Licenziamento del barista che non batta lo scontrino per via del locale affollato
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Articolo del 13/02/2013 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


E’ illegittimo il licenziamento in tronco del barista che non “batta “ gli scontrini poichè il locale è affollato!

Non si può licenziare in tronco il barista solo perché non ha emesso due scontrini mentre il locale è pieno e l’attività lavorativa risulta convulsa: c’è infatti da prendere in considerazione l’affluenza di clienti e l’elevato numero di scontrini prodotti ogni giorno dall’affollato esercizio commerciale. 


A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione che, con la recentissima 
sentenza n. 2510, del 4 febbraio 2013, ha respinto il ricorso di una 
società contro la sentenza di illegittimità del licenziamento in tronco 
emessa dalla Corte d’Appello di Roma.

La sezione lavoro della Suprema Corte, in linea con la Corte capitolina, ha ritenuto eccessivo il provvedimento di recesso nei confronti del barista di un locale che serviva una mega-stazione ferroviaria. Insomma, per Piazza Cavour la sanzione espulsiva per la mancata emissione di due soli scontrini 
adottata è da ritenersi sproporzionata visto che la mancata emissione 
degli scontrini fiscali è stata determinata da situazioni particolarmente convulse all’interno del bar in cui si rileva, di solito, una considerevole affluenza di clienti. 

Dunque, per gli Ermellini la Corte di merito ha correttamente utilizzato la normativa contrattuale al fine di esprimere il proprio giudizio di valore 
necessario per integrare una norma elastica in cui è configurata la 
giusta causa del licenziamento di cui all’articolo 2119 Cc secondo cui 
“la giusta causa di licenziamento, quale fatto che non consenta la 
prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto, è una nozione che la 
legge, allo scopo di un adeguamento delle norme alla realtà da 
disciplinare, articolata e mutevole nel tempo, configura con una 
disposizione di limitato contenuto, delineante un modulo generico che 
richiede di essere specificato in sede interpretativa, mediante la 
valorizzazione sia di fattori esterni relativi alla coscienza generale, 
sia di principi che la stessa disposizione tacitamente richiama. 

Tali specificazioni del parametro normativo hanno natura giuridica e la loro disapplicazione è quindi deducibile in sede di legittimità come 
violazione di legge, mentre l’accertamento della concreta ricorrenza, 
nel fatto dedotto in giudizio, degli elementi che integrano il 
parametro normativa e le sue specificazioni, e della loro concreta 
attitudine a costituire giusta causa di licenziamento, si pone sul 
diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito e 
incensurabile in cassazione se privo di errori logici o giuridici. 


Pertanto, l’operazione valutativa compiuta dal giudice di merito nell’
applicare le clausole generali come quella dell’articolo 2119 Cc, che, 
in tema di licenziamento per giusta causa, dètta una tipica “norma 
elastica”, non sfugge ad una verifica in sede di giudizio di  legittimità, sotto il profilo della correttezza del metodo seguito nell’
applicazione della clausola generale, poiché l’operatività in concreto 
di norme di tale tipo deve rispettare criteri e principi desumibili 
dall’ordinamento generale, a cominciare dai principi costituzionali e 
dalla disciplina particolare”. Alla società non è restato che pagare 
più di tremila euro di spese!

Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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