La tutela della salute dell’immigrato:un diritto piu’ forte del presunto torto del clandestino
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Articolo del 17/02/2010 Autore Fabio Mandato Altri articoli dell'autore


Sono tante le emergenze e criticità che emergono dal Mezzogiorno d’Italia. I recenti fatti di Rosarno ne sono la dimostrazione più lampante, ed offrono lo spunto per una serie di considerazioni giuridiche di particolare interesse. Proprio la difficile questione degli immigrati, spesso al centro del dibattito politico, induce a considerare, Costituzione alla mano, un diritto primario della persona umana: quello alla salute.

In particolare, l’art. 32 Cost., che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, è declinabile anche a favore degli immigrati, siano essi regolari o meno, e ciò in ragione del suo costituire “diritto fondamentale”. Ciò emerge per tre ordini di considerazioni. A livello di principio, la Repubblica italiana si conforma allo Statuto delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dalla Assemblea Generale, i quali hanno affermato il principio che gli esseri umani senza distinzione debbano usufruire dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ciò che certamente può dirsi per il diritto alla salute. Più in particolare e in concreto, la legge 40 del 1998, conosciuta come “legge Turco-Napolitano”, all’art. 35, prevede che:

“Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare, garantiti:

a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n. 194, e del decreto del ministro della Sanità 6 marzo 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 13 aprile 1995, a parità di trattamento con i cittadini italiani;

b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176;

c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell'ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni;

d) gli interventi di profilassi internazionale;

e) la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventuale bonifica dei relativi focolai”.

Simile disposizione, al tempo presente, può essere esemplificata avendo riferimento ad un virus, quale quello dell’H1N1, che ha costretto, su indicazione del Ministero della Salute, alla vaccinazione, determinate categorie di cittadini. Ebbene, qualora ci fosse stato un immigrato, anche non regolare, ovvero non munito di permesso di soggiorno, che presentava le caratteristiche dell’individuo da vaccinare, sarebbe stato suo diritto ricevere il trattamento sanitario dovuto al cittadino italiano o allo straniero beneficiante del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), anche in ragione della prevenzione e “salvaguardia della salute individuale e collettiva” (come in effetti recita la legge sopra citata).

In terzo luogo, la stessa Corte Costituzionale, poi, è intervenuta a difendere il contenuto del diritto alla salute nei confronti degli stranieri. Il riferimento precipuo è alla sentenza n. 252 del 5 luglio 2001, con la quale i giudici di Piazza Cavour affermarono che: “il diritto ai trattamenti sanitari necessari per la tutela della salute è “costituzionalmente condizionato” dalle esigenze di bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti, salva, comunque, la garanzia di "un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto” (cfr., ex plurimis, le sentenze n. 509 del 2000, n. 309 del 1999 e n. 267 del 1998).

Questo “nucleo irriducibile” di tutela della salute quale diritto fondamentale della persona deve perciò essere riconosciuto anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed il soggiorno nello Stato, pur potendo il legislatore prevedere diverse modalità di esercizio dello stesso”(1).

Una mancanza di tutela della salute dell’immigrato clandestino, tra l’altro, costituirebbe un’ingiusta disparità di trattamento con quanto previsto dall’articolo 1, commi 5 e 6 del D. Legislativo 22 giugno 1999 n. 230, avente ad oggetto “Il riordino della medicina penitenziaria”, per il quale i detenuti stranieri non in regola con il permesso di soggiorno e anche se ammessi al regime di semilibertà o altre misure alternative alla detenzione, sono obbligatoriamente iscritti al SSN e sono esclusi dalla compartecipazione alla spesa per le prestazioni erogate a parità di condizioni con il cittadino italiano.

(1) Continua la Corte: “la legge prevede quindi un sistema articolato di assistenza sanitaria per gli stranieri, nel quale viene in ogni caso assicurato a tutti, quindi anche a coloro che si trovano senza titolo legittimo sul territorio dello Stato, il “nucleo irriducibile” del diritto alla salute garantito dall’art. 32 Cost.; stante la lettera e la ratio delle disposizioni sopra riportate, a tali soggetti sono dunque erogati non solo gli interventi di assoluta urgenza e quelli indicati dall’art. 35, comma 3, secondo periodo, ma tutte le cure necessarie, siano esse ambulatoriali o ospedaliere, comunque essenziali, anche continuative, per malattia e infortunio”.


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