La Class action in Italia
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Articolo del 29/09/2009 Autore Avv. Luca La Cava Altri articoli dell'autore


La CLASS ACTION in Italia

In seguito all’ampio dibattito dottrinale, divampato in Italia sin dalla fine degli anni Settanta e alla proposizione, durante la IV Legislatura, di alcuni progetti di legge, poi definitivamente accantonati, con moto repentino e forse un po’ avventato, il Parlamento, tramite l’approvazione della legge finanziaria per l’anno 2008 (l. 24/12/2007 n. 244), ha introdotto nel nostro ordinamento le azioni collettive risarcitorie.

Con il nuovo art. 140 – bis cod. cons. – che consente, allorquando siano lesi i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti, ad alcuni soggetti qualificati di agire in giudizio per l’accertamento del diritto al risarcimento del danno e alla restituzione delle somme spettanti ai singoli consumatori o utenti – debutta la versione italiana delle c.d. azioni di classe. Del resto ormai da tempo era nota l’utilità del rimedio delle class action, ossia delle azioni con cui negli U.S.A. un singolo, in rappresentanza di una intera classe di individui, può chiedere e ottenere tutela giurisdizionale simultaneamente per una massa di diritti, se non proprio identici, almeno affini a quello di cui egli è titolare e di cui lamenta la lesione. La possibilità di cumulare in unico processo un numero elevato di controversie seriali, senza esigere né la costituzione in giudizio di tutti gli appartenenti alla classe rappresentata né il formale conferimento di una procura al soggetto agente, garantisce coerenza al sistema e rende vantaggioso l’accesso alla giustizia anche nelle situazioni di mass tort, con conseguente indubbio potenziamento, pure nei confronti degli operatori economici più forti, dell’effetto deterrente e inibente nella repressione delle condotte nocive o ingiuste.

PRESUPPOSTI ex art. 140 – bis cod. cons.

  1. Legittimate all’esercizio dell’azione risarcitoria collettiva, non sono più soltanto le associazioni di cui all’art. 139 cod. cons. (ossia quelle rappresentative a livello nazionale e iscritte nell’elenco tenuto dal Ministro dello Sviluppo Economico, che attualmente ammontano a 16), bensì pure gli altri soggetti di cui al comma 2 ovvero le associazioni e i comitati che sono adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi fatti valere;
  2. L’ambito collettivo dell’espediente processuale collettivo risarcitorio, oltre che alle domande di riparazione per la violazione di una pluralità di diritti dei consumatori  e utenti in relazione a rapporti contrattuali originati dalla sottoscrizione di moduli o formulari, viene esteso alle pretese derivanti dalla asserita lesione di una miriade di diritti in conseguenza di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali scorrette e di comportamenti anticoncorrenziali;
  3. Si dà facoltà ai singoli consumatori o utenti di aderire o intervenire al processo collettivo: questo si spiega in correlazione alla disposizione che assoggetta al giudicato formatosi nel processo di gruppo esclusivamente gli aderenti e gli interventori; il legislatore italiano, pertanto, prende posizione esplicita sulla efficacia ultra partes della sentenza resa tra l’associazione e l’imprenditore o il professionista convenuto, ma adotta il cauto sistema di opt – in: non c’è automatica vincolatività del giudicato collettivo per tutti gli appartenenti alla categoria rappresentata dalla associazione attrice, bensì solo la possibilità che il singolo, tramite un volontario atto di intervento o adesione, si sottoponga al dispiegarsi degli effetti, favorevoli o meno, della pronuncia sulla causa di classe;
  4. È previsto un preventivo vaglio di ammissibilità dell’esercizio in forma aggregata delle pretese risarcitorie di gruppo: il Tribunale può autorizzare l’azione collettiva di cui all’art. 140 – bis cod. cons. soltanto laddove riscontri che:
    1. la domanda non è manifestamente infondata;
    2. non sussiste un conflitto di interessi
    3. ricorre un interesse collettivo suscettibile di adeguata tutela ai sensi della disposizione in commento;
  5. il giudizio risarcitorio collettivo si articola sempre in un primo stadio  deputato all’accertamento dell’illecito lesivo della massa di diritti omogenei e in una seconda fase diretta alla liquidazione dei ristori individuali, per la quale si predilige il canale conciliativo: è però scomparsa l’attribuzione alla sentenza conclusiva della valenza di prova scritta ai sensi dell’art. 634 c.p.c., poiché a tale pronuncia è riconosciuta la vincolatività di un vero e proprio giudicato nei riguardi dei singoli consumatori e utenti intervenuti o aderenti al processo di gruppo

IL PETITUM

Il giudizio collettivo non conduce in realtà ad una sentenza di condanna bensì ad una pronuncia sui generis di mero accertamento, che eventualmente può contenere i criteri per la liquidazione degli ammontari spettanti ai singoli consumatori o utenti o addirittura gli importi minimi da riconoscersi a ciascuno di essi, ma che non attribuisce di per sé ai vincitori il potere di provocare, da parte dell’ufficiale giudiziario e dal giudice dell’esecuzione, l’inizio e la prosecuzione del procedimento per la soddisfazione coattiva della massa di diritti di credito dei consumatori o degli utenti.

Bisogna infatti considerare che l’azione in questione:

  1. può essere promossa dall’associazione legittimata pur se manca qualsiasi adesione;
  2. pur qualora registri l’intervento di uno o più consumatori/utenti, essa conserva immutato l’originario oggetto;
  3. se ritenuta fondata, implica l’emanazione di una sentenza che non produce gli effetti tipici di una condanna.

Ecco infine come si è pronunciata la Cassazione a sezioni unite sulla azione collettiva risarcitoria:

 “Il consumatore che agisca per il risarcimento del danno, lamentando di averlo subito per effetto di una pubblicità ingannevole, è tenuto a dimostrare non solo l'ingannevolezza del messaggio, ma altresì l'esistenza del danno, il nesso di causalità tra pubblicità e danno, nonché la colpa di chi ha diffuso il messaggio, la quale si concreta nella prevedibilità che dalla sua diffusione sarebbero derivate le conseguenze pre giudizievoli dedotte (nella specie, è stata cassata, per violazione dei principi informatori della materia, la pronuncia con cui il giudice di pace, decidendo secondo equità, nonostante l'esclusione di un danno alla salute, aveva accolto la domanda risarcitoria proposta da un fumatore di sigarette "light" che denunciava una generica lesione del diritto all'autodeterminazione consumeristica, nonché il disagio conseguente alla scoperta di essere stato indotto a tenere una condotta pericolosa).

Cassazione civile , sez. un., 15 gennaio 2009, n. 794

Soc. British American Tabacco c. Sisillo

Foro it. 2009, 3 717

Restano in sospeso diversi punti, non soltanto per ciò che attiene giurisdizione e competenza del giudice, ma anche per ciò che attiene lo specifico petitum della domanda collettiva risarcitoria e della effettività degli effetti per i consumatori che aderiscono ad una class action. Ad avviso dello scrivente il tentativo fatto dal legislatore di introdurre questo tipo di azione nel nostro ordinamento è lodevole ma troppo “americanizzato”. Non dimentichiamo che la class action nasce in un ordinamento di common law che ha radici ben diverse e sviluppi opposti rispetto al nostro di civil law. Sarà il tempo a farci capire se le azioni collettive risarcitorie potranno porsi a tutela degli interessi contrapposti tra utenti consumatori da un lato e le lobby dall’altra.


Avv. Luca La Cava
Avvocato
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