Esame avvocato - parere svolto: "morte da amianto"
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Articolo del 02/11/2012 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Tizio è direttore responsabile unico del comparto Alfa dell'azienda Ilvo.
Tale azienda produce acciaio in numerose quantità su tutto il territorio nazionale, ed anche all'estero.
Francesco lavorava presso Ilvo; qui respirava quotidianamente polveri di amianto, già ritenute nocive al tempo dei fatti.
Tizio aveva in più occasioni riferito a Francesco di non voler procedere all'eliminazione dell'amianto perché eccessivamente costoso.
Francesco scopriva di avere un tumore polmonare.
Il medico Porcis controllava lo stato di salute di Francesco e concludeva nel senso che Francesco aveva una predisposizione genetica al tumore polmonare, ma la respirazione quotidiana di polveri di amianto aveva aggravato la malattia.
Francesco moriva dopo tre anni dalla scoperta della malattia.
Il candidato rediga motivato parere circa la posizione giuridica di Tizio.

SVOLGIMENTO DEL DOTT. SALLICANO STEFANO

Il parere richiesto riguarda gli eventuali profili di rilevanza penale della condotta di Tizio, responsabile unico del comparto Alfa dell'azienda Ilvo, nella morte di Francesco, lavoratore presso Ilvo.

Francesco, durante lo svolgimento delle sue mansioni, veniva esposto quotidianamente a polveri di amianto, e, nonostante avesse più volte contattato Tizio affinché procedesse all'eliminazione dell'amianto, il materiale nocivo non veniva rimosso, data la eccessiva onerosità dell'operazione.

In seguito, a Francesco veniva un diagnosticato un tumore polmonare e il medico Porcis accertava che, sebbene il lavoratore presentava una predisposizione genetica a tale malattia, la respirazione quotidiana di polveri di amianto aveva aggravato la sua salute.

Trascorsi tre anni dalla scoperta del cancro, Tizio moriva.

Innanzitutto, occorre verificare se Tizio, in qualità di responsabile, avrebbe dovuto quantomeno limitare l'esposizione dei lavoratori alle polveri di amianto.

Il D. Lgs. 9 Aprile 2008, n. 81 ("Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro") prevede un complesso di disposizioni e di misure necessarie, anche secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute dei lavoratori.

In particolare, il Capo III del Titolo IX, dedicato interamente alla protezione dei rischi connessi all'esposizione all'amianto, prescrive una serie di obblighi gravanti sul datore di lavoro al fine di evitare, o limitare, i rischi di esposizione dei lavoratori.

Infatti, il datore di lavoro, a norma dell'art. 251 T.U., al fine di ridurre al minimo la concentrazione nell'aria della polvere proveniente dall'amianto o dai materiali contenenti amianto nel luogo di lavoro, deve adottare delle specifiche misure di prevenzione e protezione; ad esempio, i lavoratori devo essere dotati di dispositivi di protezione individuale (DPI) delle vie respiratorie, l'amianto deve essere stoccato e trasportato in appositi imballaggi chiusi e così via.

Ad ogni modo, l'art. 254 T.U. fissa il valore limite di esposizione per l'amianto e stabilisce che i datori di lavoro devono provvedere affinché nessun lavoratore sia esposto a una concentrazione superiore al valore limite.

Pertanto, non residuano dubbi sull'obbligo del datore di lavoro di adottare le misure più adeguate per evitare il contatto con l'amianto, sempre che venga superato il limite anzi detto.

Tuttavia, si potrebbe affermare che per datore di lavoro di Francesco deve intendersi l'azienda Ilv a , e non Tizio. Tale assunto è privo di fondamento, poiché l'art. 2, c. 1, lett. b), T.U., precisa che, ai fini dell'applicazione del decreto, per datore di lavoro deve intendersi il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Come già detto, Tizio è responsabile dell'unità produttiva Alfa e, pertanto, è da considerarsi datore di lavoro; conseguentemente gravano anche su di lui gli obblighi esposti in precedenza.

In altri termini, Tizio è titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei lavoratori, ovvero egli ha l'obbligo di impedire eventi che possano ledere i beni giuridici che le norme in questione mirano a tutelare (art. 40 c. 2, c.p.).

Riscontrata l'antigiuridicità della condotta, dovuta alla violazione degli obblighi imposti dal T.U. sicurezza sul lavoro, e la riferibilità della stessa a Tizio, occorre verificare se vi sia o meno un nesso eziologico tra l'omesso adempimento e la morte di Francesco.

Il quesito assume particolare rilevanza in ragione del fatto che, qualora manchi il nesso di causalità tra la morte di Francesco e la condotta di Tizio, quest'ultimo non può essere ritenuto responsabile del decesso (art. 40 c.p.).

Sul punto, si ribadisce che il medico Porcis diagnosticava a Francesco una predisposizione genetica al tumore polmonare.

Dunque, a difesa di Tizio, si potrebbe argomentare nel senso che, nonostante non abbia adempiuto gli obblighi di prevenzione e protezione gravanti su di lui in quanto datore di lavoro, Francesco sarebbe deceduto lo stesso della medesima malattia anche se non fosse stato esposto all'amianto e che, quindi, l'evento si sarebbe verificato lo stesso anche se fosse stata posta in essere l'azione doverosa.

In altre parole, la morte del lavoratore sarebbe eziologicamente connessa al difetto genetico e non all'esposizione all'amianto.

Tuttavia, in tema di rapporto di causalità, la legge penale accoglie il principio di equivalenza delle cause, riconoscendo valore interruttivo del decorso causale solo a quelle che sopravvengono del tutto autonomamente, svincolate del tutto dal comportamento del soggetto agente e assolutamente autonome (art. 41 c.p.).

E' evidente che, nel caso di specie, è la condotta di Tizio ad essere sopravvenuta rispetto al difetto genetico, che, in quanto tale, è presente sin dalla nascita; di conseguenza, la predisposizione di Francesco alla malattia è da valutare alla stregua di una causa preesistente che, in concorso con il comportamento del datore di lavoro, non esclude il rapporto di causalità tra l'omissione e l'evento.

Ad ogni modo, per attribuire a Tizio la responsabilità della morte, occorre dimostrare che esiste una connessione tra l'evento e la condotta omissiva. La questione del nesso di causalità tra un evento e una condotta omissiva ha duramente impegnato (e impegna tuttora) la giurisprudenza.

Sinteticamente, può dirsi che nei reati omissivi, per determinare il nesso eziologico, si emette un giudizio prognostico; si suppone, cioè, che l'azione doverosa omessa vienga posta in essere e ci si chiede se l'evento si sarebbe verificato ugualmente. All'esito di tale ragionamento, effettuato dopo avere individuato la legge di copertura in base alla quale è consentito affermare che al verificarsi di certi antecedenti vengono generalmente determinate conseguenze, deve risultare che la condotta omissiva è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica.

Ebbene, tornando al caso in esame, è un fatto notorio, e scientificamente dimostrato, che le polveri di amianto sono altamente nocive e che la loro respirazione, specialmente se prolungata nel tempo, può provocare tumori ai polmoni o può acutizzare patologie preesistenti.

Infatti, è lo stesso medico Porcis ad affermare che la respirazione di polveri d'amianto ha aggravato la malattia di Francesco.

È vero che affermando che l'esposizione all'amianto ha aggravato la malattia, si finisce per dire che essa ha peggiorato qualcosa che già esisteva, e che dal sola avrebbe potuto portare astrattamente all'evento morte, ma è pur vero che senza la respirazione ripetuta delle polveri di tale materiale non si sarebbe verificato l'evento che concretamente si è verificato.

Peraltro, visto il costante progresso dell'ars medica e delle terapie con cui vengono affrontati i tumori, i quali in buona percentuale non sono più mortali, non può non essere considerato che, nonostante la predisposizione genetica, Francesco avrebbe potuto continuare a vivere per ancora molto tempo.

Per concludere sul punto: l'adempimento dei doveri da parte di Tizio avrebbe impedito la morte di Francesco in così breve tempo e, quindi, avrebbe impedito questa specifica morte.

Detto ciò, è necessario accertare se la condotta omissiva di Tizio sia colposa o dolosa; a norma dell'art. 43 c.p., il delitto è doloso quando l'evento è dall'agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione, mentre è colposo quando non è voluto e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per l'inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.

Inoltre, la giurisprudenza ha individuato da tempo diverse forme di dolo. In particolare, maggiori difficoltà si riscontrano nella definizione e nell'applicazione del c.d. dolo eventuale, poiché si colloca in una zona prossima alla colpa cosciente, che secondo l'art. 61 n. 3, comporta un aggravamento della pena.

Il dato differenziale tra dolo eventuale e colpa cosciente sta nella previsione del fatto di reato che, nel dolo eventuale, si propone come incerto ma concretamente possibile e, quindi, ne viene accettato il rischio; nella colpa con previsione, invece, la verificabilità dell'evento rimane come ipotesi astratta, che nella coscienza dell'agente non viene percepita come concretamente realizzabile e perciò non può essere in nessun modo voluta.

In sostanza, sebbene sia nel dolo eventuale che nella colpa cosciente l'agente si rappresentati l'evento, nel primo caso egli, nonostante lo reputi possibile, accetta il rischio della sua verificazione, nel secondo, invece, non vuole assolutamente che l'evento si verifichi e agisce convinto che non accadrà.

Orbene, occorre chiedersi quale atteggiamento psicologico abbia sorretto l'omissione di Tizio. L'indagine presenta ulteriori profili di criticità poiché nei reati omissivi impropri (art. 40 c. 2 c.p.) il dovere di diligenza e l'obbligo di impedire l'evento sono strettamente collegati; infatti, il garante, per impedire la verificazione dell'evento, dovrebbe adempiere gli obblighi imposti, non violando, così, leggi, regolamenti, ordini o discipline.

Ciò non significa che ogni reato omissivo improprio è colposo. Anche in questi casi si deve accertare se la condotta dell'agente sia colposa o dolosa.

Nel caso in esame, non vi sono dubbi, in base alla motivazioni suesposte, che Tizio abbia violato una norma di legge; tuttavia, ciò non basta per escludere la configurabilità del dolo.

Infatti, Tizio è a conoscenza della presenza dell'amianto nei luoghi di lavoro. Non solo: egli aveva anche comunicato più volte a Francesco la sua volontà di non rimuoverlo, perché eccessivamente costoso. Inoltre, Tizio è sicuramente a conoscenza, in ragione della professione da lui svolta, della pericolosità dell'amianto.

Appare ragionevole affermare che Tizio si sia rappresentato la possibilità che, a seguito dell'esposizione alle polveri di amianto, uno (o più) dei suoi lavoratori si sarebbe potuto seriamente ammalare.

L'indagine deve a questo punto soffermarsi sull'eventualità che Tizio, a seguito della rappresentazione dell'evento, abbia omesso di rimuovere l'amianto accettando concretamente il rischio che si verificasse la morte di un suo dipendente; se così fosse, si tratterebbe di dolo eventuale.

Per individuare, nella pratica, il discrimine tra dolo eventuale e colpa cosciente occorre analizzare approfonditamente la condotta dell'agente, nel contesto delle circostante del caso concreto.

La circostanza che Tizio fosse a conoscenza della presenza di amianto nei luoghi di lavoro e che, soprattutto, si fosse più volte rifiutato di rimuoverlo, nonostante la notoria pericolosità, depone a favore della configurabilità del dolo eventuale, poiché egli, pur di evitare l'incremento dei costi di produttività dell'azienda, ha accettato il rischio che si verificasse la morte di un lavoratore.

In conclusione, verificata la presenza di una posizione di garanzia, in base alle norme del T.U. sicurezza sul lavoro, e accertati il nesso di causalità tra la condotta omissiva del datore di lavoro e il decesso di Francesco, e l'accettazione del rischio che l'evento morte si verificasse, si ritiene che Tizio sia responsabile di omicidio volontario ex art. 575 c.p., punito con la reclusione fino a ventuno anni e procedibile d'ufficio.
Redazione
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