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SENTENZA
Legittima difesa risarcimento danno al danneggiante

Pubblicata da: Dott.ssa Daria Perrone


Corte di cassazione civile
sentenza 4492/09 del 25/02/2009

NOTA A SENTENZA: Cass. civ., sez. III, 25 febbraio 2009, n. 4492

 

Difesa legittima ex art. 2044 c.c. e diritto al risarcimento del danno: nel caso di semipiena probatio della difesa legittima, il danneggiante è comunque tenuto al risarcimento del danno

 

Con la sentenza in esame, la Cassazione si pronuncia sull'art. 2044 c.c., il quale rinvia sostanzialmente, per la nozione di legittima difesa, quale situazione idonea ad escludere la responsabilità civile per fatto illecito, all'art. 52 c.p. In particolare, sebbene qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno, il legislatore ritiene non responsabile chi cagiona il danno per legittima difesa di sé o di altri.

Orbene, ai fini della sussistenza della scriminante, l’art. 52 c.p. richiede l’esistenza della necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, semprechè vi sia proporzionalità tra la difesa e l'offesa.

Il requisito della proporzione deve essere valutato ex ante, verificando, cioè, se, nelle circostanza della vicenda, la reazione dell'offeso fosse l'unica possibile, non sostituibile con altra meno dannosa e ugualmente idonea alla tutela del diritto.

Secondo la Corte, occorre aggiungere che l'identità concettuale tra l'art. 52 c.p. e l'art. 2044 c.c. deve, comunque, confrontarsi con le diverse regole che presiedono la formazione della prova nel processo civile e penale, oltre che con il favor rei che governa in materia penale.

Da tale necessaria distinzione, ne consegue che - mentre nel giudizio penale la semipiena probatio in ordine alla sussistenza della scriminante comporta l'assoluzione dell'imputato ex art. 530 comma terzo c.p.p. - nel giudizio civile il dubbio si risolve in danno del soggetto su cui incombe il relativo onere della prova, id est del soggetto che la invoca.

Dott.ssa Daria Perrone

(omissis)

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 25 febbraio 2009, n. 4492

(Pres. Fantacchiotti - est. Ambrosio)

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. Con l'unico motivo di impugnazione si deduce violazione o falsa applicazione dell'art. 52 c.p., nonché degli artt. 2043 e 2044 c.c., per non essere ammessa nel nostro ordinamento la legittima difesa reciproca. Il ricorrente richiama, a tal riguardo, principi consolidati nella giurisprudenza in materia penale di questa Suprema Corte, rilevando come l'esimente in parola debba escludersi quando lo scontro tra due soggetti possa essere inserito nel quadro complessivo di sfida, essendo ciascuno dei soggetti in tal caso animato da volontà aggressiva nei confronti dell'altro e ponendosi entrambi consapevolmente in una posizione di pericolo e illecita. Ne conseguirebbe che la Corte di appello di Trieste - dopo avere verificato che gli elementi probatori non consentivano di stabilire la responsabilità originaria della zuffa, oltre che la concreta successiva dinamica dei fatti non avrebbe potuto ritenere reciprocamente scriminate le colpe delle parti, presumendo che avessero agito entrambe per legittima difesa, ma avrebbe dovuto accertare la responsabilità in ordine alle lesioni, che ciascuna parte aveva pacificamente causato all'altra nel corso della colluttazione e condannare ognuna di esse al risarcimento dei danni in favore della controparte sulla base delle risultanze della consulenza tecnica.

3.1. Il motivo è fondato nei termini che seguono.

In punto di fatto si osserva che - come emerge dal testo della sentenza impugnata - non è controverso che vi sia stato tra il X. e lo Y. uno scontro fisico, in conseguenza del quale entrambe le parti hanno subito lesioni personali; ciò che è controverso (e che l'istruttoria non è riuscito a chiarire, secondo la valutazione espressa da entrambi i giudici del merito) è quale delle parti abbia assunto l'iniziativa della colluttazione, posto che ognuna dì esse assume dì avere reagito all'aggressione altrui, accampando la scriminante della legittima difesa.

3.2. In punto di diritto si rileva che l'art. 2044 c.c. rinvia sostanzialmente, per la nozione di legittima difesa, quale situazione idonea ad escludere la responsabilità civile per fatto illecito, all'art. 52 c.p. che richiede, a tal fine, la sussistenza, nella fattispecie, della necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, semprechè vi sia proporzionalità tra la difesa e l'offesa (requisito, quest'ultimo, da valutarsi ex ante, verificando, cioè, se, nelle circostanza della vicenda, la reazione dell'offeso fosse l'unica possibile, non sostituibile con altra meno dannosa e ugualmente idonea alla tutela del diritto).

Merita puntualizzare che colui il quale agisce in stato di legittima difesa, «vuole» l'evento (in altri termini, «ha il dolo» dell'evento), quale conseguenza della propria azione diretta a difendere un diritto, posto in attuale pericolo da una offesa ingiusta altrui. La legittima difesa, infatti, non inerisce alla struttura della fattispecie e alla colpevolezza, ma postula viceversa l'esistenza di un reato perfetto negli elementi costitutivi, oggettivi e soggettivi (cfr. Cass. pen. sez. V, ord. 18-10-1999, n. 4945) e, sul piano civilistico, l'esistenza di un fatto (doloso), rilevante ai fini del risarcimento ex art. 2043 c.c.. Essa opera, quindi, come scriminante ex post e ab externo, dal momento che il suo riconoscimento esclude sia la reazione punitiva dello Stato (dovendo l'imputato essere prosciolto ex art. 530 c.p.p. con la formula «perché il reato è stato commesso da persona non punibile»), sia, nell'ambito dei rapporti tra le parti, il riconoscimento della pretesa risarcitoria per i danni subiti dall'aggressore (dovendo il soggetto, che ha agito in tale stato, essere ritenuto «non responsabile» ai sensi dell'art. 2044 ce).

Occorre aggiungere che l'identità concettuale che si è fin qui rinvenuta tra l'art. 52 c.p. e l'art. 2044 c.c. deve, comunque, confrontarsi con le diverse regole che presiedono la formazione della prova nel processo civile e penale, oltre che con il favor rei che governa in materia penale; con la conseguenza che - mentre nel giudizio penale la semipiena probatio in ordine alla sussistenza della scriminante comporta l'assoluzione dell'imputato ex art. 530 comma 3 c.p.p. - nel giudizio civile il dubbio si risolve in danno del soggetto su cui incombe il relativo onere della prova, id est del soggetto che la invoca.

3.3. Ciò posto e chiudendo le fila del discorso, si osserva che, nel caso all'esame, i giudici di appello - dichiaratamente recependo la valutazione dei fatti operata in prime cure, secondo cui doveva ritenersi sussistente «reciproca responsabilità e danneggiamento fisico» dei predetti X. e Y., che «non si sono risparmiati notevoli e reciproche lesioni» (cfr. pag. 1-2-3 della sentenza impugnata) - hanno dato per certa sia la volontarietà della condotta di ognuna delle parti, sia l'efficienza causale di tale condotta nella produzione delle lesioni subite dalla controparte, ritenendo, però, che nell'incertezza circa la dinamica dei fatti, dovesse ritenersi «quantomeno in via presuntiva» che ognuna avesse agito in stato di legittima difesa.

Senonchè il fatto che vi siano state lesioni volontarie reciproche non implica necessariamente che una delle parti abbia agito in stato di legittima difesa; tantomeno può presumersi nella rissa una legittima difesa reciproca, considerato che i corrissanti sono ordinariamente animati dall'intento reciproco di offendersi e accettano la situazione di perìcolo nella quale volontariamente si pongono, con la conseguenza che la loro difesa non può dirsi necessitata (così: Cass. pen. sez. V, 16 novembre 2006, n. 7635, la quale ha precisato, che il principio affermato può essere derogato solo in situazioni eccezionali e cioè solo ove, in costanza di tutti gli altri requisiti voluti dalla legge, vi sia una reazione assolutamente imprevedibile e sproporzionata e, pertanto, un'offesa che, in quanto diversa e più grave dì quella accettata, si presenti del tutto nuova, autonoma ed in tal senso ingiusta).

E poiché - per quanto sopra evidenziato - la scriminante della legittima difesa costituisce elemento negativo di un fatto illecito in sé perfetto ex art. 2043 c.c., il dubbio sull'esistenza dei relativi presupposti a favore dell'una o dell'altra parte si risolve in mancanza (assoluta) dì prova sull'esistenza degli elementi costitutivi della stessa scriminante.

In definitiva l'impugnata sentenza va cassata con rinvio alla Corte di appello di Trieste in diversa composizione perché si uniformi ai suesposti principi.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione all'unico motivo accolto e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte di appello di Trieste in diversa composizione.





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