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SENTENZA
Vanno rivisti i criteri liquidatori del danno alla persona

Pubblicata da: Redazione


Tribunale Milano
sentenza 6076/09 del 06/05/2009

Il danno non è mai in re ipsa.

Alla luce della sentenza Cassazione Civile, SS.UU., 11.11.2008, n. 26972, devono essere necessariamente rivisti i criteri e i valori monetari adottati dalle tabelle degli Uffici Giudiziari.

 

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Tribunale di Milano

Sezione V Civile

Sentenza 6 maggio 2009, n. 6076

 

…omissis…

 

Nel caso di specie, avendo l’attrice allegato che l’eccessiva asportazione di tessuto ovarico è stata causa determinante dell’insorgenza della menopausa precoce e di tutte le conseguenze connesse, competeva alla convenuta dimostrare che quell’inadempimento non si era mai verificato ovvero che non era stato eziologicamente efficiente. Tale prova tuttavia non è stata raggiunta, poiché, come rilevato dal C.T.U., l’endometriosi genitale sofferta dall’attrice è riconducibile al secondo stadio della classificazione di Amer e non al quarto, come sostenuto dal C.T. di parte convenuta.

Coerentemente, alla luce delle valutazioni ora espresse, attesa l’assenza di ipotesi alternative attendibili che comprovino un differente nesso di causalità nella fattispecie concreta, pare ragionevole e verosimile ritenere che, secondo un giudizio controfattuale, una minore sottrazione quantitativa del parechina ovarico funzionante, conformemente con il grado moderato della patologia sofferta, avrebbe con un sufficiente grado di probabilità logica impedito l’evento dannoso.

Pertanto, accertata la negligenza del personale sanitario e accertato il nesso di causalità, consegue la responsabilità della Azienda Ospedaliera Istituti Clinici di Perfezionamento, ex artt. 1218 e 1228 c.c.

Questo giudice condivide le argomentazioni e le conclusioni cui sono pervenuti i C.T.U., con metodo corretto ed immune da vizi logici o di altra natura. In ordine alle censure avanzate dalle parti alla espletata C.T.U., il Tribunale fa proprie le argomentazioni esposte dai C.T.U. nel supplemento delle indagini peritali.

A ciò deve aggiungersi che il consenso informato rilasciato alla signora O. non prospettava l’ipotesi di una menopausa post-chirurgica; la dicitura “(ev. ovarectomia)”, aggiunta per mano del dott. Natale, oltre a non essere chiaramente riconducibile ad annessiectomia bilaterale, non chiarisce in alcun modo le ripercussioni che una “castrazione chirurgica” (così è stata definita dai C.T.U.) comporta. In sede di testimonianza, lo stesso teste dott. Natale, rilevava di non aver aggiunto “bilaterale” a “ovarectomia”, ritenendo tale evenienza implicitamente sottesa alla tipologia di endometriosi, precisando altresì di non ricordare il contenuto del colloquio intervenuto con l’attrice e rimandando semplicemente ad una prassi di specifica informazione abitualmente seguita. Pertanto, né direttamente, attraverso il consenso informato rilasciato all’attrice, poiché del tutto incompleto ed inidoneo, né attraverso le testimonianze del dott. Natale, parte convenuta ha provato la reale presa di coscienza dell’attrice della grave evenienza di sterilità e menopausa precoce poi verificatesi.

Pertanto, alla luce di quanto sopra esposto, ritiene il Tribunale che l’operato dei sanitari è da ritenersi censurabile, delineandosi profili di imprudenza, per aver ridotto in maniera impropria il patrimonio follicolare ovarico durante l’intervento laparoscopico per endometriosi pelvica, non riconducibile tra le ipotesi previste dall’art. 2236 c.c., e per non aver correttamente informato l’attrice delle gravi conseguenze legate all’intervento.

Deve pertanto dichiararsi la responsabilità dell’Azienda Ospedaliera convenuta, nella produzione dei danni subiti dall’attrice.

Circa il quantum, ritiene questo giudice che il danno patrimoniale subito dall’attrice sia risarcibile solamente in relazione alle spese di cura sostenute e documentate, pari a complessivi € 2.371,94. Somma che rivalutata ad oggi ammonta (anche in considerazione delle date dei singoli esborsi) ad arrotondati € 2.850,00.

Non è stato invece provato il danno da riduzione della capacità lavorativa, peraltro valutato come incompatibile con la patologia insorta dagli stessi C.T.U..

Ritiene altresì il Tribunale che l’attrice abbia certamente subito il danno biologico e cioè quello derivante da illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, che, quale evento interno al fatto lesivo della salute, deve necessariamente esistere in presenza delle accertate lesioni, e che prescinde dal danno correlato alla capacità di produzione del reddito. Ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere considerato “in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita; non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e a ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana” (così la Corte Costituzionale n. 356/1991; v. altresì Corte Costituzionale n. 184/1986).

Inoltre, recentemente la Cassazione a Sez. unite (sentenza n. 26972/2008) ha, tra l’altro, ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico , danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. E’ compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.

Premettono le Sezioni Unite che già le sentenze gemelle del 2003 “avevano avuto cura di precisare che non era proficuo ritagliare all’interno della generale categoria del danno non patrimoniale specifiche figure di danno, etichettandole in vario modo (n. 8828/2003) e di rilevare che la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. doveva essere riguardata non già come occasione di incremento delle poste di danno (e mai come strumento di duplicazione del risarcimento degli stessi pregiudizi), ma per colmare le lacune della tutela risarcitoria della persona (n. 8827/2003). Considerazioni che le Sezioni Unite condividono”.

Muta, invece, la nozione di danno morale soggettivo.

La nozione di “danno morale soggettivo transeunte va definitivamente superata”; non ne parla la legge ed è inadeguata se si pensa che la sofferenza morale cagionata da reato non è necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo.

Nell’ambito del danno non patrimoniale il danno morale non individua una autonoma sottocategoria, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi, quello “costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata. Sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento”.

Le Sez. Unite riaffermano, invece, la nozione di danno biologico , come danno conseguente alla lesione del diritto inviolabile della salute, nell’accezione normativa di cui agli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni, “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.

Si noti, tuttavia, che le Sez. Unite, pur negando la sussistenza del “danno esistenziale”, come voce autonoma di danno non patrimoniale, non disdegnano affatto di menzionare “i pregiudizi esistenziali”, che, in quanto conseguenza dell’illecito, sono meritevoli di risarcimento e fanno parte, in definitiva, del danno risarcibile ex art. 2059 c.c..

Aggiungono infatti le Sez. Unite che, superata la nozione di danno morale come patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, “anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile”.

“I pregiudizi di tipo esistenziale” sono risarcibili se costituiscono la “conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto.. e cioè purché sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’art. 2043 c.c.” e devono rientrare nell’ambito dell’art. 2059 c.c. e, quindi, nell’ipotesi di reato, o di un altro caso determinato dalla legge o siano conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Le Sez. Unite precisano che i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell'integrità psicofisica, sono da ricomprendersi nel danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il c.d. danno alla vita di relazione.

Rilevano poi che certamente incluso nel danno biologico , se derivante da lesione dell'integrità psicofisica, è il pregiudizio da perdita o compromissione della sessualità, come nel caso di specie, del quale non può, a pena di incorrere in duplicazione risarcitoria, darsi separato indennizzo (diversamente da quanto affermato dalla sentenza n. 2311/2007, che lo eleva a danno esistenziale autonomo).

Nella fattispecie concreta, l’intervento di laparoscopia eseguito presso l’Azienda Ospedaliera convenuta ha comportato l’irreversibile menomazione della capacità riproduttiva dell’attrice, con ripercussioni anche sul comportamento sessuale.

Circa i criteri di liquidazione, il giudice, coerentemente con quanto statuito dalla Cassazione a Sez. Unite citate, è chiamato a valutare congiuntamente, entro il danno biologico , tutte le sofferenze soggettivamente patite dall’attrice, in relazione alle condizioni personali della stessa e ai risvolti che concretamente la lesione all’integrità psico-fisica ha comportato.

In proposito le Sezioni Unite ribadiscono che “Il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre”.

Ma poi spiegano che, nell’ipotesi di reato, viene in considerazione in primo luogo la sofferenza morale, che senza connotazioni di durata integra pregiudizio non patrimoniale.

Bisogna distinguere se la sofferenza sia in sé considerata o sia componente di un più complesso pregiudizio non patrimoniale.

Ricorre il primo caso (ad esempio) nel dolore che subisca la persona diffamata.

Se vi sono degenerazioni patologiche della sofferenza “si rientra nell’area del danno biologico , del quale ogni sofferenza fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente. Determina quindi duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale nei suindicati termini inteso, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo. Esclusa la praticabilità di tale operazione, dovrà il giudice, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico , valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza. Egualmente determina duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua nuova configurazione, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ed unitariamente ristorato”.

Le Sez. Unite insistono tuttavia che il danno non patrimoniale, quale danno conseguenza, deve essere allegato e provato. La sentenza della Corte Costituzionale n. 184/1986 è stata superata dalla sentenza della stessa Corte n. 372/1994, poi seguita dalle sentenze gemelle del 2003.

Il danno non è mai in re ipsa e il giudice dovrà porre a fondamento della propria decisione non solo la C.T.U. ma anche “tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze) avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni” (ex artt. 115 cpv. c.p.c e 2727 e ss. c.c.).

Alla luce di questa innovativa sentenza devono essere necessariamente rivisti i criteri e i valori monetari adottati dalle tabelle degli Uffici Giudiziari.

In particolare, la tabella milanese (ad eccezione del danno morale) già comprendeva, nella nozione unitaria del danno biologico , la molteplicità delle singole possibili “voci” di pregiudizi, non lasciando spazio ad autonome liquidazioni del danno alla vita di relazione, del danno estetico, del danno alla sfera sessuale, ecc.; la tabella prevedeva, separatamente, solamente la liquidazione del danno morale, nella misura da un quarto alla metà dell’importo liquidato per il danno biologico .

Incorre dunque anche questa tabella nelle censure delle Sez. Unite, perché produce una duplicazione di risarcimento del danno.

Come risolvere questo problema salvaguardando in pari tempo i valori monetari finora riconosciuti?

La soluzione maggiormente condivisa dai giudici milanesi muove dal presupposto che la nuova tabella di liquidazione del danno non patrimoniale da lesione del bene salute debba prevedere valori monetari che siano riconducibili a quelli già riconosciuti precedentemente, sia a titolo di danno biologico che di danno morale, da liquidarsi dal giudice complessivamente all’esito di una unitaria personalizzazione del danno accertato.

In sostanza, per ciascun punto percentuale di menomazione dell’integrità psicofisica, si liquiderà un importo che dia ristoro alle conseguenze della lesione in termini “medi”: in relazione agli aspetti anatomo-funzionali, agli aspetti relazionali, agli aspetti di sofferenza soggettiva, ritenuti provati anche presuntivamente.

Il giudice - in considerazione delle peculiarità allegate e provate nella fattispecie concreta, con specifico riguardo sia alla “sofferenza soggettiva” che alle “particolari condizioni soggettive del danneggiato” ( nozione accolta anche dagli artt. 138 e 139 Cod. delle Assicurazioni) - procederà ad una adeguata e complessiva “personalizzazione” della liquidazione del danno entro valori monetari stabiliti in un predeterminato range di aumento dei citati importi “medi”.

Con gli stessi criteri il giudice liquiderà anche il danno biologico temporaneo, comprensivo altresì del danno morale, entro un range che consenta un’idonea personalizzazione.

In ogni caso, il giudice sarà sempre libero di liquidare importi diversi da quelli indicati in tabella, con congrua motivazione, soprattutto laddove la fattispecie concreta presenti aspetti affatto peculiari.

Nella fattispecie concreta, il Tribunale dovrà necessariamente tenere conto di tutto quanto sinora esposto ai fini di una corretta liquidazione del danno non patrimoniale subito dall’attrice.

Ebbene, tenuto conto delle accertate invalidità, della giovane età dell’attrice al momento dell’accadimento trentenne, del sesso e delle condizioni di vita, delle risultanze probatorie, dell’espletata CTU, della rilevante entità del danno biologico , degli innumerevoli gravi pregiudizi che una menopausa precoce comporta su una giovane donna, compromettendone la sessualità e la capacità di crearsi una famiglia, nonché di procreare, frustrando irrimediabilmente la naturale fecondità, infrangendo così gravemente il progetto di vita atteso, tenuto infine conto dei criteri tabellari sopra delineati, delle particolari sofferenze fisiche e psichiche sofferte dall’attrice, del mancato consenso informato, stimasi equo liquidare, per il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione al diritto alla salute e del diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, la somma già rivalutata di Euro 200.000,00; per il danno biologico temporaneo si stima equo liquidare la somma già rivalutata di Euro 11.000,00.

Non risultano provati ulteriori titoli di danno non patrimoniale.

Infatti, come innanzi accennato e ritenuto dalla citata sentenza n. 26972/2008: “Il danno non patrimoniale è categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata “danno esistenziale”, perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità”. In definitiva “di danno esistenziale come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere”. In ogni caso, laddove il giudice abbia liquidato il danno biologico e le sofferenze fisiche e psichiche conseguenti non residua spazio per il risarcimento di ulteriori pregiudizi esistenziali, perché tutti già ricompresi in quelli già liquidati, risultando altrimenti certa la duplicazione risarcitoria del medesimo danno.

Pertanto, i danni subiti dall’attrice vanno liquidati in complessivi Euro 213.850,00 (somma rivalutata ad oggi).

Sul predetto importo liquidato devono essere riconosciuti gli interessi compensativi del danno derivante dal mancato tempestivo godimento dell'equivalente pecuniario del bene perduto.

Gli interessi compensativi - secondo l'ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) - decorrono dalla produzione dell'evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato sul danno rivalutato.

Tale tasso di interesse è ottenuto "ponderando" l'interesse legale sulla somma sopra liquidata, che - "devalutata" alla data del fatto illecito, in base agli indici I.S.T.A.T. costo vita - si incrementa mese per mese, mediante gli stessi indici di rivalutazione, sino alla data della presente sentenza.

Da oggi, giorno della liquidazione, all'effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

Pertanto, alla luce degli esposti criteri, la convenuta deve essere condannata al pagamento, in favore dell’attrice, della complessiva somma di Euro 213.850,00, liquidata in moneta attuale, oltre:

Le spese della Consulenza Tecnica d’Ufficio e quelle di C.T.P., queste ultime pari ad € 2.671,29, vanno poste a carico della convenuta.

Consegue alla soccombenza la condanna della convenuta a rifondere all’attrice le spese processuali, da distrarsi in favore del l’avv. Sostene Invernizzi, antistatario ex art. 93 c.p.c..

La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, così provvede:

Milano, 05.05.2009 Il Giudice Istruttore

in funzione di giudice unico

dr. Damiano SPERA

 





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