Condividi su Facebook | Segnala | Errore | Stampa | Zoom
SENTENZA
Rapporti conflittuali di vicinato: - minacce reciproche - rilevanza penale

Pubblicata da: Avv. Alessandro Amaolo


Corte di cassazione penale
sentenza 3492/09 del 26/01/2009

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 26 gennaio 2009, n. 3492

La prospettazione di un male ingiusto proferita nell’ambito di un conflittuale rapporto di vicinato, contrassegnato da reciproche condotte lesive dell’altrui proprietà, non ha rilevanza penale

 

In primo grado, la vicenda giudiziaria prendeva origine da Tizia che veniva chiamata a rispondere, innanzi al Giudice di pace territorialmente competente, del reato di cui agli artt. 81 c.p. e 612, comma 1, c.p. poiché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, minacciava a Caio e Mevia danni ingiusti dicendo che gliel’avrebbe fatta pagare.

Quindi, a seguito di quanto sopra, il Giudice di pace riteneva di dover assolvere l’imputata dal reato a lei ascritto.

Nei confronti della sentenza del Giudice di pace proponevano ricorso il Procuratore della Repubblica ed il Procuratore Generale presso la Corte di Appello. Pertanto, successivamente, il Tribunale dichiarava l’imputata come penalmente responsabile del reato ascrittole, tanto da condannarla alla pena di euro 30,00 di multa nonché al risarcimento dei danni arrecati alle parti civili. I predetti danni venivano liquidati in euro 50,00 nei confronti di ciascuna di esse, oltre tutte le consequenziali statuizioni.

Tuttavia, contro la sopraccitata pronuncia proponeva ricorso per cassazione la difesa dell’imputata.

Il difensore della ricorrente, con un unico motivo d’impugnazione, deduceva la violazione dell’art. 606 lett. b) c.p.p. in riferimento all’erronea applicazione dell’art. 612 c.p. e violazione dell’art. 606 lett. e) c.p.p. per mancanza della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza della minaccia di un danno ingiusto e della sua idoneità a turbare la libertà psichica delle persone offese. Più in dettaglio, il procuratore dell’imputata contestava che l’espressione proferita dall’imputata non era idonea, di per sé, a concretizzare un danno ingiusto e non aveva un contenuto minaccioso.

In sintesi, il predetto procuratore affermava che la frase incriminata non poteva avere un effetto intimidatorio tale da turbare la libertà psichica di Caio e Mevia. Di conseguenza, secondo la difesa, la fattispecie penale non sussisteva in alcun modo per l’assenza dell’elemento oggettivo del reato di minaccia.

In seguito, la Suprema Corte adita riteneva il ricorso fondato e lo accoglieva, tanto da annullare senza rinvio l’impugnata sentenza poiché il fatto non sussisteva.

L’iter logico che ha portato all’accoglimento del ricorso è stato quello di considerare il contesto sociale in cui veniva pronunciata la frase incriminata. Infatti, si trattava di un rapporto conflittuale di vicinato che veniva contrassegnato da reciproche, emulatorie, condotte lesive dell’altrui proprietà. Secondo i giudici della cassazione, si trattava di una reazione all’iniziativa dei vicini e della prospettazione  del mero esercizio di una facoltà legittima che non era estranea ai fini cui è per legge preordinata, tanto da essere inidonea ad integrare un male ingiusto ed a incutere timore nei soggetti passivi, menomandone la sfera di libertà morale.

Quindi, correttamente, si deve osservare che nella fattispecie di cui in oggetto non è stato leso l’interesse tutelato dall’art. 612 c.p. ovvero la libera determinazione di Caio e Mevia e, pertanto, la loro libertà morale. Infatti, nel reato di minaccia l’elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del timore che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima. Pertanto, la Suprema Corte, in riferimento al predetto principio, ha escluso la valenza minatoria, poiché priva dell’ineludibile connotato dell’ingiustizia, alla frase  “ve la farò pagare”  proferita in un contesto di reciproco conflitto verbale relativo ad un rapporto di vicinato contrassegnato da reciproche, emulatorie, condotte lesive dell’altrui proprietà.

In ultima analisi, la giurisprudenza di legittimità ritiene che il reato di minaccia sussiste allorquando il danno minacciato con le parole o con gli atti sia ingiusto, futuro, così come dipendente dalla volontà dell’agente ed idoneo a turbare la libertà psichica e morale del soggetto passivo. Quest’ultima rappresenta e costituisce il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice.





Visite:

Siti di interesse per l'argomento: penale
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading