Maltrattamenti in famiglia in ambito civile e penale - famiglia di fatto - conviventi
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Articolo del 21/02/2013 Autore Dott.ssa Silvia Di Iorio Altri articoli dell'autore


IL CONCETTO DI FAMIGLIA IN AMBITO PENALE CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AL REATO DEI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA.



• Il tema della famiglia in generale.

Il tema della famiglia e della percezione di tutto ciò che la circonda, sia nell'ambito civilistico, sia in quello penalistico, è stato indubbiamente influenzato dalle modificazioni sociali e dalle varie evoluzioni della società, essendo la famiglia la prima forma di comunanza sociale.

Più specificamente l'opera di adeguamento del diritto al comune sentire fu realizzata dalla Corte Costituzionale alla fine degli anni '60 con le sentenze n. 126/1968 e n. 147/1969, le quali dichiararono incostituzionali rispettivamente il reato di adulterio e concubinato, eliminando in tal modo la fedeltà coniugale tra i beni rilevanti dal punto di vista costituzionale.

Ma ciò che realmente ha rivoluzionato tutta la materia del diritto di famiglia è stata la legge 11 maggio 1975 n. 151, denominata riforma del diritto di famiglia.

Questa riforma ha modificato l'intera impostazione del codice civile circa la disciplina del rapporto tra coniugi e tra genitori e figli, ed ispirandosi all'art. 3 della Costituzione relativo al principio di uguaglianza ha attuato una sostanziale parità tra marito e moglie, attribuendogli uguali diritti e doveri, e assegnando ad entrambi la titolarità della potestà genitoriale.

Quest'ultima disposizione si è rilevata essere di estrema importanza in tutti i reati contro la famiglia che si riferiscono alla suddetta potestà genitoriale.

Dal 1975 in poi l'opera di adeguamento del diritto positivo all'evoluzione culturale e sociale è stata realizzata dalla giurisprudenza di merito che, con l'aiuto di attenti spunti dottrinali, ha interpretato le norme penali con l'apertura necessaria ad una protezione effettiva del bene giuridico leso.

A questo punto diviene di fondamentale importanza definire il concetto di famiglia dal punto di vista penale , essendo tale definizione necessaria per individuare l'oggetto di tutela delle norme penali; è importante inoltre distinguere tale concetto, da quello che lo stesso assume nel campo del diritto civile.

In verità non sussiste, in via generale, una nozione univoca del concetto di famiglia.

Un primo spunto, a tal proposito, può essere ricavato dall'art. 29 Cost., dove si sancisce che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” ( da questa formula si evince la natura sociale, prima che giuridica, della famiglia, quale situazione di fatto che assume rilievo giuridico tramite il matrimonio ) e dall'art. 30 Cost. improntato ai diritti e doveri dei genitori in un ottica di filiazione naturale.

All'interno del codice penale il legislatore, anziché definire la famiglia, prende in considerazione specifici rapporti parentali, come ad esempio avviene nell'art. 307 c.p. dove, lo stesso, introduce una causa di non punibilità a favore di chiunque integri la fattispecie tipica di reato avvantaggiando “i prossimi congiunti”, ovvero gli ascendenti, discendenti, fratelli, sorelle, affini dello stesso grado, zii e nipoti; oppure ancora all'art. 649 c.p. in cui il legislatore parla di una causa di non punibilità nei delitti commessi in danno di soggetti specificamente elencati; infine nell'ambito specifico dei reati contro la famiglia, il legislatore fornisce una chiarificazione specifica all'art. 540 c.p. primo comma, secondo cui “quando il rapporto di parentela è considerato come elemento costitutivo o come circostanza aggravante o attenuante o come causa di non punibilità, la filiazione illegittima è equiparata alla filiazione legittima” ; come si può notare tale articolo trae il proprio fondamento nell'art. 30 Cost., secondo cui “la legge assicura ai nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia”.

Si viene, così, delineando una importante differenza fra il concetto penalistico e quello civilistico di famiglia, infatti in ambito penale ricevono esplicito riconoscimento status soggettivi, che negli altri rami dell'ordinamento, come quello civile appunto, non possono ricevere tutela.

Pensiamo ad esempio ai figli incestuosi, la cui tutela in ambito civile incorre in rigide restrizioni, mentre in ambito penale non è sottoposta a limiti; oppure la situazione relativa alla convivenza more uxorio, per la quale la giurisprudenza ha previsto una netta parificazione di tale situazione con quella della famiglia legittima.

Ciò è accaduto soprattutto in riferimento al reato previsto dall'art. 572 c.p. il quale sancisce una pena per “chiunque maltratta una persona della famiglia”; in questo modo la giurisprudenza ha ritenuto rientrante nella nozione di famiglia anche quella di fatto.



• Segue: la famiglia di fatto.

Nello specifico ciò che caratterizza la famiglia di fatto è quel particolare legame che intercorre tra un uomo e una donna, liberi o già sposati con terzi, ma separati legalmente o divorziati che vivono e si comportano, anche esternamente, come coniugi senza essere tra di loro sposati.

Tale situazione viene prevista ma tutelata in maniera differente in ambito civile e in ambito penale.

E' necessario affrontare il discorso più dettagliatamente nei due diversi settori del diritto, al fine di comprendere l'ampiezza della tutela riservata dal diritto penale ai delitti che si compiono in ambito familiare.

Cominciamo la nostra analisi dal diritto civile affrontando il problema della filiazione ovviamente naturale, la quale è equiparata sul piano della completa disciplina, a quella legittima anche se non può parlarsi di un vero e proprio status familiare per inesistenza di una famiglia in senso stretto.

La rilevanza della filiazione naturale ex art. 30 cost. non significa di certo rilevanza della famiglia di fatto.

Nemmeno tale rilevanza può desumersi dall'art. 317 bis c.c. poiché anche in questo caso la norma non regola i rapporti familiari ma unicamente il rapporto di filiazione stabilendo che la potestà è esercitata, se conviventi, da entrambi i genitori, cui il figlio può essere anche congiuntamente affidato nel caso in cui venga meno la convivenza.

Dovendo, pertanto, la norma essere letta in funzione della tutela del figlio e non già dei rapporti intercorrenti tra i genitori, la convivenza di cui parla l'art. 317 bis c.c. non è la convivenza tra costoro, ma quella con il figlio.



Ulteriore problema è dato dalla esistenza o meno di diritti ed obblighi tra conviventi.

Per quanto riguarda i rapporti mortis causa la Corte costituzionale, ha negato che il partner possa essere assimilato al coniuge, perché il riconoscimento della convivenza more uxorio come titolo di richiesta per l'eredità, da un lato, contrasterebbe con le ragioni del diritto successorio, il quale esige che le categorie dei successibili siano individuate in base a rapporti giuridici certi ( quale il matrimonio appunto ), dall'altro lato, per le conseguenze che comporterebbe nel rapporto tra i due partners , contraddirebbe alla stessa natura della convivenza, che è un rapporto di fatto dal quale non scaturiscono diritti ed obblighi reciproci.

Per quanto riguarda invece i rapporti inter vivos si tratta di stabilire se tra i conviventi more uxorio sussistano l'obbligo di mantenimento, e quello di corrispondere un assegno alimentare in seguito alla cessazione del rapporto.

Mentre dal primo punto di vista l'obbligo di mantenimento viene considerato dalla giurisprudenza come una obbligazione non già civile ma naturale in base alla indiscussa rilevanza di carattere sociale e morale che riveste la convivenza come coniugi; dal secondo punto di vista, invece, non si configura nessun rapporto nemmeno se la rottura è ingiustificata non costituendo tale comportamento un illecito ex art. 2043 c.c. .

Queste le “difficoltà” nel settore civile relative al riconoscimento della famiglia di fatto.

Analizziamo ora come la medesima situazione, attinente alla famiglia di fatto,viene accolta e tutelata in campo penale, quando si configurano alcune fattispecie penali facendo particolare riferimento al reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p..

Il legislatore penale nel disciplinare tale reato fa sicuramente riferimento ad una nozione più ampia della normale accezione che viene data al termine famiglia, non riferendosi dunque solamente a quella legittima, ma senza dubbio, anche, a quella naturale o di fatto.

È generalmente condiviso l'orientamento che parifica, quindi, i componenti della famiglia legittima e quelli della famiglia di fatto, considerandosi la norma posta a protezione anche nei confronti del convivente e di ogni persona legata da un rapporto di stabile convivenza.

Diverse sentenze delle Corte di Cassazione hanno infatti sostenuto che sia rilevante ai fine della configurabilità del delitto di cui all'articolo 572 c.p. “ ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà ”, ed ancora, che “ il reato di maltrattamenti in famiglia è configurabile anche al di fuori della famiglia legittima, in presenza di un rapporto stabile di convivenza, come tale suscettibile di determinare obblighi di solidarietà e mutua assistenza, senza che sia richiesto che tale convivenza abbia una certa durata, quanto piuttosto che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, quale che sia stato poi in concreto l'esito di tale comune decisione ”.

Come è chiaro dalla analisi delle decisioni giurisprudenziali, alla famiglia di fatto non solo viene riconosciuta una certa autonomia rispetto alla famiglia legittima, ma le vengono anche riconosciute particolari situazioni giuridiche che non trovano una corrispondente tutela in ambito civile .

In tal modo si configura una certa indipendenza della legge penale, la quale, pur recependo dal diritto civile le nozioni fondamentali dei diversi istituti ( matrimonio, filiazione, ecc. ) e il contenuto dei reciproci diritti e doveri in ambito familiare, non ha soltanto una funzione sanzionatoria ma può, per i suoi fini particolari, limitare o estendere la portata di tali diritti e doveri e delle stesse relazioni garantite civilmente.

 


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