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SENTENZA
IVA. Avviso di accertamento rettifica dichiarazione Iva. Costituzione tardiva - validità elementi indiziari contabilità in nero.

Pubblicata da: Dott. Rag. Luigi Risolo


Corte di cassazione civile
sentenza 17365/09 del 24/07/2009

IVA. Avviso di accertamento in rettifica della dichiarazione Iva. Costituzione tardiva dell’intimato. Validità degli elementi indiziari scaturenti dalla contabilità in nero

Nota a Sentenza.

Con la Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione Tributaria Civile – del 24 Luglio 2009, n. 17365, a seguito di ricorso proposto dal Ministero delle Finanze – Agenzia delle Entrate – avverso la decisione della Commissione Tributaria Regionale della Campania in merito all’accoglimento “dell'opposizione proposta dalla contribuente … (Omissis) in relazione ad avviso di accertamento in rettifica della dichiarazione presentata a fini IVA. per l'anno d'imposta 1994” ( cfr. testo della sentenza ), e premesso che la controricorrente si è tardivamente costituita, presentando, giusta memoria, vengono accolti i motivi del ricorrente e deciso quanto di seguito, per sommi capi, riportato:


- in merito alla tardiva costituzione del ricorrente ( contribuente ) si stabilisce che la produzione documentale ex art. 372 c.p.c. e della memoria ex art. 378 c.p.c depositati dalla controricorrente è inammissibile qualora esse siano tardivamente depositate, e il solo deposito della procura, nei termini, del difensore, non può costituire sanatoria della mancanza procedurale. Infatti l’articolo 370, del Codice di Procedura Civile, intitolato del “Controricorso”, al primo comma sancisce che “La parte contro la quale il ricorso e' diretto, se intende contraddire, deve farlo mediante controricorso da notificarsi al ricorrente nel domicilio eletto entro venti giorni dalla scadenza del termine stabilito per il deposito del ricorso. In mancanza di tale notificazione, essa non puo' presentare memorie, ma soltanto partecipare alla discussione orale”.“Ne consegue che la validità della costituzione dell'intimato come nella specie avvenuta dopo la scadenza del termine suddetto e prima del giorno fissato per l'udienza di discussione esige, come condizione indefettibile, che l'intimato medesimo partecipi concretamente alla discussione orale, sanando così, con effetto ex nunc, l'irrituale attività processuale compiuta nelle more (v. Cass., 28/5/1980, n. 3513), salvo che non si tratti di atti e documenti riguardanti l'ammissibilità del ricorso per cassazione, nel qual caso i documenti stessi possono essere esaminati e valutati dalla Corte (v. Cass., 21/6/2002, n. 9093)” ( cfr sentenza ).

  1. in secondo luogo, vengono eccepiti a carico del controricorrente la violazione e falsa applicazione degli artt. 54(1) e seguenti del Decreto del Presidente della Repubblica 26 Ottobre 1972, n. 633 – “Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto”, concernenti la disciplina ed il trattamento delle dichiarazioni Iva;
  2. violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e seguenti del Codice Civile ( contenuti nel Libro Sesto “Della tutela dei diritti”, Titolo II “Delle prove”, Capo IV “Delle presunzioni”), dove, in effetti, nel citato articolo, intitolato della “nozione”, viene sancito che “Le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato” ( cfr. Consiglio di Stato, Sezione VI, decisione 12 Gennaio 2009, n. 38 ).

Queste due violazioni contestate ed accolte dalla Suprema Corte vengono riferiti all'art. 360(2) cod. proc. Civ., intitolato delle “Sentenze impugnabili e motivi di ricorso”, 1° co. n. 3, il quale sancisce che “Le sentenze pronunciate in grado d'appello o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per cassazione: …per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro…;  nonché al principio dell’omessa o insufficiente motivazione, in riferimento all'art. 360, 1° co. n. 5, c.p.c ( “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”).

L’ultimo punto, da rilevare, è il rilevamento da parte della Guardia di Finanza di documenti contabili del contribuente non facenti capo alla contabilità ufficiale ma ad una cosiddetta parallela.

Orbene, in tema di contabiltà “in nero”, è stato, già in passato sancito, dalla giurisprudenza di legittimità, che il ritrovamento di documenti ed appunti personali ed informali dell’imprenditore, rilevanti ai fini delle operazioni contabili costituiscono elementi probatori contro di esso. Alla stessa stregua è considerato il ritrovamento di dati contabili non ufficiali contenuti in supporti informatici quali ad esempio i “floppy disk” ( come nella fattispecie concreta ).

Perciò, il rilevamento, da parte degli organi preposti ( Guardia di Finanza ) di operazioni contabili “in nero” innesca di per sé ed in via automatica ogni meccanismo di accertamento delle imposte evase, da quelle sui redditi a quelle Iva, con contestazione immediata a carico del contribuente; tuttavia  “la parte contro cui gioca la presunzione è ammessa a fornire tuttavia la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l'idoneità nel caso concreto di quest'ultima a vincerla. Incombe alla parte in cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria al riguardo, idonea a vincerla” ( cfr testo sentenza ); è ovvio che nel caso in cui il contribuente non sia in grado di fornire tali elementi al Giudice, varrà la pretesa dell’Ente Impositore i tributi.

 

Dott. Rag. Luigi Risolo

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TRIBUTARIA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati;
… omississ …
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso 8995-2005 proposto da:
Ministero dell'Economia e delle Finanze, in persona del Ministro pro tempore, Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliati in ... Via … (...) presso l'Avvocatura Generale dello Stato, che li rappresenta e difende ope legis;
- ricorrenti -
contro
(Omissis), elettivamente domiciliato in ... (Omissis), presso lo studio dell'avvocato (Omissis) che lo rappresenta e difende, procura speciale Notaio … ;
- resistente -
avverso la sentenza n. 109/2002 della Comm.Trib.Reg. di NAPOLI, depositata il 20/09/2002;
udita, la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/05/2009 dal Consigliere … ;
udito per il resistente l'Avvocato ..., che ha chiesto l'inammissibilità o il rigetto del ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale … , che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 20/9/2002 la Commissione Tributaria Regionale della Campania respingeva il gravame interposto dall'Ufficio delle entrate di Av. nei confronti della pronunzia della Commissione Tributaria Provinciale di Avellino di accoglimento dell'opposizione proposta dalla contribuente sig.ra (Omissis) in relazione ad avviso di accertamento in rettifica della dichiarazione presentata a fini I.V.A. per l'anno d'imposta 1994.
Avverso la suindicata sentenza del giudice dell'appello il Ministero delle Finanze e l'Agenzia delle entrate propongono ora ricorso per cassazione, affidato ad unico motivo.
Si è tardivamente costituita la ..., che ha depositato anche memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Va preliminarmente dichiarata l'inammissibilità della produzione documentale ex art. 372 c.p.c. e della memoria ex art. 3 78 c.p.c. depositati dalla controricorrente, tardivamente costituitasi.
Risponde infatti ad orientamento consolidato in giurisprudenza di legittimità che, ai sensi del primo comma dell'art. 370 c.p.c., alla parte contro la quale è diretto il ricorso, la quale non abbia depositato il controricorso ma solo la procura al difensore, nel periodo che va dalla scadenza del termine per la proposizione del controricorso alla data fissata per la discussione del ricorso per cassazione è preclusa qualsiasi attività processuale, sia essa diretta alla costituzione in giudizio - anche se soltanto ai fini della partecipazione alla discussione orale - o alla produzione di documenti e memorie ai sensi degli artt. 372 e 378 c.p.c. (v. Cass., Sez. Un., 11/4/1981, n. 2114; Cass., 28/5/1980, n. 3513; Cass., 9/8/1962, n. 2486).
Ne consegue che la validità della costituzione dell'intimato come nella specie avvenuta dopo la scadenza del termine suddetto e prima del giorno fissato per l'udienza di discussione esige, come condizione indefettibile, che l'intimato medesimo partecipi concretamente alla discussione orale, sanando così, con effetto ex nunc, l'irrituale attività processuale compiuta nelle more (v. Cass., 28/5/1980, n. 3513), salvo che non si tratti di atti e documenti riguardanti l'ammissibilità del ricorso per cassazione, nel qual caso i documenti stessi possono essere esaminati e valutati dalla Corte (v. Cass., 21/6/2002, n. 9093).
Orbene, nella specie l'intimata tardivamente costituitasi, dopo avere nei propri scritti difensivi sollevato eccezione di giudicato esterno e censure concernenti il merito, non ha poi partecipato invero alla discussione, sicché non si è verificata la condizione legittimante la sanatoria de qua.
Con unico motivo i ricorrenti denunziano violazione e falsa applicazione degli artt. 54 d.p.r. n. 633 del 1972, 2727 ss. c.c., in riferimento all'art. 360, 1° co. n. 3, c.p.c.; nonché omessa o insufficiente motivazione, in riferimento all'art. 360, 1° co. n. 5, c.p.c.
Si dolgono che il giudice dell'appello abbia immotivatamente ritenuto difettare i requisiti di gravità, precisione e concordanza degli elementi utilizzati ai fini della rettifica, e "trascurato di considerare i numerosi elementi di fatto evidenziati dall'Amministrazione in sede d'appello, puntualmente indicati nel provvedimento impugnato e nel verbale della Guardia di Finanza ... In particolare, è stato ignorato il fatto che è dal raffronto tra i dati nominativi desunti dalla documentazione rinvenuta presso la contribuente (ed in particolare nei floppy disk costituenti l'archivio corrente della ditta) e quelli rilevati presso la conservatoria dei registri immobiliari di Av. è emerso che è stato eseguito un notevole numero (1413) di pratiche relative a visure immobiliari che non hanno trovato alcun riscontro nella documentazione contabile della contribuente. Del pari ... hanno totalmente ignorato il fatto, pure evidenziato nell'appello dell'Amministrazione, che la determinazione è stata eseguita sulla base di "documentazione rinvenuta nell'archivio in riferimento a preventivi e riepiloghi di prestazioni rese tenendo conto del grado di difficoltà e dei dispendio di tempo occorrente per il completamento di ciascuna operazione"".
Il motivo è fondato nei termini di seguito indicati.
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, il ritrovamento da parte della Guardia di Finanza, sia presso la sede dell'impresa (v. Cass., 8/9/2006, n. 19329) che in locali diversi da quelli societari (v. Cass., 18/12/2006, n. 27061; Cass., 20/1272002, n. 19598), di una "contabilità parallela" a quella ufficialmente tenuta dalla società sottoposta a verifica fiscale legittima di per sé, a prescindere cioè dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso al cd. accertamento induttivo di cui all'art. 39, 2° e 3° co., d.p.r. n. 600 del 1973 (v. Cass., 20/12/2003, n. 19598).
Trattasi invero di dati e notizie da cui possono essere desunte omissioni o false o inesatte indicazioni, atteso che fermi restando i limiti di efficacia delle scritture contabili delle imprese soggette a registrazione anche le altre scritture provenienti dall'imprenditore possono operare come prova contra se (cfr. Cass., 25/3/2009, n. 7184).
Si è più in particolare precisato che la cd. contabilità "in nero", risultante da appunti personali ed informali dell'imprenditore ovvero come nella specie in indicazioni contenute in floppy disk, costituisce valido elemento indiziario dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti della legge {v. Cass., 30/1/2006, n. 1987).
Tra le scritture contabili disciplinate dagli artt. 2709 ss. c.c. vanno infatti ricompresi tutti i documenti che registrano, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d'impresa ovvero rappresentano la situazione patrimoniale dell'imprenditore e il risultato economico dell'attività svolta (v. Cass., 20/12/2003, n. 19598).
Spetta invero al contribuente, in tale ipotesi, fornire prova contraria (v. Cass., 1°/12/2006, n. 25610).
Orbene, nel limitarsi ad affermare che "Nel caso in esame le presunzioni semplici sono rimaste tali, senza poter riscontrare i requisiti di gravità, precisione e concordanza previste dalla legge idonei a giustificare la pretesa fiscale" e che "l'Ufficio non ha provveduto ad effettuare i controlli incrociati fra i nominativi rilevati dai floppies disk ed i clienti che avrebbero ricevuto la prestazione, non vi sono stati accertamenti di carattere bancario, e manca il controllo con i nominativi di notai, enti e banche che hanno richiesto la visura, quindi le presunzioni sono rimaste pure e semplici", oltre a fornire una motivazione assolutamente generica, apodittica ed incongrua risolventesi in una motivazione in realtà meramente apparente, il giudice dell'appello ha disatteso invero i suindicati principi, trascurando la rilevanza dei floppy disk nella specie rinvenuti dalla Guardia di Finanza in sede di verifica, non assegnando alla prova presuntiva ed alla relativa regola di ripartizione probatoria sopra delineati il rispettivo corretto significato alla stregua della massima consolidata in giurisprudenza di legittimità secondo cui le presunzioni non costituiscono, come affermato in giurisprudenza di legittimità e posto in rilievo anche in dottrina, uno strumento probatorio di rango "secondario" nella gerarchia dei mezzi di prova e "più debole" rispetto alla prova diretta o rappresentativa (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., Sez, Un., 24/3/2006, n. 6572).
Va al riguardo anzi sottolineato come, diversamente da quest'ultima, l'efficacia probatoria delle presunzioni prescinde invero dal prudente apprezzamento ex art. 116 c.p.c. e dalla regola del libero convincimento del giudice, risultando determinata dal mero ricorrere dei presupposti fissati dalla legge (es., art. 2729 c.c.), sufficiente a far ritenere il fatto presunto provato, senza che il giudice debba o possa richiedere ulteriori prove alla parte in cui favore la presunzione opera.
Alla stessa stregua delle presunzioni legali, la presunzione vale nel caso a facilitare in realtà l'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria.
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, la presunzione semplice e la presunzione legale iuris tantum si distinguono infatti unicamente in ordine al modo di insorgenza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev'essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge, non abbisognando pertanto della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi.
Una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l'una e l'altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l'onere della prova contraria (v. Cass., 27/11/1999, n. 13291. Diversamente, nel senso che attraverso lo schema logico della presunzione la legge non vuole imporre conclusioni indefettibili ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell'operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto, mentre quando queste regole si irrigidiscono - assumendo consistenza di normazione positiva - si ha un fenomeno qualitativamente diverso, e dalla praesumptio hominis si passa nel campo della presunzione legale, v. peraltro Cass., 16/3/1979, n. 1564).
A tale stregua, la presunzione solleva cioè la parte che ne sarebbe onerata ex art. 2697 c.c. dal provare il fatto previsto, che -come posto in rilievo in dottrina- deve considerarsi provato ove provato il "fatto base".
La presunzione, in assenza di prova contraria (quando, come nel caso, ammessa) impone pertanto al giudice di ritenere provato il fatto previsto, senza consentirgli la valutazione ai sensi dell'art. 113 c.p.c.
Se dispensa la parte che intende avvantaggiarsi dagli effetti favorevoli collegati al fatto dall'onere di provare quest'ultimo, la presunzione non dispensa peraltro anche dall'onere di allegare il medesimo.
Come da questa Corte ripetutamente affermato, in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito incontra il solo limite del principio di probabilità.
Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l'unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva (in tal senso v. peraltro Cass., 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088), ma è sufficiente che l'operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026), basate sull'id quod plerumque accidit (v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082).
In presenza di tale allegazione il giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla base della tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo statistico (che richiama l'istituto proprio dell'ordinamento tedesco all'Anscheinsbeweis), provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una "apparenza" basata sul tipico decorso degli avvenimenti.
La parte contro cui gioca la presunzione è ammessa a fornire tuttavia la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l'idoneità nel caso concreto di quest'ultima a vincerla.
Incombe alla parte in cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria al riguardo, idonea a vincerla.
Avuto in particolare riguardo alla materia tributaria, e specificamente alla rettifica delle dichiarazioni ai fini IVA, l'infedeltà, ai sensi dell'art. 54 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, è accertata nei modi ivi previsti, anche mediante dati e notizie raccolti con le modalità stabilite dall'art. 51 del medesimo d.p.r. ovvero con ricorso a presunzioni semplici, a conforto delle quali l'Ufficio non è tenuto ad offrire altre prove "concrete", ma è il contribuente tenuto ad offrire la prova contraria (v. Cass., 10/6/2008, n. 15299; Cass., 24/1/2007, n. 1575. V. altresì Cass., 8/9/2006, n. 19329).
Nel caso in esame, alla stregua delle emergenze dalla documentazione concernente "n. 1413 pratiche relative a visure immobiliari svolte nell'esercizio di impresa nei confronti dei vari committenti" e i "dati nominativi rilevati da "floppies disk" in possesso della ditta" nonché quelli "desunti presso la conservatoria dei RR.II. di Av.", incombeva allora alla società contribuente odierna controricorrente fornire la prova contraria idonea a vincere la prova presuntiva a suo sfavore.
Nessun elemento risulta tuttavia dal!'impugnata sentenza essere stato al riguardo in contrario dalla medesima dedotto e provato, essendo pertanto il giudice è tenuto a ritenere sussistente quanto oggetto di prova presuntiva (v. Cass., 27/11/1999, n. 13291), la valutazione ex art. 116 c.p.c. da parte del medesimo potendo operare solamente all'esito della prova contraria data dal soggetto contro cui gioca la presunzione (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).
Dell'impugnata sentenza s'impone pertanto la cassazione, con rinvio ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale dei Lazio, che procederà a nuovo esame, e provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa l'impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Campania.

(1) Art. 54 ( D.P.R. 633/72 ) Rettifica delle dichiarazioni: 1. L'ufficio dell'imposta sul valore aggiunto procede alla rettifica della dichiarazione annuale presentata dal contribuente quando ritiene che ne risulti una imposta inferiore a quella dovuta ovvero una eccedenza detraibile o rimborsabile superiore a quella spettante.
2. L'infedeltà della dichiarazione, qualora non emerga o direttamente dal contenuto di essa o dal confronto con gli elementi di calcolo delle liquidazioni di cui agli articoli 27 e 33 e con le precedenti dichiarazioni annuali, deve essere accertata mediante il confronto tra gli elementi indicati nella dichiarazione e quelli annotati nei registri di cui agli articoli 23, 24 e 25 e mediante il controllo della completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni sulla scorta delle fatture ed altri documenti, delle risultanze di altre scritture contabili e degli altri dati e notizie raccolti nei modi previsti negli articoli 51 e 51-bis. Le omissioni e le false o inesatte indicazioni possono essere indirettamente desunte da tali risultanze, dati e notizie a norma dell'art. 53 o anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti. 3. L'ufficio può tuttavia procedere alla rettifica indipendentemente dalla previa ispezione della contabilità del contribuente qualora l'esistenza di operazioni imponibili per ammontare superiore a quello indicato nella dichiarazione, o l'inesattezza delle indicazioni relative alle operazioni che danno diritto alla detrazione, risulti in modo certo e diretto, e non in via presuntiva, da verbali, questionari e fatture di cui ai numeri 2), 3) e 4) dell'art. 51, dagli elenchi allegati alle dichiarazioni di altri contribuenti o da verbali relativi ad ispezioni eseguite nei confronti di altri contribuenti, nonché da altri atti e documenti in suo possesso. 4. Se vi è pericolo per la riscossione dell'imposta l'ufficio può provvedere, prima della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione annuale, all'accertamento delle imposte non versate in tutto o in parte a norma degli articoli 27 e 33. Le disposizioni del precedente periodo non si applicano nei casi previsti dall'articolo 60, sesto comma. 5. Senza pregiudizio dell'ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti dall'articolo 57, l'ufficio dell'imposta sul valore aggiunto, qualora dalle segnalazioni effettuate dal centro informativo delle tasse e delle imposte indirette sugli affari, dalla Guardia di finanza o da pubbliche amministrazioni ed enti pubblici oppure dai dati in possesso dell'anagrafe tributaria, risultino elementi che consentono di stabilire l'esistenza di corrispettivi in tutto o in parte non dichiarati o di detrazioni in tutto o in parte non spettanti, può limitarsi ad accertare, in base agli elementi predetti, l'imposta o la maggiore imposta dovuta o il minor credito spettante.
6. abrogato 7. Gli avvisi di accertamento parziale possono essere notificati mediante invio di lettera raccomandata con avviso di ricevimento. La notifica si considera avvenuta alla data indicata nell'avviso di ricevimento sottoscritto dal destinatario ovvero da persona di famiglia o addetto alla casa. 8. Gli avvisi di accertamento parziale sono annullati dall'ufficio che li ha emessi se, dalla documentazione prodotta dal contribuente, risultano infondati in tutto o in parte.

 

(2) Articolo così modificato dal Dlgs. 40/2006.
Il testo precedente recitava:
"Art. 360. (Sentenze impugnabili e motivi di ricorso)
Le sentenze pronunziate in grado d'appello o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per Cassazione:
1) per motivi attinenti alla giurisdizione;
2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non e` prescritto il regolamento di competenza;
3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto;
4) per nullita` della sentenza o del procedimento;
5) per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio.
Puo` inoltre essere impugnata con ricorso per Cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d'accordo per omettere l'appello; ma in tal caso l'impugnazione puo` proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto."

Cfr. Cassazione Civile, sez. III, sentenza 18 luglio 2007, n. 16002, Cassazione Civile, sez. III, sentenza 19 febbraio 2009, n. 4122 e Cassazione Civile, sez. III, sentenza 9 aprile 2009, n. 8689.





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