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SENTENZA
Responsabilita' penale dello spacciatore

Pubblicata da: Dott. Leonardo Naimo


Corte di cassazione penale
sentenza 22676/09 del 29/05/2009

 NOTE ALLA SENTENZA  29 MAGGIO 2009, N. 22676

La sentenza in commento si pone come dirimente dei delicati problemi interpretativi sorti sulla natura della responsabilità ex art. 586 c.p. L’occasione di chiarire in maniera definitiva e generale il titolo della responsabilità dell’articolo in oggetto, è originata da una fattispecie relativa alla responsabilità penale dello spacciatore in conseguenza di cessione di sostanza stupefacente cui ha fatto seguito la morte dell’assuntore.

L’articolo 586 c.p., rubricato ‹‹morte o lesioni come conseguenza di altro delitto›, letteralmente dispone che ‹‹quando da un fatto preveduto dalla legge come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’art. 83 c.p. (aberratio delicti), ma le pene stabilite dagli artt. 589 e 590 c.p. sono aumentate››.

Relativamente alla natura e al criterio di imputazione della responsabilità per la morte o le lesioni non volute, sono state avanzate in  dottrina e in giurisprudenza diversi orientamenti. La Suprema Corte con la sentenza 29 maggio 2009, n. 22676 confuta tutte le diverse teorie prospettate, e propone una nuova chiave di lettura della natura dell’art. 586 c.p.

Teoria della responsabilità oggettiva.

Il primo e più risalente orientamento giurisprudenziale ravvisava nell’art. 586 c.p. un caso di responsabilità oggettiva, riconducibile al disposto del comma terzo, dell’art. 42 c.p. La norma da ultimo citata, dopo aver sancito al secondo comma che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se non l’ha commesso con dolo, salvo i casi di delitto preterintenzionale o colposo, dispone che ‹‹la legge determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente, come conseguenza della sua azione od omissione››. I primi commentatori individuarono in tale disposizione la matrice di una responsabilità penale, diversa da quella dolosa o colposa indicata nel precedente comma, e fondata sul puro rapporto causale tra azione od omissione ed evento. Orbene, il reato di cui all’art. 586 c.p. venne, per lungo tempo, ricondotto ad una ipotesi di responsabilità oggettiva: accertato il delitto di base doloso, la morte o le lesioni erano imputate al reo sulla base del mero rapporto di causalità, l’unica indagine da compiere si risolveva nell’esistenza o meno di cause sopravvenute da sole sufficienti a determinare l’evento.

Qui in re illicita versatur respondit etiam pro casu: accertato il delitto di cessione di sostanza stupefacente, di cui all’art. 73 d.p.R. 309 del 1990, per ricondurre allo spacciatore la responsabilità della morte o lesione patita dall’assuntore, era necessaria una mera analisi sulla sussistenza del rapporto di causalità naturale, non interrotto da cause sopravvenute di carattere eccezionale. E si sosteneva che le cessioni multiple della sostanza stupefacente non fossero tali da assurgere al rango di cause sopravvenute ed eccezionali capaci di elidere il nesso eziologico, data la notorietà e la prevedibilità delle stesse. In ragione di ciò, le sanzioni di cui all’art. 586 c.p. venivano poste a carico sia del cedente immediato, ossia colui il quale ha ceduto direttamente la sostanza stupefacente letale all’assuntore, sia al cedente mediato, individuabile nel fornitore del cedente immediato.

Orbene, la responsabilità per la morte o lesioni causate prescindeva da un qualsiasi accertamento dell’elemento psicologico, in quanto se la morte era stata pensata come possibile, accettando il relativo rischio creato, lo spacciatore avrebbe risposto di un omicidio volontario, quantomeno a titolo di dolo eventuale, mentre del tutto avulsa rimaneva un indagine sull’esistenza della colpa.

Tale concezione derivava, a monte, dall’interpretazione assegnata al principio di colpevolezza contenuto nell’art. 27, comma primo, Cost., il quale sancisce che ‹‹la responsabilità penale è personale››. Per i fautori dell’ammissibilità nel nostro ordinamento di una forma di responsabilità oggettiva, l’enunciato “la responsabilità penale è personale” altro non significa che “responsabilità per fatto proprio del soggetto”. Ne consegue che sarebbe incostituzionale solo una responsabilità per fatto altrui o fatto naturale, laddove risulta del tutto armonizzabile a Costituzione un tipo di responsabilità in toto avulsa da un legame psicologico tra autore ed evento. In quest’ottica, la responsabilità oggettiva, contenuta nell’art. 42, comma terzo, c.p., è del tutto legittima in quanto richiede che l’evento sia [solo] conseguenza dell’azione od omissione di un soggetto.

Il principio del qui in re illicita versatur respondit etiam pro casu fonda le sue origini nel diritto penale canonico, la cui filosofia di base tendeva alla sostanziale identificazione tra peccato e crimine. Ne conseguiva che il reo doveva rispondere di tutte le azioni criminose/peccaminose da lui compiute, quantunque esse avessero provocato eventi non voluti, indipendentemente, dunque, dalla sua colpevolezza. Ed invero, se occorre riconoscere che il versari in re illecita ha trovato applicazione negli ordinamenti penali di vari Stati, è anche vero che il suo ambito operativo si è progressivamente ridotto a causa di quel lento, ma inesorabile processo che è stato definito come “eticizzazione del diritto penale” e che ha condotto alla definizione del principio di colpevolezza espresso dal brocardo nullum crimen sine culpa.

Ancor prima, della fondamentale sentenza della Corte Costituzionale n. 364/88 illuminante in merito al significato da attribuire al principio costituzionale di colpevolezza, era comunque intuitivo dubitare di una forma di responsabilità oggettiva. Ed invero, una responsabilità siffatta è carente della proiezione dell’uomo come persona rispetto alla verificazione dell’evento.

Teoria della colpa specifica.

Altro orientamento ravvisa nell’art. 586 c.p. una forma di responsabilità per l’evento morte o lesioni fondata su una colpa specifica, derivante dalla violazione della norma penale incriminatrice del delitto doloso di base. In tale prospettiva all’art. 586 c.p. viene assegnato un ruolo di protezione ultima della vita e della salute individuale, e di conseguenza esso troverebbe applicazione anche nei casi in cui il comportamento doloso di base non sia diretto ad offendere il bene giuridico specificamente tutelato, purché tra il comportamento illecito e l’evento non voluto (morte o lesioni) sussista un rapporto di causalità materiale. Tale forma di responsabilità viene ricondotta nell’alveo dell’art 43 c.p., il quale dopo aver elencato la negligenza, l’imprudenza e l’imperizia, annovera tra i presupposti capaci di fondare un responsabilità colposa anche l’inosservanza di leggi, regolamenti ordini o discipline.

Tale concezione ritiene, dunque, idonea alla configurazione dell’elemento psicologico colposo, non solo la violazione di leggi a carattere squisitamente cautelare, ma vi fa rientrare anche l’inosservanza delle stesse norme penali incriminatrici, assegnando a queste ultime, oltre la funzione loro propria di tutela del singolo bene giuridico, anche un ruolo di prevenzione delle possibili lesioni prodotte da fattispecie delittuose dolose ai beni stessi. In altri termini, si assegna alla norma penale incriminatrice una doppia funzione repressivo-preventiva, dando in tal modo luogo ad un ossimoro legislativo: la norma penale così connotata imporrebbe, da un lato di non tenere un certo comportamento dichiarato contrario ai fini dell’ordinamento giuridico, e dall’altro prescriverebbe di tenere tale comportamento assumendo tutte le cautele del caso. Sebbene sia vero che, in linea di principio, è possibile ravvedere in alcune norme penali incriminatrici una funzione preventiva, è altrettanto vero che non tutte prevedono regole cautelari atte a fondare un illecito colposo a norma dell’art. 43 c.p. Così, vi sono norme penali che posseggono un’esclusiva finalità repressiva, volta alla punizioni di comportamenti che hanno leso o posto in pericolo un determinato bene giuridico. L’obbligo di cautela, quindi, non può scaturire dalla stessa norma penale repressiva della condotta dolosa, ma esclusivamente da una diversa ed autonoma regola cautelare.

Oltre all’ultimo inconveniente citato, a ben vedere tale teoria si risolve in un’equivalenza di effetti con la forma della responsabilità oggettiva. Ed invero, essa configura una colpa presunta della quale sarebbe inutile un qualsiasi accertamento, consistente nella violazione dell’imperativo contenuto nella norma che incrimina il delitto doloso di base: ne consegue che anche accettando tale opinione, l’evento non voluto verrebbe posto a carico del reo solo sulla base del puro nesso di causalità. Portando a conclusione del tutto analoghe al qui in re illecita versatur respondit etiam pro casu, tale teoria non risulta essere armonizzabile al moderno concetto di colpevolezza delineato dalla Corte Costituzionale.

Teoria della prevedibilità in astratto.

Un terzo orientamento, postula che al fine di poter imputare al reo l’evento non voluto cagionato (morte o lesioni) sarebbe necessario ed ineluttabile il requisito della prevedibilità, limitando però tale concetto alla prevedibilità in astratto. Questa teoria si risolve nel semplice richiamo ad una prevedibilità in re ipsa, insita e sempre presente in qualsiasi cessione di sostanza stupefacente. La prevedibilità della morte o della lesione viene desunta dalla frequenza, dalla notorietà, in base all’id quod plerumque accidit, di possibili eventi mortali o lesivi susseguenti all’assunzione di sostanze stupefacenti, elidendo in tal modo l’accertamento sull’effettivo decorso causale per ricostruire le specifiche modalità di verificazione dell’evento. La Suprema Corte ritiene, correttamente, che tale teoria sia in realtà un camuffamento della teoria della responsabilità oggettiva e della colpa presunta, risolvendosi anch’essa in una forma di responsabilità basata sul solo nesso causale. Il richiamo al concetto di prevedibilità (astratta) non vale a nulla, essendo solo un formale e non sostanziale omaggio, al principio di colpevolezza.

Teoria della responsabilità da rischio totalmente illecito.

La teoria della responsabilità da rischio totalmente illecito promana da un’autorevole fonte dottrinale, ed origina da una peculiare scelta ermeneutica del disposto di cui all’art. 27 Cost.

Una prima interpretazione del principio di colpevolezza postula che l’enunciato “la responsabilità penale è personale” significhi responsabilità per fatto proprio del soggetto. In tale ordine d’idee, dunque, l’illecito potrebbe essere posto a carico di un soggetto quando l’evento è conseguenza della sua azione od omissione, senza esigere legami ulteriori tra evento ed agente.

Altra interpretazione del medesimo disposto porterebbe ad assegnare al principio costituzionale il significato di responsabilità per dolo o colpa, e l’art. 42, comma terzo, c.p. in quanto espressione di una responsabilità senza dolo né colpa sarebbe costituzionalmente illegittimo, o quantomeno privo di significato.

Alla prima delle due tesi, si obietta che una responsabilità fondata sul mero nesso causale tra azione od omissione dell’agente ed evento non è esclusiva dell’uomo come persona, ma è comune a tutto il mondo animale. Sarebbe dunque necessario richiede un legame ulteriore che manifesti nell’evento l’espressione dell’uomo come persona.

Alla seconda, che a seguito di plurime sentenze della Corte Costituzionale è oggi dominante, si appunta un’arbitraria sostituzione della locuzione “responsabilità personale” con l’altra “responsabilità colpevole”. Richiedere ai fini dell’affermazione della responsabilità, il dolo o quantomeno la colpa, è una conseguenza della confusione del principio costituzionale di colpevolezza con la concezione psicologica della colpevolezza.

Per tale autore il principio di colpevolezza esigerebbe solo che il soggetto sia eticamente rimproverabile per il fatto. Il concetto di colpa, come requisito minimo per l’imputazione del fatto all’agente, è fuorviante e non sempre tecnicamente corretto: il legislatore richiede, infatti, nell’ambito del concetto di colpa, da un lato la violazione di una regola cautelare, e dall’altro che il soggetto agisca in un ambito dove esiste un’area di rischio consentito. In tutte le attività in cui tale rischio lecito non sussiste, essendo l’attività di base è totalmente illecita, non è consentito configurare la colpa, ma non vi è ragione per non punire l’agente. Anzi, è eticamente corretto punirlo più gravemente delle corrispondenti forme colpose. Invero, la colpa è data dalla somma rischio consentito più il rischio illecito conseguenza diretta dello sforamento delle soglie poste dalle regole cautelari, ma la porzione di rischio lecito affrontato è indifferente per i fini sanzionatori dell’ordinamento giuridico. Nelle forme da responsabilità da rischio totalmente illecito, il rischio corso è già in nuce tutto illecito, e come tale andrà punito più severamente rispetto alle ipotesi colpose.

Dunque, scartate le due tesi estreme relative all’interpretazione del principio di colpevolezza, è possibile creare una terza categoria dogmatica, in cui “responsabilità personale” significhi dominio personale del soggetto sull’accadimento umano, che esige però necessariamente il requisito della evitabilità finalistica. Ciò si traduce nella ineluttabilità della prevedibilità ed evitabilità dell’evento nella situazione concreta. Ne consegue che sarà costituzionalmente illegittima una forma di responsabilità che punisca per un evento che concretamente non si sia potuto evitare.

Da tali premesse teoriche è possibile individuare una responsabilità penale scaturente dal disposto dell’art. 42, comma terzo, c.p. armonizzabile a Costituzione. Tale forma di responsabilità per essere legittima deve: rendere la c.d. responsabilità oggettiva ex art. 42, comma terzo, c.p. conforme al principio di personalità dell’illecito; non degenerare sempre in forme di responsabilità per colpa, perché non sempre sussiste la violazione delle regole cautelari, né a fortiori un’area di rischio consentito; esprimere le ragioni della maggiore gravità che i casi di responsabilità da rischio totalmente illecito possiedono rispetto al concorso di reato doloso con reato colposo. Il concetto di responsabilità da rischio totalmente illecito, per l’autore, si presta egregiamente a soddisfare le predette esigenze.

Invero, la sentenza in commento non dedica lo spazio che sarebbe stato necessario alla teoria da ultimo esposta, limitandosi ad accennarne i presupposti e ad una successiva sbiadita confutazione: liquidando il problema con la laconica espressione ‹‹non è questa la sede per esaminare criticamente questa teoria››.

La soluzione: responsabilità per colpa in concreto.   

L’ultimo e più recente orientamento ravvede nell’art. 586 c.p. un’ipotesi di responsabilità colpa in concreto, concepita nei suoi aspetti ordinari: violazione di una regola cautelare e accertamento della sussistenza dei requisiti della prevedibilità ed evitabilità relativamente all’evento realizzato, ma non voluto.

A dir il vero, questa è un’interpretazione indotta, quasi obbligata dal dovuto rispetto al principio di colpevolezza (art. 27, comma 1 Cost. in rapporto con il successivo comma 3) nella sua portata liberalgarantistica, così come delineato a partire dal 1988 con una serie di sentenze della Corte Costituzionale.

Sebbene, per ragioni di sintesi, non sia possibile un’analisi compiuta e completa delle sentenze dedicate al principio di colpevolezza, è doveroso quantomeno un richiamo dei principi in esse sanciti.

Con la sentenza n. 364 del 1988 la Corte Costituzionale colse l’occasione, derivante da un giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 5, 42, 43, e 47 c.p., per fornire un’illuminante chiarificazione del contenuto e del significato da attribuire al principio di colpevolezza. L’approfondita esegesi della Corte portò ad intendere l’enunciato “la responsabilità penale è personale” come “responsabilità per fatto proprio colpevole”. Il principio di colpevolezza, si disse, pone un limite invalicabile al legislatore ordinario, impedendogli di punire comportamenti che si mostrino carenti dei requisiti subiettivi minimi d’imputazione. La Corte giunse ad individuare quale requisito subiettivo minimo la colpa dell’agente, insieme con i requisiti di prevedibilità ed evitabilità a questa connaturati, in relazione agli elementi più significativi della fattispecie. Si metteva in luce, lo stretto rapporto tra primo e terzo comma dell’art. 27 Cost., il quale sancisce che ‹‹le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato››. Logica conseguenza di tale lettura combinata era la mancanza di senso della rieducazione di chi, non essendo (almeno) in colpa rispetto al fatto, non avesse certo bisogno di essere rieducato, a meno di non limitare lo scopo della pena ad una mera funzione deterrente: inaccettabile conclusione nel nostro sistema costituzionale data la grave strumentalizzazione cui sarebbe sottoposta la persona umana. Il principio di colpevolezza, si affermò, non contiene un tassativo divieto di responsabilità oggettiva spuria o impropria, nella quale un solo elemento della fattispecie, magari accidentale, non è coperto dal dolo o dalla colpa. Relativamente alla forma pura o propria di responsabilità obiettiva, ove è il risultato ultimo vietato a non essere sorretto da alcun coefficiente psicologico, va stabilito quali debbano essere gli elementi che non possono non essere coperti almeno dalla colpa dell’agente, affinché non si incorra in una antinomia con l’art. 27 Cost.

Con la successiva sentenza n. 1085 del 1988, la Consulta sancì che ‹‹perché l’art. 27 Cost. sia pienamente rispettato e la responsabilità sia autenticamente personale, è indispensabile che tutti e ciascuno degli elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie siano soggettivamente collegabili all’agente (siano cioè investiti dal dolo o dalla colpa) ed è altresì indispensabile che tutti e ciascuno dei predetti elementi siano allo stesso agente rimproverabili››. Esulano da tale ambito di rimproverabilità gli elementi estranei alla materia del divieto: come ad esempio, le condizioni estrinseche di punibilità. Si determinò in maniera definitiva l’illegittimità del principio qui in re illicita versatur respondit etiam pro casu, per contrasto con l’art. 27 Cost. il quale impone come elemento soggettivo minimo di riferibilità dell’evento al suo autore l’aspetto colposo.

Da ultimo, con la sentenza n. 322 del 2007, la Corte Costituzionale, nel confermare quanto già statuito nel 1988, ha chiarito che ‹‹l’art. 27 Cost. mira a garantire ai consociati libere scelte d’azione, sulla base di una valutazione anticipata delle conseguenze giuridico penali della propria condotta; calcolabilità che verrebbe meno ove all’agente fossero addossati accadimenti estranei alla sua sfera di consapevole dominio, perché non voluti né concretamente rappresentati, ma neppure prevedibili ed evitabili››.

Da tali principi costituzionali discende la scelta obbligata di disattendere interpretazioni dell’art. 586 c.p. fondate sulla mera responsabilità oggettiva pura o propria, la quale si limita a richiedere il sussistere del solo nesso di causalità, sia l’orientamento della colpa presunta per violazione di legge, sempre immancabile e che in definitiva si traduce in un camuffamento della responsabilità oggettiva, così come quello che richiede un prevedibilità in astratto, ossia una prevedibilità formale e in re ipsa.

La tesi della responsabilità da rischio totalmente illecito, sebbene tecnicamente corretta nelle suoi risvolti pratici, paga il dazio di non essere conforme agli orientamenti costituzionali in tema di principio di colpevolezza. Nel nostro ordinamento, ormai è chiaro e incontrovertibile, non residua spazio per una terza forma di responsabilità colpevole, diversa dal dolo o dalla colpa, come quella che ritenga eticamente rimproverabile l’autore per la creazione di un rischio in nuce illecito sulla base dei requisiti della prevedibilità ed evitabilità.

La scelta, dunque, è obbligata. Ed è una scelta che avviene per differenza: in tutte le ipotesi in cui non è ravvisabile il dolo, per essere riferibili all’agire umano gli eventi provocati devono essere connotati dalla colpa. L’art. 586 rappresenta uno di questi casi emblematici, l’alternativa si pone tra connotazione colposa dell’evento non voluto e promozione di un giudizio di legittimità costituzionale per contrasto con il principio di colpevolezza.

La Corte di Cassazione ha ritenuto di poter ravvedere nella fattispecie di cui all’art. 586 c.p. una responsabilità per colpa in concreto, ancorata alla violazione di una regola cautelare ed a un coefficiente di prevedibilità ed evitabilità in concreto, del rischio creato per la vita o l’incolumità fisica, intrinseco al reato dolo di base.

La Corte prosegue l’analisi del delitto in questione rispondendo alle principali critiche avanzate da più parti, e richiamando a sostegno alcuni appigli di ordini logico e giuridico.

Alla prima e più intuitiva obiezione per la quale sarebbe logicamente non corretto che il legislatore prima vieti di tenere una determinata condotta (nella specie la cessione di sostanza stupefacente punita dall’art. 73 D.P.R. 309 del 1990) ritenuta contraria ai fini dell’ordinamento giuridico, poi richieda cautela verso la verificazione di eventi non voluti qualora ci si determini a tenerla ugualmente, la Corte risponde che l’impossibilità di configurare una colpa in chi versa in re illicita comporterebbe una lesione del principio di eguaglianza. Ed invero, la violazione si renderebbe effettiva nel trattare nello stesso modo le situazioni diverse di chi agisce in una serie di circostanze che rendano prevedibile la verificazione dell’ulteriore evento non voluto (morte o lesioni), rispetto a chi tenga la stessa condotta in situazioni talmente eccezionali da non renderlo prevedibile. Configurare, allora, un rimprovero per colpa in tali ipotesi equivale alla possibilità di trattare in modo diverso situazioni sostanzialmente diverse.

Ed inoltre, la possibilità di ambientare un rimprovero per colpa nell’alveo di un comportamento doloso non è eventualità sconosciuta dal nostro ordinamento: il richiamo è all’art. 59, comma 2, c.p. ed al relativo regime di imputazione delle circostanze aggravanti. Tale articolo letteralmente dispone che ‹‹le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente (…) se da lui ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa››.

Eliminati gli ostacoli di ordine testuale e logico relativi alla configurabilità della colpa in ambito doloso, la Corte prosegue chiarendo quale sia la natura di questa colpa, ossia se essa debba subire modificazioni nella sua struttura o si tratti della stessa colpa presente nelle normali fattispecie colpose.

La Corte opta per la seconda soluzione: in tema di art. 586 c.p. deve ravvedersi una colpa “normale”, pena l’impoverimento e il travisamento del concetto di colpa stesso.

Dunque, la colpa, anche in tale ambito consiste ‹‹nella realizzazione di un evento non voluto, rimproverabile al soggetto per la violazione di una regola di diligenza, prudenza o imperizia, che discende da una valutazione positiva di prevedibilità ed evitabilità della verificazione dell’evento. Tale valutazione deve essere compiuta con un giudizio di prognosi postuma, collocandosi in una prospettiva ex ante, cioè riferita al momento in cui è avvenuto il fatto, da svolgersi in concreto, secondo il punto di vista di un omologo agente modello, ossia di un agente ideato mentalmente come coscienzioso ed avveduto che si trovi nella concreta situazione e nel concreto ruolo sociale dell’agente reale››. Una volta pensato l’agente modello, tenendo conto di tutte le circostanze fattuali presenti, occorre verificare la sussistenza della prevedibilità ed evitabilità, individuando dapprima la condotta che avrebbe tenuto l’agente modello, e in caso di divergenza dal comportamento tenuto dall’agente reale si potrà affermare l’esistenza della colpa.

Anche nelle ipotesi di chi versa in re illicita è possibile ideare l’agente modello, il quale non va individuato nel “delinquente modello”, ma si cristallizza attorno alla figura dell’”individuo medio razionale, posto nella medesima situazione in cui si è trovato l’agente”. Dunque, se l’uomo medio e razionale, posto nella situazione concreta in cui opera l’agente reale, avesse valuto come prevedibile la morte in ragione dell’assunzione della sostanza stupefacente ceduta si dovrà affermare l’esistenza della colpa, e l’integrazione in tutti i suoi elementi essenziali dell’art. 586 c.p.

Esclusa la prevedibilità in astratto, la colpa andrà sempre accertata in concreto, sulla base delle circostanze di fatto di cui il soggetto era o poteva essere a conoscenza e che evidenziavano il pericolo di eventi letali per l’assuntore.

L’esistenza dell’elemento psicologico colposo andrà esclusa tutte le volte in cui la lesione o la morte dell’assuntore derivino da circostanze imprevedibili, non conosciute e conoscibili dallo spacciatore. Assunzione di alcol commista all’assunzione della droga inconoscibile dallo spacciatore; cessione ad un apparente consumatore diretto che poi, all’insaputa del primo fornitore, abbia a sua volta ceduto la sostanza ad altro soggetto con gravi vizi fisici tali da rendere la dose letale; assunzione contemporanea di psicofarmaci; sono tutti esempi in cui difettando il requisito della prevedibilità dell’evento non potrà essere personalmente rimproverata la morte o lesione dell’assuntore allo spacciatore.

Potrà, invece, essere affermata la responsabilità penale del cedente nei casi in cui egli abbia fornito la dose letale essendo a conoscenza della circostanza che l’assuntore fosse dedito al consumo di alcol, o di psicofarmaci, o fosse affetto da gravi vizi fisici, ovvero anche quando tali evenienze siano da lui non conosciute a causa di un errore o ignoranza evitabili, così nel caso di cessione a soggetto che denota un alito particolarmente vinoso, o di cessione all’interno di discoteche o altri locali in cui si fa abitualmente uso di sostanze alcoliche.

Nel caso di cessioni plurime la colpa da accertarsi in concreto comporta, ai fini dell’affermazione della responsabilità penale dello spacciatore, che la morte del terzo assuntore sia intervenuta per un fattore eziologico prevedibile del cedente mediato. Dunque, nelle ipotesi in cui la morte del terzo assuntore, non conosciuto né conoscibile dal cedente originario, sia intervenuta per fattori ignoti e non conoscibili dallo spacciatore, come ad esempio l’assunzione contemporanea di alcol, la colpa dovrà dirsi esclusa.

Sarà possibile affermare l’esistenza della colpa, nei casi di cessioni plurime, qualora tali fattori fossero facilmente conoscibili dal cedente originario, come nel caso in cui egli fosse a conoscenza della circostanza che la sostanza stupefacente era destinata a successivo smercio all’interno di discoteche, ove il consumo di alcol è prassi abituale.   

 Dunque, la Corte di Cassazione, ha definitivamente posto la parola fine relativamente all’imputazione dell’evento non voluto dell’art. 586 c.p.: ‹‹nell’ipotesi di morte verificatasi in conseguenza dell’assunzione di sostanza stupefacente, la responsabilità penale dello spacciatore per l’evento morte non voluto richiede che sia accertato non solo il nesso di causalità tra cessione e morte, non interrotto da cause eccezionali sopravvenute, ma anche che la morte sia in concreto rimproverabile allo spacciatore e che quindi sia accertata in capo allo stesso la presenza dell’elemento soggettivo della colpa in concreto, ancorata alla violazione di una regola precauzionale (diversa dalla norma penale che incrimina il reato base) e ad un coefficiente di prevedibilità ed evitabilità in concreto del rischio per il bene della vita del soggetto che assume la sostanza, valutate dal punto di vista di un razionale agente che si trovi nella concreta situazione dell’agente reale ed alla stregua di tutte le circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale››.

Sebbene, siano lodevoli gli sforzi interpretati della Suprema Corte finalizzati a riportare entro i confini delimitati dal principio di colpevolezza il crocevia dogmatico rappresentato del titolo della responsabilità per l’evento non voluto ex art. 586 c.p., tuttavia è bene non disconoscere che la categoria colpevolezza è del tutto estranea alla logica ispiratrice del codice penale Rocco. La verità è che, all’interno del codice del 1930, il principio di colpevolezza è sistematicamente contraddetto in tutti quegli istituti in cui era pensabile all’epoca la configurazione di responsabilità incolpevoli. Le esigenze storiche del tempo, originate da una necessità di esasperata difesa sociale, evidenziano profili di antinomia con l’attuale rapporto liberalgarantisco che governa il rapporto individuo-autorità, del quale il principio di colpevolezza è espressione suprema.

In una prospettiva di riforma del codice penale è bene augurarsi un’espunzione o una sostanziale modifica di quelle norme che erano originariamente state pensate come ipotesi di responsabilità oggettiva, presidio della supremazia della società sul singolo, a meno di non voler utilizzare il concetto di colpa come panacea del principio di colpevolezza, e continuare a compiere contorti sforzi dogmatici per adattargli istituti poco compatibili.   





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