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SENTENZA
Risarcimento danno: imputazione somme versate prima della liquidazione

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 3359/09 del 11/02/2009

Cass. civ. Sez. III, 11-02-2009, n. 3359

 

Nelle ipotesi di liquidazione del danno morale ai superstiti da morte del congiunto (ma l'enunciazione è applicabile ad ogni liquidazione del danno morale soggettivo da reato), per stabilire se le sentenze precedentemente emesse siano in linea con i principi enunciati dalla sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008, occorre considerare se la avvenuta liquidazione del danno non patrimoniale sia o no comprensiva anche del tipo di pregiudizio derivante dalla lesione del (diritto al) rapporto parentale. Soccorre a tal fine la motivazione della sentenza e, in difetto di esplicite considerazioni, l'entità delle somme liquidate.

Senza il consenso del creditore, il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi od alle spese, presuppone la simultanea esistenza della liquidità e della esigibilità di ambedue i crediti, e cioè sia di quello per capitale che dell'altro, accessorio, per interessi o spese. Pertanto, in tema di risarcimento del danno derivante da atto illecito, i versamenti di somme effettuati in favore del creditore prima della liquidazione (giudiziale o negoziale) non sono imputabili agli interessi ed agli accessori.

 

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Cass. civ. Sez. III, 11-02-2009, n. 3359

 

…omissis…

 

1.- Col primo motivo del ricorso per revocazione i ricorrenti si dolgono che la Corte di cassazione abbia omesso di pronunciarsi su quella parte del motivo dell'originario ricorso per Cassazione (il secondo) che faceva riferimento alla richiesta, non riconosciuta dalla Corte d'appello, di corresponsione ai congiunti ricorrenti "del danno esistenziale da lesione del rapporto parentale od anche da irreversibile compromissione della qualità della vita, oppure definibile in termini di attentato alla serenità domestica ... per effetto dell'evento drammatico che condusse il de cuius alla morte". 1.1.- Con la sentenza di cui si domanda la revocazione (Cass., n. 12957/07), questa Corte ha rilevato:

"Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano violazione di norme costituzionali e del codice civile, nonchè vizio di motivazione circa la mancata liquidazione del danno biologico jure proprio. La doglianza è infondata. Anche a tale proposito la sentenza impugnata, decidendo sulla identica censura di altri appellanti, cui poi ha fatto esplicito riferimento nell'esaminare la posizione degli eredi M. al fine di evitare inutili duplicazioni motivazionali, ha correttamente affermato sul piano generale che il danno biologico del congiunto di una vittima di sinistro stradale deve necessariamente essere qualcosa di distinto dal danno morale e si verifica allorchè, al termine della necessaria elaborazione del lutto, risultino prodotte alterazioni patologiche dell'organismo, aspetto psichico compreso, situazione che poi ha affermato non essersi verificata nella specie. Le argomentazioni dei ricorrenti si muovono sul piano generico delle affermazioni di principio, tra l'altro pervenendo ad una concezione della esistenza automatica del danno biologico dei superstiti in palese contrasto con l'orientamento giurisprudenziale, ma non affrontano il tema correttamente posto dalla Corte Territoriale, cioè non adducono ragioni dimostrative di una effettiva compromissione della salute fisica o psichica di tutti o di alcuno di essi. Pertanto la sentenza impugnata non ha violato le norme indicate ed ha ottemperato all'onere motivazionale cui era tenuta". 1.2.- Va osservato che, effettivamente, con la suddetta motivazione, la Corte ha avuto riguardo al solo danno biologico iure proprio, a tanto verosimilmente indotta dalla letterale formulazione del motivo, col quale i ricorrenti si dolevano dell'omesso riconoscimento "del danno biologico iure proprio, altrimenti qualificabile come esistenziale ovvero da lesione del rapporto parentale ...etc.".

E tuttavia, al di là dell'improprio uso da parte dei ricorrenti della locuzione "altrimenti qualificabile" (giacchè   danno biologico da compromissione dell'integrità fisica o psichica e pregiudizio da perdita del rapporto parentale hanno natura assolutamente diversa) è innegabile che sul pur reclamato danno da perdita del rapporto parentale la Corte non s'è pronunciata in ragione di un errore percettivo sul contenuto del ricorso.

Il primo motivo del ricorso rescindente va dunque accolto.

1.3.- Sul piano rescissorio, il secondo motivo del ricorso originario è tuttavia infondato.

Con la recente sentenza 11.11.08 n. 26972 le Sezioni unite di questa Corte - pronunciandosi sull'intera tematica del danno non patrimoniale - hanno ritenuto che nell'ipotesi in cui il fatto illecito si configuri anche solo astrattamente come reato, è risarcibile il danno non patrimoniale, sofferto dalla persona offesa e dagli eventuali ulteriori danneggiati nella sua più ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica; ed hanno in particolare affermato, dopo aver escluso la configurabilità di un'autonoma voce di danno talora qualificata come esistenziale, che, superata la tradizionale figura del c.d. danno morale soggettivo transeunte come sofferenza meramente transitoria (2.10. della motivazione), determina duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione, e del danno da perdita del rapporto parentale, poichè la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l'esistenza del soggetto che l'ha subita altro non sono che componenti del complessivo pregiudizio (4.9. della motivazione).

A tali rilievi non può certo collegarsi la conseguenza - quanto ai processi pendenti - che tutte le liquidazioni del danno morale effettuate precedentemente alla menzionata sentenza delle sezioni unite abbiano avuto riguardo al danno morale soggettivo inteso come sofferenza transeunte e che, dunque, debbano essere rinnovate alla luce dei nuovi principi, costituendo invece un dato di oggettivo rilievo quello secondo il quale il giudici di merito, nel liquidare il danno morale, hanno quasi sempre tenuto conto sia della durata del pregiudizio sia di quanto lo determina (in un caso come quello di specie, appunto la perdita del rapporto parentale).

In definitiva, nelle ipotesi di liquidazione del danno morale ai superstiti da morte del congiunto (ma l'enunciazione è applicabile ad ogni liquidazione del danno morale soggettivo da reato), per stabilire se le sentenze precedentemente emesse siano in linea con i principi enunciati dalla sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008, occorre considerare se la avvenuta liquidazione del danno non patrimoniale sia o no comprensiva anche del tipo di pregiudizio derivante dalla lesione del (diritto al) rapporto parentale. Soccorre a tal fine la motivazione della sentenza e, in difetto di esplicite considerazioni, l'entità delle somme liquidate.

La sentenza avverso la quale è proposto ricorso per revocazione aveva osservato, nello scrutinare il primo motivo di ricorso relativo al danno morale, quanto segue:

"Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 1223, 1226, 2056, 2057 e 2059 c.c., e vizio di motivazione per insufficiente e incongrua determinazione del danno morale e per mancata personalizzazione di esso.

La censura è in parte inammissibile e in parte infondata.

Inammissibile laddove stigmatizza la valutazione della Corte territoriale, che è il risultato di imprescindibili apprezzamenti di merito, pretendendo una liquidazione più elevata; infondata laddove assume la necessità di personalizzare il danno ma non indica gli specifici elementi che la sentenza impugnata avrebbe dovuto considerare e che invece risultano ignorati.

In ogni caso la Corte territoriale, considerato anche quanto affermato riguardo all'analoga censura di altri appellanti, ha adeguatamente motivato le regioni della propria scelta e, per quanto riguarda in particolare la posizione degli eredi M., ha fatto leva sulla non particolare gravità del reato ascritto alla C., sulla breve durata dei patimenti della vittima e sul conforto che ogni singolo genitore può trovare nella presenza dell'altro coniuge e della figlia.

Quest'ultima considerazione viene severamente censurata dai ricorrenti, ma essa non può essere tacciata di irrazionalità, essendo nozione di comune esperienza che il dolore per la perdita di un figlio - sempre esacerbante - è più intenso nel caso di figlio unico, mentre trova una qualche ragione di conforto nella presenza di altro o altri figli".

La censura che concerneva il danno morale era stata, come s'è visto, respinta. E lo era stata in riferimento ad una liquidazione collegata non già al danno morale inteso come sofferenza meramente transeunte, bensì alla sofferenza permanente provocata alle vittime secondarie dal fatto costituente reato, dipesa proprio dalla perdita del rapporto parentale, com'è reso evidente dal riferimento al conforto che i genitori potevano trovare nella presenza dell'altro coniuge e della figlia.

La conseguenza pregiudizievole della cui omessa considerazione i ricorrenti si dolevano era stata dunque già indennizzata con la liquidazione del danno morale, impugnata con un motivo di ricorso già rigettato.

2. - Col secondo motivo del ricorso è domandata la revocazione della sentenza (Cass,, n. 12957/07) "per mancato riconoscimento delle spese ed altresì per mancata pronuncia sui criteri di imputazione ex art. 1194 c.c., nonchè per difetto di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in tema". 2.1.- Premesso che il difetto di motivazione non è un vizio rescindente, sicchè la censura è in parte qua inammissibile, il motivo è infondato.

Come affermato in ricorso (pagina 31, seconda riga), esso ha riguardo al quinto motivo dell'originario ricorso per Cassazione, così articolato:

"violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 1223, 1226, 2056, 2057 e 2697 c.c., per mancato riconoscimento delle spese non documentate ed altresì per mancata pronuncia sui criteri di imputazione ex art. 1194 c.c., nonchè difetto di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in tema".

In proposito, la sentenza di cui si domanda la revocazione aveva osservato quanto segue:

"Il quinto motivo è stilato secondo il consueto metodo censorio con riferimento al mancato riconoscimento delle spese non documentate. In sostanza i ricorrenti non negano la circostanza (cioè la mancanza di documentazione) ma assumono che il giudice avrebbe dovuto fare ricorso alla liquidazione equitativa.

La tesi è manifestamente infondata poichè, a fronte della affermata totale mancanza di prove, i ricorrenti avrebbero dovuto dimostrare di avere offerto al giudice elementi idonei a procedere alla richiesta liquidazione. Infatti il criterio equitativo non può essere utilizzato in modo indiscriminato e per ovviare al mancato assolvimento dell'onere probatorio (sarebbe stato agevole dimostrare le spese mediche sostenute), ma presuppone che il danno, ontologicamente certo, non possa essere provato nel suo preciso ammontare e non esonera il richiedente dal fornire al giudicante elementi idonei ad evitare che la liquidazione piuttosto che equitativa sia meramente arbitraria". 2.2.- Ebbene, l'assunto dei ricorrenti in revocazione che, così statuendo, la Corte di Cassazione non si sia pronunciata sui danni conseguenti alla "distruzione del vestiario, della vettura e dei monili" per errore percettivo sul contenuto del ricorso è del tutto apodittico, avendo la Corte fatto riferimento tout court alla lettera del motivo di ricorso ed attagliandosi le considerazione svolte anche a vestiario, monili e vettura.

2.3.- E' invece corretto, sul piano rescindente, il rilievo dei ricorrenti relativo alla pretermissione della doglianza relativa ai criteri di imputazione di cui all'art. 1194 c.c., rivelatrice anch'essa di un errore percettivo.

Sul piano rescissorio il quinto motivo del ricorso originario è, nondimeno, infondato.

Con esso i ricorrenti si erano doluti che la Corte felsinea non si fosse pronunciata sulla doglianza concernente la mancata imputazione degli acconti ricevuti dai ricorrenti (prima della causa e nel corso della stessa) dapprima agli interessi e poi al capitale.

Ma tanto contrasta col principio, che va anche in quest'occasione ribadito, secondo il quale la disposizione dell'art. 1194 cod. civ., secondo cui, senza il consenso del creditore, il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi od alle spese, presuppone la simultanea esistenza della liquidità e della esigibilità di ambedue i crediti, e cioè sia di quello per capitale che dell'altro, accessorio, per interessi o spese. Pertanto, in tema di risarcimento del danno derivante da atto illecito, i versamenti di somme effettuati in favore del creditore prima della liquidazione (giudiziale o negoziale) non sono imputabili agli interessi ed agli accessori, non essendo applicabile il criterio previsto dal citato art. 1194 cod. civ., che presuppone, appunto, l'esistenza di un debito pecuniario, da considerarsi, invece, in questo caso, inesistente fino alla liquidazione (cfr., ex plurimis., Cass, nn. 9510/07, 2904/05, 8333/04, 11450/03, 6022/03, 5707/97, 2115/96).

3.- In conclusione, accolto per quanto di ragione il ricorso per revocazione, la sentenza già emessa da questa Corte va revocata il relazione alle censure accolte, ma il ricorso per Cassazione proposto dagli stessi attuali ricorrenti (r.g.n. 21062/03) avverso la sentenza della Corte d'appello va rigettato.

Le spese del giudizio di revocazione seguono la soccombenza relativamente alla fase rescissoria.

PQM

LA CORTE DI CASSAZIONE accoglie per quanto di ragione il ricorso per revocazione, revoca in relazione alle censure accolte la propria sentenza n. 12597/07 depositata il 4 giugno 2007 e, decidendo sul ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d'appello di Bologna n. 187/03, depositata il 6 febbraio 2003, lo rigetta;

condanna i ricorrenti, in solido, alle spese del giudizio per revocazione sostenute dalla controricorrente, che liquida in Euro 2.600,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 19 dicembre 2008.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2009

 





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