dopo aver ammesso gli addebiti, si avvaleva della facoltà di non rispondere, riservandosi di rendere interrogatorio dinanzi al P.M.; ma poi, successivamente convocata a tal fine dall’organo dell’accusa in data 7.4.2009, si avvaleva nuovamente della facoltà di non rispondere: cfr. foglio n° 19 del fascicolo del P.M.).

I reati contestati possono essere considerati avvinti, in virtù del favor rei, dall’esistenza di una identità del disegno criminoso (stesse norme violate, identità delle condotte, relativa vicinanza temporale di esse), pur non potendosi non considerare che ci troviamo ai limiti della abitualità nel reato.

Il reato più grave può essere individuato nell’episodio di peculato attinente alla somma di 1.032 euro versata da F. in data 13.3.2008, relativa al numero di verbale n° 44 del 19.1.2008 (si tratta, invero, della appropriazione più antica tra quelle di entità più elevata).

Alla luce dei criteri dell’art. 133 c.p., si stima equa per il predetto episodio di peculato la pena base di anni tre mesi due di reclusione (la gravità della vicenda e l’entità della somma oggetto di appropriazione giustificano abbondantemente l’irrogazione di una pena eccedente, in fin dei conti, di appena due mesi il minimo edittale), che va ridotta per le circostanze attenuanti generiche ad anni due mesi cinque di reclusione.

Tale pena deve essere aumentata ad anni due mesi sei di reclusione (aumento di un mese) in relazione al reato di falso collegato all’episodio di peculato in questione.

Deve poi essere ulteriormente aumentata quantomeno di mesi due di reclusione per ciascuno degli ulteriori episodi accertati di peculato e di falso a ciascun peculato collegato (alla luce della gravità di ciascun episodio e della vicenda nel suo complesso un aumento di tal fatta è fin troppo contenuto), così da arrivare ad un aumento complessivo di anni sei mesi sei di reclusione, che, sommato alla pena di cui sopra, dà una pena finale di anni nove di reclusione.

Tale pena, a seguito della riduzione per il rito, diviene pari ad anni sei di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Alla condanna consegue, ai sensi degli artt. 31 e 37 c.p., l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata della pena principale inflitta per il reato più grave (anni due mesi cinque di reclusione, e cioè mesi 29), e quindi, tenuto anche conto della riduzione per il rito, per anni uno mesi sette e giorni dieci (cfr., Cass., sez. 1, 9.11.1995, n° 12741, Triolo: ai fini della applicazione delle pene accessorie bisogna tenere conto, nel caso di reato continuato, solo della pena inflitta per il reato più grave, ovviamente tenendo conto anche della riduzione di 1/3 per il rito).

Ai sensi dell’art. 537 c.p.p. va dichiarata la falsità dei bollettini di versamento in conto corrente postale acquisiti al fascicolo e se ne dispone la totale cancellazione.

Va disposta la confisca della somma di denaro in sequestro, depositata sul conto corrente XXXXXXX acceso presso la filiale di XXXX, di cui è titolare la A..

Vanno a tal proposito condivise le motivazioni addotte nel decreto di sequestro, e cioè che, poiché nel caso di specie il profitto del delitto di peculato è consistito in somme di denaro e poiché il denaro è un bene fungibile, la confisca del denaro fino all’ammontare della somma complessiva di cui si è accertata l’appropriazione da parte della A. (pari ad euro 13.230,40, cifra corrispondente all’addizione delle somme riportate nei bollettini – indicati nel capo 2) dell’imputazione - di cui si è accertata la falsificazione), non costituisce confisca per equivalente del profitto (non possibile per il delitto di peculato), bensì confisca diretta di esso (cfr. Cass., sez. 6, n° 30966/07; Cass., sez. 5, n° 41370/08).

Va, inoltre, disposta la confisca e la distruzione degli altri beni in sequestro (PC assemblato, stampante a colori, scanner: cfr. informativa dell’11.3.2009 e l’allegato verbale di perquisizione e sequestro, foglio 10 del fascicolo del P.M.), presumibilmente utilizzati per la falsificazione dei bollettini di pagamento.

Alla affermazione della penale responsabilità dell’imputata consegue la sua condanna al risarcimento dei danni, patrimoniali ed all’immagine, subiti dalla costituita parte civile, Comune di XXXXXX.

Tali danni saranno esattamente quantificati (anche con riferimento agli interessi maturati sulle singole somme di volta in volta oggetto di appropriazione) in separata sede dal giudice civile: ma, tuttavia, ai sensi del comma 2 dell’art. 539 c.p., su richiesta della parte civile, può essere sin da ora liquidata, a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva ai sensi dell’art. 540 c.p.p. comma 2, la somma di euro 30.000 alla attualità, tenuto conto dell’entità della somma capitale oggetto di appropriazione (euro 13.230,40) e del consistente danno all’immagine subito dall’ente comunale.

Può essere accolta anche l’ulteriore richiesta, avanzata dalla parte civile ai sensi degli artt. 536 c.p.p., 36 e 186 c.p., di pubblicazione di questa sentenza per una volta, per estratto ed a spese dell’imputata, sul quotidiano “Il Mattino”, edizione di Napoli (ritenendosi sufficiente ed equo limitare a questa sola pubblicazione la richiesta che la parte civile aveva invece più ampiamente formulato).

Il tutto oltre al pagamento delle spese processuali dalla parte civile sostenute, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Letti gli artt. 442, 533, 535 c.p.p., dichiara A. colpevole dei reati a lei ascritti e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, riconosciuto altresì il vincolo della continuazione, la condanna alla pena di anni sei di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Letti gli artt. 31 e 37 c.p., dichiara la predetta interdetta dai pubblici uffici per la durata di anni uno mesi sette e giorni dieci.

Letto l’art. 537 c.p.p., dichiara la falsità dei bollettini di versamento in conto corrente postale acquisiti al fascicolo e ne dispone la totale cancellazione nelle forme di cui all’art. 675 c.p.p.

Dispone la confisca della somma di denaro in sequestro, depositata sul conto corrente XXXXXXX acceso presso la filiale di XXXXX, intestato ad A..

Dispone la confisca e la distruzione delle altre cose in sequestro.

Letti gli artt. 538 ss c.p.p., condanna A. al risarcimento dei danni subiti dalla costituita parte civile, patrimoniali ed all’immagine, da liquidarsi in separata sede, oltre al pagamento delle spese processuali dalla parte civile sostenute, che si liquidano in euro 2.000 per diritti ed onorari, oltre a rimborso forfetario del 12,5%, IVA e CNAP su diritti ed onorari.

Letto l’art. 539 c.p.p., su richiesta della parte civile, condanna l’imputata al pagamento in favore della parte civile medesima di una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad euro 30.000 alla attualità, oltre ad interessi legali dalla data odierna fino al soddisfo.

Letti gli artt. 536 c.p.p., 36 e 186 c.p., dispone la pubblicazione di questa sentenza per una volta, per estratto ed a spese dell’imputata, sul quotidiano “Il Mattino”, edizione di Napoli.

Nola, 10.7.2009

Il Giudice per le Indagini Preliminari

Dr. Francesco Gesuè Rizzi Ulmo

 





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