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SENTENZA
Coerede – usucapione quota coeredi – comproprieta’ - possesso

Pubblicata da: Avv. Fabio Sesti


Corte di cassazione civile
sentenza 7221/09 del 25/03/2009

CASSAZIONE CIVILE

Sezione Seconda

Sentenza n. 7221/2009 del 25 marzo 2009

 

MASSIMA: Il coerede può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi, senza che sia necessario l'interversione del titolo del possesso, attraverso l'estensione del possesso medesimo in termini di esclusività, pur essendo a tal fine non sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall'uso della cosa, occorrendo altresì che il coerede ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere “uti dominus” e non più “uti condominus”; ed invero il coerede, che è già compossessore “animo proprio” ed a titolo di comproprietà, non è tenuto ad un mutamento del titolo, ma solo ad una estensione dei limiti del suo possesso.

 


La sentenza in oggetto ribalta quanto era stato deciso dalla Corte di Appello di Roma con sentenza del 26 febbraio del 2003, enunciando un principio di diritto già più volte spiegato e di stringente corrispondenza con i generali principi civilistici in tema di acquisto della proprietà.

La Corte d’Appello aveva ritenuto di applicare al caso di specie (si dibatteva di pretesa usucapione dell’intero compendio da parte di coeredi) il principio dell’interversione del possesso di cui, in particolare, all’art. 1141 comma 2 del Codice Civile, affermando la non usucapibilità in assenza della prova, da parte attorea, del mutamento del titolo del possesso. Con ciò, i giudici del gravame applicavano non correttamente il principio richiamato, invero inconferente in relazione ai fatti di causa, e ancor prima palesavano scarsa attenzione circa l’istituto della comproprietà, del quale la comunione ereditaria costituisce frequente specificazione. Il coerede è in effetti, proprio perché tale, ad un tempo comproprietario e compossessore dei cespiti ereditati, pertanto perfettamente in grado di usucapirne l’intero a seguito del possesso ventennale, pacifico, non violento e ininterrotto.

Naturalmente, e qui risiede il quid pluris della pronuncia di cui si riporta la massima in oggetto, affinché ciò accada è necessario non solo il “disinteresse” degli altri coeredi al possesso della cosa, quanto e soprattutto “l’estensione del possesso” da parte del coerede, ossia il manifestarsi del suo animus possidendi in termini di esclusività, ergo di proprietà e non già di comproprietà; è cioè necessario, per citare i termini della pronuncia, “l’inequivoca volontà di possedere “uti dominus” e non più “uti condominus””. Sicchè, il coerede, che è già compossessore “animo proprio” ed a titolo di comproprietà, non è tenuto ad un mutamento del titolo, ma solo ad una estensione dei limiti del suo possesso.

Non essendo cioè necessaria alcuna interversione, ciò che conta è esclusivamente l’animus possidendi, il quale, lungi dal trasformare il detentore in possessore, comporta invece la mutazione “qualitativa” di un possesso che già si manifestava in termini proprietari, pur nell’ambito di una comunione.

E’ solo il caso di soggiungere che sarà da tale momento, ossia dall’effettiva estensione dell’animus corrispondente al diritto di proprietà, che inizierà a decorrere il termine ventennale utile all’acquisto a titolo originario dell’intero bene.





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