Prove concorsuali: obbligo di motivazione e valutazione in forma numerica
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Articolo del 01/03/2009 Autore Avv. Marta Del Giudice Altri articoli dell'autore


 

  1. Premessa: discrezionalità tecnica e sindacato del giudice amministrativo
  2. La valutazione delle prove concorsuali come espressione di discrezionalità tecnica ed il rapporto con l’obbligo di motivazione
  3. Il primo orientamento: sufficienza del punteggio numerico.
  4. Il secondo orientamento: insufficienza del punteggio numerico e necessità di una motivazione espressa.
  5. L’orientamento intermedio.
  6. Questioni di legittimità costituzionale.
  7. Conclusioni: quale tutela per il candidato?

 

 

            1.Premessa: discrezionalità tecnica e sindacato del giudice amministrativo

La problematica della compatibilità della valutazione numerica delle prove concorsuali con il principio di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241 si colloca nella più ampia questione della sindacabilità della discrezionalità tecnica della Pubblica Amministrazione.

Per un’attenta analisi della questione che ci si propone di affrontare in questa sede, occorre prendere le mosse dal concetto stesso di discrezionalità tecnica, dai limiti entro i quali può spingersi il sindacato del giudice amministrativo, per poi procedere all’indagine di uno specifico ambito di discrezionalità tecnica, quale la valutazione delle prove concorsuali e le conseguenze in termini di tutela del candidato laddove la motivazione resa dalla Commissione esaminatrice sia espressa in forma numerica.

In ordine al concetto di discrezionalità tecnica, come noto, tradizionalmente essa si concreta nell’esame di fatti o situazioni che implicano l’utilizzo di cognizioni tecniche e scientifiche di carattere specialistico. Più specificamente, la discrezionalità tecnica si connota per la presenza di una fase di giudizio alla quale, tuttavia, a differenza che nella discrezionalità amministrativa propriamente detta, non si affianca il momento tipico della volontà, ossia della scelta della soluzione più opportuna attraverso una valutazione degli interessi prioritari, in quanto è il legislatore ad aver già effettuato a monte la predetta scelta.

Nella discrezionalità tecnica, l’accertamento dei fatti inerente alla fase del giudizio viene svolto secondo regole scientifiche rispondenti ad un maggiore o minore grado di probabilità che, comunque, non raggiunge mai la certezza, essendo tale accertamento  effettuato sulla base di scienze non esatte, ma comunque necessarie a supportare il momento della decisione.

Con riguardo al sindacato del giudice amministrativo, la dottrina e la giurisprudenza tradizionali fanno rientrare la discrezionalità tecnica nell’ambito del merito amministrativo, collocandola sullo stesso piano della discrezionalità amministrativa, con la sola differenza che l’una comporterebbe una scelta tecnica, l’altra una scelta di opportunità.

Conseguenza di tale impostazione è quella di una sostanziale insindacabilità di tutti gli atti adottati nell’esercizio di discrezionalità tecnica. I poteri del giudice amministrativo nei confronti della due attività discrezionali sarebbero gli stessi, e resterebbe, così, escluso ogni sindacato di merito, non potendo il giudice sostituirsi all’Amministrazione nella

valutazione della soluzione preferibile per il perseguimento dell’interesse pubblico, salvi i casi in cui la legge gli conferisce espressamente tale potere.

Il sindacato del giudice amministrativo sulle scelte tecniche dell’Amministrazione, come sulla discrezionalità amministrativa, potrebbe dunque essere esercitato solo ab externo, concretandosi esclusivamente in un sindacato estrinseco, limitato al profilo dell’eccesso di potere per illogicità manifesta, errore di fatto, insufficienza o contraddittorietà della motivazione e le altre figure sintomatiche, nei limiti della compatibilità delle stesse.

I principi finora affermati, una volta considerati del tutto pacifici, sono stati da qualche tempo superati dalle più recenti posizioni giurisprudenziali.

La giurisprudenza e la dottrina più accreditata, supportate anche dalle modifiche normative sui poteri istruttori nell’ambito del processo amministrativo, ritengono che le valutazioni tecnico-discrezionali – rispetto alle quali, come detto, difetta il profilo tipico della selezione dell’interesse preminente attraverso una ponderazione comparativa degli interessi in gioco – non ha in realtà nulla a che vedere con la discrezionalità c.d. pura, fenomeno del tutto diverso, caratterizzato dall’affidamento all’Amministrazione di un potere finalizzato al perseguimento del fine pubblico prefissato, attraverso la ponderazione degli interessi pubblici e privati coinvolti.

Da tale ultima posizione, deriva che la discrezionalità tecnica non attiene al merito dell’azione amministrativa, in quanto non subentrano valutazioni di opportunità della scelta da effettuarsi. Diversamente, le valutazioni tecnico-discrezionali rientrano nei presupposti di fatto del provvedimento amministrativo e, dunque, nell’ambito dei suoi requisiti di legittimità, ammettendone così la sindacabilità intrinseca da parte del giudice amministrativo.

Questo innovativo orientamento prende le mosse, in giurisprudenza, dalla decisione del Consiglio di Stato, IV sez., 9 aprile 1999 n. 601 (in Cons. Stato 1999, I, 584)(1) che ha l’indubbio pregio di distinguere il merito amministrativo dalla discrezionalità tecnica ed aprire, per tale via, quest'ultima al controllo giurisdizionale, consentendo al giudice di verificare direttamente l'attendibilità delle operazioni tecniche condotte dall'amministrazione riesaminando la correttezza dei criteri tecnici  scelti dall'amministrazione e la loro applicazione al caso concreto.

Il mutamento del quadro di riferimento ha avuto una ulteriore significativa conferma con riguardo ai poteri istruttori del giudice amministrativo di legittimità con l’introduzione dell’articolo 1, comma 2, della legge 21 luglio 2000, n. 205, che ha inserito la consulenza tecnica tra i mezzi istruttori a disposizione del giudice amministrativo nell'esercizio della giurisdizione generale di legittimità. Con l'introduzione di un ausiliario chiamato a consigliare il giudice con relazioni e pareri non vincolanti “in materie di particolare competenza tecnica”, non avrebbe senso ove al giudice fosse impedito di entrare nel merito delle valutazioni tecniche fino ad allora riservate all'autorità amministrativa. 

Tale ultima impostazione, tuttavia, non è stata in grado di sovvertire  l’orientamento tradizionale sopra riportato.

Il sindacato intrinseco del giudice amministrativo sulla discrezionalità tecnica, pur enunciato come principio generale – soprattutto in seguito all’introduzione della consulenza tecnica d’ufficio anche nel giudizio ordinario di legittimità – ha avuto in giurisprudenza una limitata portata applicativa.

Ciò, in particolare, con riguardo al sindacato sulla discrezionalità tecnica che viene in rilievo nella valutazione delle prove concorsuali, ambito nel quale il giudice amministrativo, a tutt’oggi, è quasi unanimemente orientato a limitarsi ad un sindacato estrinseco sull’eccesso di potere.

 

2.         La valutazione delle prove concorsuali come espressione di discrezionalità tecnica ed il rapporto con l’obbligo di motivazione.

 

Prescindendo dalle aperture normative e giurisprudenziali di cui si è detto, ad oggi l’orientamento più recente è pressoché unanimemente orientato ad affermare che le valutazioni tecniche operate delle commissioni esaminatrici attengono al merito e non alla legittimità dell’azione amministrativa, ragion per cui il controllo sulla loro ragionevolezza, coerenza e logicità non potrà che avvenire ab externo, ossia sotto il profilo dell’eccesso di potere per illogicità e contraddittorietà manifesta, travisamento dei fatti e palese disparità di trattamento.(2)

Lo strumento per consentire al giudice tale controllo, seppur limitato agli aspetti estrinseci, formali e logici delle valutazioni delle commissioni esaminatrici, è costituito dalla motivazione dell’atto. Il provvedimento amministrativo, quale manifestazione dell’esercizio puntuale di un potere attribuito dall’ordinamento ad un organo amministrativo, penetra nella sfera giuridica del suo destinatario con astratta capacità lesiva di quest’ultima o di quella di cui i controinteressati sono titolari. In tal modo, la motivazione rappresenta il mezzo che consente al giudice amministrativo di conoscere le modalità con cui l’autorità amministrativa pondera gli interessi pubblici, oltre che il principale oggetto d’indagine del sindacato giurisdizionale.

In altre parole, la legittimità di ogni provvedimento amministrativo deve essere parametrata in base alla congruità ed esaustività del referto motivazionale che lo stesso atto rechi, cosicché emerga l'iter logico seguito e le ragioni specifiche che hanno indotto l'autorità amministrativa ad adottare il provvedimento, anche in relazione alle risultanze dell’istruttoria.(3)

E’appena il caso di aggiungere che l’obbligo di una congrua motivazione è posto a tutela delle ragioni del cittadino il quale, per mezzo delle giustificazioni contenute nell’atto, può disporre di un ulteriore strumento di verifica sulla congruità e ragionevolezza dell’operato dell’Amministrazione, anche al fine di un’eventuale impugnazione in sede giurisdizionale. In tal senso l’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi costituisce corollario del fondamentale principio di buon andamento dell’Amministrazione, enunciato nell’art. 97 Cost.

Nell’ambito delle valutazioni delle prove concorsuali, dunque, la motivazione rappresenta il veicolo che consente al candidato di percepire l’iter logico seguito nella formulazione dei giudizi da parte della commissione, oltre che dei criteri predeterminati che la stessa ha applicato nel caso concreto. In buona sostanza, la motivazione del giudizio valutativo nell’ambito delle procedure concorsuali riveste un ruolo fondamentale in quanto costituisce l’oggetto principale del sindacato del giudice amministrativo.

Al contempo, la fase della valutazione delle prove è quella più delicata e la più problematica del procedimento concorsuale, in quanto non disciplinata da alcuna disposizione legislativa o regolamentare che limiterebbe fortemente l’ampia discrezionalità e il notevole potere di apprezzamento che caratterizza l’opera di giudizio delle commissioni. Lo dimostra il fatto che, come noto, gran parte del contenzioso in materia di concorsi pubblici riguarda le operazioni di valutazione e di giudizio delle commissioni concorsuali.

In tale contesto, una volta compreso il ruolo fondamentale che riveste la motivazione del provvedimento ai fini del sindacato giurisdizionale, un problema di grande rilevanza è il riuscire a capire fino a che punto l’attività discrezionale tecnica finalizzata ad concretizzarsi in un giudizio finale, esercitata dalle Commissioni esaminatrici – intesa da una parte della giurisprudenza come una sorta di campo superprotetto ed impenetrabile ad ogni sindacato di legittimità – possa essere messa in discussione dall’obbligo di motivazione che l’articolo 3 della l. n. 241/90, impone per tutti i provvedimenti amministrativi, ivi comprese le manifestazione di giudizio tecnico quali le valutazioni attribuite alle prove concorsuali.

In particolare, l’annosa questione di cui si dibatte da anni in giurisprudenza – della quale in questa sede si cerca di offrire un’analisi il più esaustiva possibile – è quella di ritenere idoneo il solo punteggio numerico attribuito alle prove concorsuali ai fini dell’adempimento dell’obbligo di motivazione imposto all’Amministrazione dal citato art. 3 della L. n. 241/90, ovvero se, per adempiere a tale obbligo, sia piuttosto necessario rendere percepibile l’iter logico che ha condotto la commissione all’adozione del giudizio in forma numerica.

Da un lato, infatti, solo una motivazione che dia conto dei parametri di valutazione seguiti nel caso concreto può garantire l’uniformità di giudizio e la par condicio tra i candidati e, con essi, il rispetto del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. (4)

Dall’altro, la motivazione espressa mediante un punteggio numerico risponde ad esigenze di speditezza ed economicità nello svolgimento dell’azione amministrativa nell’ambito della procedure concorsuali, nonché, nella sostanza, al principio di buon andamento di cui all’art. 97 Cost..

Il problema è stato affrontato in giurisprudenza elaborando dapprima due posizioni nettamente contrapposte, nonché una terza posizione intermedia, che, tuttavia, non è riuscita a raccogliere il consenso unanime dei giudici di Palazzo Spada, rimanendo confinata ad alcune isolate pronunce della V e VI sez. del Consiglio di Stato.

 

 

3. Il primo orientamento: sufficienza del punteggio numerico

 

La questione della idoneità del punteggio numerico a costituire compiuta espressione di giudizio sulle prove concorsuali aveva sollevato dubbi in giurisprudenza ancor prima dell’entrata in vigore dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241. Era, tuttavia, opinione largamente condivisa che il voto non costituisce una sorta di dispositivo di cui occorra fornire una motivazione, ma sintetizza ed esprime in forma numerica il giudizio reso dalle commissioni esaminatrici.

Anche successivamente all’entrata in vigore della predetta legge, secondo l’orientamento pressoché granitico del Consiglio di Stato, il punteggio numerico costituisce un’espressione sintetica ma eloquente della valutazione tecnica compiuta dalla commissione, che contiene in sé la propria motivazione. Il semplice valore numerico attribuito all’elaborato di un candidato nell’ambito delle operazioni di valutazione delle prove scritte effettuata da una commissione concorsuale è ritenuto di per sé sufficiente a soddisfare l’esigenza di trasparenza, imparzialità e di non contraddittorietà del giudizio tecnico finale.

Diverse sono le argomentazioni richiamate a sostegno di tale impostazione.

  1. Un primo argomento focalizza l’attenzione sull’applicabilità dell’art. 3 della legge n. 241/90 ai soli atti provvedimentali, che hanno per contenuto una determinazione di volontà e implicano l’esercizio di poteri discrezionali, e non all’attività di giudizio che consegue a valutazioni, priva di carattere provvedimentale.(5) Così ritenendo, restano esclusi dall’obbligo di cui alla norma richiamata le valutazioni relative alle prove concorsuali, in quanto manifestazioni di giudizio prive di natura provvedimentale.
  2. Un secondo aspetto, fondato anche su ragioni di carattere pratico, legate alla necessità di garantire la speditezza e l’economicità dell’azione amministrativa, si rinviene nella considerazione che imporre alle commissioni esaminatrici di motivare i propri giudizi, oltre a non attribuire, nella sostanza, garanzie significativamente maggiori, finirebbe con l’appesantire oltre ogni limite l’attività delle commissioni stesse, comportando carichi di lavoro e tempi di svolgimento delle procedure irrimediabilmente configgenti con i criteri di economicità e di efficacia richiamati dall’art. 1 della legge n. 241/90 e riassunti nel principio di buon andamento della pubblica amministrazione, di cui all’art. 97 Cost..
  3. Nei casi in cui le amministrazioni non si sono vincolate, in sede di elaborazione dei criteri di giudizio, a dare conto in maniera puntuale di alcuni elementi di valutazione numerica, il valore numerico attribuito alle prove non necessita di un’espressa motivazione. In pratica, a meno che sia la stessa commissione di concorso ad autovincolare la propria discrezionalità, preordinando in modo esplicito ulteriori elementi di verbalizzazione e conoscenza dei passaggi del proprio interno processo decisionale-valutativo, l'attribuzione di un punteggio numerico è da sola sufficiente a rappresentare in forma sintetica la valutazione compiuta dalla commissione di concorso.(6)
  4. Il punteggio numerico avrebbe richiesto una specifica motivazione solo quando questa fosse stata giustificata da un contrasto talmente rilevante e macroscopico tra punteggi attribuiti dai singoli componenti della commissione tale da configurarsi una contraddittorietà intrinseca del giudizio complessivo, trattandosi di contrasto tra i vari punteggi che faccia ipotizzare un eccesso di potere per illogicità manifesta, travisamento dei fatti e palese disparità di trattamento.(7)
Infine, la valutazione delle prove di esame da parte delle commissioni esaminatrici di concorsi a pubblici impieghi è espressione dell’ampia discrezionalità tecnica di cui esse dispongono nello stabilire l’idoneità tecnica e culturale dei candidati, il cui esercizio è da ritenere sindacabile in sede giurisdizionale soltanto sotto il profilo dell’eccesso di potere per illogicità manifesta, travisamento dei fatti e palese disparità di trattamento. Tale insindacabilità – rectius limitata sindacabilità –
  1. consente di ritenere esaustiva la motivazione della prova concorsuale mediante un punteggio numerico.(8)

La soluzione fin qui descritta è stata e continua ad essere sostenuta nella maggioranza delle pronunce del Consiglio di Stato, secondo cui il punteggio attribuito mediante un numero esprime di per sé una valutazione tecnica della Commissione esaminatrice tale che un’ulteriore motivazione si tradurrebbe in un’inutile duplicazione, non solo con riferimento alla valutazione degli elaborati costituenti le prove di esame, ma anche in relazione a qualunque altra procedura comportante l’attribuzione di punteggi ove la valutazione fosse stata preceduta dalla preventiva predisposizione di criteri di massima.

Per completezza, va osservato che lo stesso Consiglio di Stato ha ribadito il citato orientamento anche in sede consultiva. A titolo esemplificativo, con parere n. 120 del 1995 reso dall’Adunanza Generale, che si pronunciava a favore della modifica del primo comma dell’art. 12 del D.P.R. 9 agosto 1994, n. 487 (volto a regolamentare il procedimento concorsuale), i Giudici hanno specificato che i criteri di valutazione nei concorsi vanno stabiliti al fine di assegnare – e non motivare – i punteggi ai candidati. Ciò in virtù del fatto che la graduazione numerica è in realtà un modo di differenziare le valutazioni.

Nel pronunciarsi favorevolmente nei confronti della modifica ad una norma che contrastava apertamente con l’art. 3 della legge n. 241, l’Adunanza Generale rendeva allora un’interpretazione potenzialmente vincolante per ogni successiva lettura della norma palesando un duplice fine. Da un lato, quello di difendere l’indirizzo interpretativo originario; dall’altro, accogliendo le preoccupazioni dell’Amministrazione a fronte delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare qualora detto orientamento fosse venuto meno. Ciò in quanto si sarebbe trovata a dover legittimare in modo approfondito le ragioni delle votazioni, limitando, al contempo,  l’esercizio di una prerogativa tradizionalmente considerata discrezionale, e, per ciò solo, rispondente esclusivamente ai canoni della legittimità.

 

 

4.         Il secondo orientamento: insufficienza del punteggio numerico e necessità di una motivazione espressa

 

            Con l’entrata in vigore della legge n. 241/90, cominciò a farsi strada una nuova prospettazione giurisprudenziale, sostenuta inizialmente ed ancora oggi dalla maggioranza dei TT.AA.RR., seppur non condivisa dal Consiglio di Stato, secondo cui tutti i giudizi resi sulle prove di esame necessitano di una motivazione che renda intellegibile l’iter logico seguito dalla commissione esaminatrice nell’attribuzione del punteggio numerico.

Tale necessità di motivare la valutazione di una prova di concorso, a maggior ragione se negativa, deriva innanzitutto dal fatto che sovente i criteri di valutazione delle prove non sono predeterminati dalla commissione esaminatrice ovvero coincidono con espressioni affette da estrema genericità.

Detto secondo orientamento, al contempo, è rivolto a coniugare l’esigenza di assicurare la speditezza del lavoro delle commissioni con il diritto dei candidati di conoscere gli errori, le inesattezze o le lacune delle loro prove.

La predeterminazione di criteri di valutazione corretti, rigidi e puntuali,  risultato di un’attività discrezionale tecnica riconosciuta alla commissione stessa, deve rendere percepibile l’iter logico seguito nell’attribuzione del punteggio finale in ordine alla puntuale attinenza ed effettiva rispondenza della valutazione delle prove effettuate ai criteri stessi. Tale necessità è dettata dal rispetto dei principi di trasparenza ed imparzialità dell’attività amministrativa, cui le commissioni concorsuali sono tenute nelle operazioni di valutazione delle prove delle selezioni pubbliche.

Il predetto orientamento è affermato sulla base di diversi presupposti che, per alcuni versi, tendono a smentire le argomentazioni a sostegno dell’orientamento prevalente:

  1. I giudizi di valutazione delle prove concorsuali delle commissioni non sono sottratti all’obbligo di motivazione secondo quanto previsto dall’articolo 3 della legge n. 241/1990. Tale disposizione afferma che tutti i provvedimenti amministrativi, compresi quelli concernenti lo svolgimento dei pubblici concorsi, devono essere motivati con l’indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria. Da un lato, quindi, l’aver ricompreso espressamente i provvedimenti relativi allo svolgimento delle procedure concorsuali tra quelli soggetti all’obbligo di motivazione, costituisce argomento decisivo a sostegno dell’insufficienza del solo punteggio numerico.(9) Dall’altro, i provvedimenti finali dei procedimenti concorsuali e di quelli idoneativi (graduatorie, provvedimenti di idoneità o inidoneità) sono generalmente motivati con il solo richiamo agli atti del procedimento, in quanto oggetto di una relatio da parte dei provvedimenti finali; sicché escludere l’obbligo di motivazione dei giudizi valutativi equivarrebbe ad espungere la motivazione dall’intero ambito dei predetti procedimenti. E ciò in palese difformità dalla menzione esplicita dei procedimenti concorsuali che il legislatore ha – per contro – voluto per evitare al riguardo incertezze applicative ed interpretative.(10)
  2. Non può ritenersi sufficiente il voto numerico attribuito al candidato, atteso che il punteggio numerico costituisce esternazione del risultato e non già della motivazione del giudizio valutativo: chi consegue un voto negativo espresso con un punteggio non è messo in condizioni, infatti, di conoscere i motivi del voto negativo. Al candidato deve essere assicurato il diritto di conoscere gli errori, le inesattezze o le lacune in cui ritiene che la commissione sia incorsa, sì da potere valutare la possibilità di un ricorso giurisdizionale e che, conseguentemente, il rispetto dei principi anzidetti impone che alla valutazione sintetica di semplice "non inidoneità” si accompagnino quanto meno ulteriori elementi sulla scorta dei quali sia consentito ricostruire ab externo la motivazione del giudizio valutativo.(11) In altre parole, la conoscenza da parte dei candidati degli errori, inesattezze e lacune del proprio elaborato consentirebbe di meglio valutare i termini di un eventuale ricorso giurisdizionale. (12)
  3. L’art. 12, comma 1, del D.P.R. 9 maggio 1994 n. 487, come modificato dall’art. 10 del D.P.R. 30 ottobre 1996 n. 693, stabilisce che "le commissioni esaminatrici, alla prima riunione, stabiliscono i criteri e le modalità di valutazione delle prove concorsuali, da formalizzare nei relativi verbali, al fine di assegnare i punteggi attribuiti alle singole prove". L’obbligo di stabilire i criteri di valutazione delle prove concorsuali, cioè di autolimitare il proprio potere di apprezzamento delle prove concorsuali in base a criteri predeterminati, impone – per ineludibile conseguenza – di motivare circa il modo di applicazione dei criteri nel caso concreto. Diversamente opinando, tra criteri e giudizi valutativi sarebbe irragionevolmente omesso il passaggio intermedio dell’applicazione del criterio, il che renderebbe inutile la fissazione dei criteri medesimi e l’effetto di autolimitazione che ne deriva.
  4. L’art. 9, comma 3, del D.P.R. 27 marzo 2001, n. 220, recante disciplina concorsuale del personale non dirigenziale del Servizio sanitario nazionale, prevede che “la commissione, alla prima riunione, stabilisce i criteri e le modalità di valutazione, da formulare nei verbali, delle prove concorsuali ai fini della motivazione dei punteggi attribuiti alle singole prove”. Ciò a dimostrazione che, se l’obbligo di motivare le risultanze delle prove concorsuali è normativamente previsto per uno specifico ambito di procedure selettive, lo stesso costituisce espressione di un obbligo generalizzato valido per tutti i concorsi pubblici. Analogamente, le disposizione di cui al D.P.R. n. 390/98 (in materia di modalità di espletamento dei concorsi per ricercatori e docenti universitari) assoggettano esplicitamente i “provvedimenti-giudizio” delle commissioni esaminatrici ai comuni e generali principi di diritto amministrativo contenuti nella legge n. 241/90, tra cui anche l’obbligo di motivazione.(13)
  5. Il candidato ha il diritto di conoscere in quali errori o inesattezze sia incorso o, comunque per quali ragioni sia stata giudicata in modo insufficiente la sua prova; contrariamente, non si comprenderebbe il motivo per cui è stato unanimemente riconosciuto il diritto di accesso – ex art. 22 L. 241/90 – alla visione degli elaborati  in caso di impugnativa degli atti concorsuali.(14)
  6. Proprio la giurisprudenza del Consiglio di Stato, sia pure meno recente, in materia di procedimenti selettivi interni per titoli per la nomina a qualifiche sovraordinate, ha ritenuto sussistere un obbligo di motivazione evidenziando l’illegittimità dello scrutinio della Commissione, ove la P.A. abbia seguito un metodo che si sostanzia in una serie di passaggi astratti disancorati da qualsiasi riferimento alle ragioni che concretamente dovrebbero giustificare sia l’aggettivazione utilizzata, sia il punteggio che tale aggettivazione ha determinato. (15)  Pertanto, se tale obbligo vige per i procedimenti selettivi interni per titoli, non si comprende perché non dovrebbe valere anche per i concorsi pubblici per esami per l’accesso alle qualifiche iniziali dei ruoli e per i procedimenti idoneativi, ad essi assimilati.
  7. L’art. 11, comma 5, del D.lgs. 24 aprile 2006 n. 166, nel disciplinare le modalità di correzione delle prove scritte del concorso notarile, prescrive testualmente:“Il giudizio di non idoneità è motivato. Nel giudizio di idoneità il punteggio vale motivazione”.  Il successivo art. 12, comma 5, del citato D.lgs., nel disciplinare le modalità di svolgimento delle prove orali del concorso notarile, così dispone: “La mancata approvazione è motivata. Nel caso di valutazione positiva il punteggio vale motivazione”. Le predette disposizioni normative, nonostante trovino applicazione con riguardo al concorso per l’accesso alla professione di notaio, devono ritenersi espressione del principio di trasparenza dell’attività della P.A. e, in quanto tali, i principi dalle stesse affermati, vanno estesi a tutte le tipologie di procedure concorsuali.(16)

            Tale secondo orientamento, condiviso da gran parte dei giudici di primo grado, ha trovato largo seguito specialmente con riferimento all’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, nel quale l’esito negativo della prova scritta comporta la non ammissione del candidato alla successiva prova orale. Nella generalità dei casi tale giudizio di insufficienza elaborato dall’apposita Commissione giudicante non reca alcun riferimento ad errori, lacune, omissioni, non rispondenza ai criteri di giudizio prefissati degli elaborati giudicati insufficienti, mentre l’unico segno concreto di valutazione dell’elaborato è costituito dall’apposizione di un voto numerico tale da qualificare la prova insufficiente.

            In tale contesto le soluzioni dei Tribunali Amministrativi, per tutte le argomentazioni sopra riportate, sono generalmente orientate a riconoscere l’illegittimità di tale modus operandi dell’Amministrazione, in considerazione del fatto che l’efficacia e la speditezza dell’azione amministrativa non possono di per sé sacrificare la tutela delle posizioni dei partecipanti alla procedura concorsuale.

 

 

5.         L’orientamento intermedio

 

Ai due orientamenti contrapposti fin qui descritti, si è aggiunta una terza soluzione intermedia e particolarmente innovativa, con cui il Consiglio di Stato, in particolare la VI sezione, sebbene solo limitatamente ad alcune pronunce, si è per la prima volta discostato dall’orientamento tradizionale secondo cui la motivazione espressa numericamente assicura la necessaria chiarezza sulle valutazioni di merito delle prove di concorso.

Secondo tale orientamento, inaugurato con la sentenza del 30 aprile 2003, n. 2331(17), della citata VI sezione del Consiglio di Stato, la questione circa l’utilizzazione del solo punteggio numerico ovvero della necessità di meglio esternare le ragioni sottese alle valutazioni negative effettuate dalle commissioni esaminatrici deve essere risolta avuto riguardo alla rigida predeterminazione dei criteri di valutazione delle prove concorsuali. Conseguentemente, ove detti criteri non siano stati sufficientemente determinati, è necessario, in ossequio al principio di trasparenza dell’attività amministrativa, corroborare il punteggio numerico con elementi che integrino e chiariscano la valenza del punteggio stesso.

Nella citata sentenza, il Consiglio di Stato, pur sposando talune delle argomentazioni utilizzate dai giudici di primo grado a sostegno della necessità di una motivazione espressa nei giudizi relativi alle prove di concorso, tuttavia non è pervenuto all'estrema conclusione dell'insufficienza del solo punteggio numerico, bensì ha sottolineato l’esigenza che a questo si accompagnino – oltre alla preventiva fissazione dei criteri valutativi – ulteriori elementi o segni (sottolineature, segni grafici, note a margine dell'elaborato, etc.)  idonei a dare contezza al candidato delle ragioni della valutazione di insufficienza della sua prova.

Ciò consente di garantire la possibilità di un sindacato della ragionevolezza, della coerenza e della logicità delle stesse valutazioni concorsuali – per altro difficile da assicurare in presenza di un mero punteggio numerico – nonché il diritto del candidato di conoscere i propri errori o inesattezze, così da poter valutare la concreta fruibilità di un ricorso giurisdizionale.

Come afferma lo stesso Collegio, tale soluzione intermedia riesce a coniugare con il rispetto dei principi costituzionali – in primis il principio di trasparenza dell’attività amministrativa – le ulteriori ragioni di natura pratica addotte a sostegno dell’orientamento che considera sufficiente il mero punteggio numerico, in particolare quelle relative alla necessità di garantire la speditezza delle operazioni concorsuali ed idoneative, spesso connotate dal numero elevato dei partecipanti.(18)

Così ritenendo, dunque, l’idoneità del voto numerico a costituire adempimento dell’obbligo motivazionale non può essere affermata o negata in astratto, ma va valutata in concreto, alla luce dei criteri di massima fissati dalle commissioni esaminatrici, di guisa che solo a criteri generici, ossia non rigidamente predeterminati, consegue l’insufficienza del valutazione numerica.

L’adesione all’orientamento intermedio, dopo la breccia aperta con la citata sentenza n. 2331/03, è stata condivisa e precisata in successive pronunce della V e VI sez. del Consiglio di Stato.

In particolare, i Giudici di Palazzo Spada hanno ulteriormente specificato che l’onere di motivazione può ritenersi assolto solo allorché il punteggio numerico consenta, sia pure in via sommaria, di risalire agli aspetti salienti della prova che hanno determinato il giudizio espresso e si atteggi a puntuale ed intelligibile applicazione dei criteri preventivamente enunciati; diversamente, in presenza di criteri generali e di mero indirizzo logico-sistematico, il punteggio numerico costituisce motivazione soltanto apparente – e per ciò solo illegittima – non fornendo le coordinate necessarie a correlare, in concreto, il giudizio espresso con il contenuto dell’elaborato del singolo concorrente.(19) Inoltre, se il punteggio numerico è reso in applicazione di criteri rigidamente predeterminati, facendo ricorso ad apposite griglie di valutazione, non necessita dell’apposizione di ulteriori elementi quali note a margine o segni grafici che consentano di individuare i profili della prova valutati negativamente.(20)

Occorre precisare, tuttavia, che l’orientamento c.d. intermedio, pur fondandosi su ragioni giuridiche apparentemente inattaccabili, frutto di una ponderata e sapiente evoluzione giurisprudenziale, non è riuscito a mutare il consolidato indirizzo della IV sez. del Consiglio di Stato, che ritiene legittima la valutazione delle prove di esame sulla base del solo punteggio numerico. Essa, infatti, nelle sue pronunce, continua a fondare la sufficienza del voto numerico sulle antiche argomentazioni a sostegno dell’orientamento tradizionale.(21)

Nel contesto delineato, le aperture della V e VI sez. all’orientamento intermedio vengono bollate, a seconda dei casi, come non condivisibili e peraltro non univoche, essendo smentite da coeve decisioni delle medesime sezioni, oppure come non pertinenti, perché determinate dalla peculiarità della procedura selettiva, dovendosi pertanto escludere che si sia in presenza di un orientamento a carattere generale ed innovativo sul tema.

         L’orientamento granitico della IV sezione del Consiglio di Stato, che ha archiviato il tentativo di revirement operato dalla VI sez. con la celebre sentenza n. 2331/03, comunque non ha impedito a diversi Tribunali amministrativi regionali, consapevoli dei limiti giuridici dell’impostazione dominante, di conformarsi all’orientamento intermedio.(22)

 

 

6.         Questioni di legittimità costituzionale

 

Per dovere di completezza espositiva, non va taciuto che la tematica in esame, con specifico riferimento alle prove di abilitazione alla professione di avvocato, ha ripetutamente formato oggetto di scrutinio da parte della Corte Costituzionale, nel tentativo intrapreso dai Giudici di primo grado di ottenere maggiore chiarezza normativa sulla questione dell’obbligo di motivazione nelle valutazioni delle prove concorsuali.

Il primo tentativo di risolvere il contrasto tra i due opposti orientamenti giurisprudenziali veniva operato dal T.A.R. Lombardia Milano, Sez. III, il quale, con ordinanza 28 aprile 2000 n. 135 (ed ulteriori cinquantotto ordinanze di identico contenuto), sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 alla luce dell’interpretazione fornitane dal Consiglio di Stato nel citato parere 9 novembre 1995, n. 120 reso dall'Adunanza Generale, secondo cui l’obbligo di cui all’art. 3 non si applicherebbe alla valutazione delle prove scritte previste per concorsi pubblici ed in particolare a quelle previste per l'accesso alla professione di avvocato, essendo stato ritenuto sufficiente che la valutazione delle dette prove sia espressa solo con coefficienti numerici. Il Tar Lombardia, nella citata ordinanza, qualificando come “diritto vivente” l’interpretazione resa dal Consiglio di Stato, ne censurava la legittimità per mancata conformità ai principi costituzionali di cui agli artt. 3, 24, 97 e 113 della Costituzione.

Tuttavia, la Corte Costituzionale, con ordinanza 3 novembre 2000 n. 466, ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale, perché essa non era in realtà diretta a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, ma si traduceva piuttosto in un improprio tentativo di ottenere l’avallo della Corte costituzionale a favore di una determinata interpretazione della norma, attività, questa, rimessa al giudice di merito, tanto più in presenza di indirizzi giurisprudenziali non stabilizzati.

A seguito del nuovo orientamento intermedio del Consiglio di Stato, il quale profilava aperture in senso favorevole alla soluzione costantemente adottata dai Giudici di primo grado, si sono susseguiti ulteriori tentativi di riportare la questione dinanzi alla Corte Costituzionale, prima da parte del T.A.R. Puglia(23) e, successivamente, da parte del T.A.R. Emilia Romagna.(24)

Il T.A.R. Lecce, riproponendo sostanzialmente la questione di costituaizonalità dell’art. 3 nei termini di cui alla precedente ordinanza di rimessione del Tar Lombardia, ribadiva l’assunto secondo cui l’orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato costituirebbe “diritto vivente”, contrario ai principi costituzionali.

Tuttavia, essendo rimasto immutato il quadro giurisprudenziale – poiché l’orientamento del Consiglio di Stato, ora come allora, è dominante ma non univoco, e pertanto non idoneo a costituire “diritto vivente” – la Corte Costituzionale, con le ordinanze nn. 419 e 420 del 14 novembre 2005, ha confermato la pronuncia di manifesta infondatezza della questione, precisando, in questa occasione, che la presenza di ulteriori evoluzioni del panorama giurisprudenziale, consente al giudice amministrativo “di adottare una delle (plurime) interpretazioni che ritenga conforme agli invocati parametri costituzionali”.

Diverso, invece, è l’oggetto dell’ordinanza del T.A.R. Emilia Romagna Bologna. La questione di legittimità costituzionale riguardava, in tal caso, gli artt. 23, comma 5, 24, comma 1, e 17-bis, comma 2, del R.D. 22 gennaio 1934 n. 37, che, obbligando le commissioni esaminatrici ad “esprimere un semplice voto nel giudicare le prove scritte dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato”, si porrebbero in contrasto con i principi di cui agli artt. 3, 24, 97, 98 e 113 della Costituzione.

Anche in tal caso, tuttavia, la Corte Costituzionale non si è discostata dalle sue precedenti affermazioni. Con ordinanza 27 gennaio 2006 n. 28, nel dichiarare inammissibile la questioni di legittimità costituzionale delle norme citate, in quanto volte ad ottenere l’avallo della Corte ad una certa interpretazione delle disposizioni impugnate, piuttosto che a sottoporre alla stessa un dubbio di legittimità costituzionale, ha esplicitamente escluso che "la tesi dell’inesistenza di un obbligo di motivazione per gli esami di abilitazione e in generale per i concorsi costituisca << diritto vivente>>", suggerendo di fatto ai giudici remittenti di optare per una soluzione ermeneutica conforme ai principi costituzionali di cui artt. 3, 24, 97, 98 e 113 Cost., dei quali era stata denunciata la lesione.(25)

Ad ogni modo, vista l’incertezza e l’instabilità del panorama giurisprudenziale, le statuizioni della Corte Costituzionale, pienamente condivisibili ad opinione di chi scrive, non avrebbero in alcun modo potuto offrire una soluzione definitiva alla questione circa la sufficienza o meno del punteggio numerico nelle prove concorsuali in relazione all’obbligo di motivazione di cui all’art. 3, L. n. 241/90.

 

 

7.   Conclusioni: quale tutela per il candidato?

 

Il quadro giurisprudenziale fin qui descritto, ben lungi dall’offrire una soluzione univoca sulla questione, evidenzia piuttosto un radicato e contrapposto dualismo tra i Giudici di primo e secondo grado, i cui orientamenti sono destinati, a quanto pare, a convivere in conflitto nel panorama giurisprudenziale italiano.

Né può negarsi che entrambe le soluzioni siano supportate da considerazioni altamente valide, ossequiose di principi di rango costituzionale, quali, da un lato, il buon andamento dell’attività amministrativa,  rivenibile nelle esigenze di celerità e speditezza delle procedure concorsuali, dall’altro l’imparzialità dell’azione amministrativa, intesa come diritto del candidato di poter conoscere i propri errori, così come valutati dalla commissione d’esame.

Nell’ambito di tale dualismo, ad opinione di chi scrive appare degno di nota il tentativo di revirement operato dalla VI sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 2331/03 e le successive ad essa conformatesi. Tale decisione ha il pregio di aver valorizzato il principio di trasparenza nell’ambito delle procedure concorsuali, offrendo, al contempo, una soluzione di taglio pratico alla questione, richiedendo un comportamento comunque esigibile da parte dei componenti delle commissioni esaminatrici che consente, con il minimo sforzo, una valutazione oggettiva del giudizio reso nei confronti del candidato, oltre che una senza dubbio maggiore rispondenza all’obbligo di cui all’art. 3 della L. n. 241/1990.

Sulla scia di tale orientamento, inizialmente circoscritto ad isolate pronunce di secondo grado, il  T.A.R. Campania – con il citato precedente n. 9992/2008 – ha recentemente abbracciato la posizione c.d. intermedia ritenendola “sicuramente la più ragionevole” tra le tesi giurisprudenziali contrapposte relative alla questione della sufficienza del voto numerico.

Tali interventi non possono non essere favorevolmente considerati, se si valuta, tra l’altro, che le statuizioni ivi espresse – oltre ad essere pienamente conformi al principio di trasparenza dell’attività amministrativa, coerente con il più generale quadro di modernizzazione degli apparati pubblici – potrebbero verosimilmente e significativamente contribuire al contenimento del contenzioso in materia di concorsi pubblici.

Ciò in quanto la conoscenza da parte del candidato degli errori, inesattezze o lacune del proprio elaborato (o prova orale), consentirebbe di valutare più accuratamente la fruibilità e la convenienza di un ricorso giurisdizionale e contribuire al buon andamento dell’azione amministrativa nell’ottica deflattiva del contenzioso.

Sebbene continui a dominare l’orientamento tradizionale, dunque, sempre più frequenti sono, alla luce delle novità normative e giurisprudenziali, i dubbi e le perplessità sulla concreta sufficienza di un voto alfanumerico a consentire al candidato di percepire il reale iter logico-giuridico in forza del quale la Commissione è giunta ad una valutazione negativa della prova concorsuale.

Solo una soluzione più equilibrata, quale quella poc’anzi descritta, consente sia di garantire la celerità delle correzioni, sia di offrire al candidato un’esaustiva percezione degli errori commessi e, conseguentemente, di utilizzare in maniera più avveduta e oculata gli strumenti di tutela giurisdizionale a sua disposizione.

Sarebbe comunque auspicabile l’intervento dell’Adunanza Plenaria che componga l’ormai annoso contrasto aperto da anni, tenendo conto sia delle esigenze di celerità nello svolgimento delle procedure concorsuali, sia – soprattutto – delle esigenze di imparzialità e trasparenza dell’azione amministrativa per garantire una tutela più consapevole del candidato.

 

 

 

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(1) In tale sentenza si afferma che la discrezionalità tecnica non attiene al merito amministrativo (che comporta una diretta valutazione del concreto interesse pubblico), ma “ricorre quando l’amministrazione, per provvedere su un determinato oggetto, deve applicare una norma tecnica cui una norma giuridica conferisce rilevanza diretta o indiretta”, il che “può comportare valutazione di fatti suscettibili di vario apprezzamento, quando la norma tecnica contenga dei concetti indeterminati o comunque richieda apprezzamenti opinabili”. Tuttavia, prosegue il Collegio,  “la questione di fatto, che attiene ad un presupposto di legittimità del provvedimento amministrativo, non si trasforma - soltanto perché opinabile - in una questione di opportunità, anche se è antecedente o successiva ad una scelta di merito” ed è perciò sindacabile da parte del giudice amministrativo. Conseguentemente, costituendo gli apprezzamenti tecnici questioni di fatto, il sindacato giurisdizionale sugli stessi “può svolgersi in base non al mero controllo formale ed estrinseco dell'iter logico seguito dall'autorità amministrativa, bensì invece alla verifica diretta dell'attendibilità delle operazioni tecniche sotto il profilo della loro correttezza quanto a criterio tecnico ed a procedimento applicativo”. Si veda, in sede di commento a tale pronuncia, M. Del Signore, Il sindacato del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche: nuovi orientamenti  del Consiglio di Stato, in Dir. Proc. Amm., 2000, pp. 185 ss.; P. Lazzara, Discrezionalità tecnica, e situazioni giuridiche soggettive, ivi, 2000, pp. 212 ss. e, L. IEVA, “Valutazioni tecniche e decisioni amministrative”, in www.lexitalia.it.

 

(2) Si veda per tutte Cons. Stato Sez. IV, 14 dicembre 2006, n. 7470, secondo cui “le valutazioni espresse da una commissione di concorso nelle prove scritte e orali dei candidati costituiscono espressione di un'ampia discrezionalità tecnica e come tali sfuggono al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non siano inficiate ictu oculi da eccesso di potere sub specie delle sintomatiche figure dell'arbitrarietà, della irragionevolezza, della irrazionalità e del travisamento dei fatti”. In senso conforme Cons. Stato Sez. VI, 11 settembre 2006, n. 5232; Cons. Stato Sez. V, 25 luglio 2006, n. 4651; Cons. Stato Sez. VI, 15 giugno 2006, n. 3512; T.A.R. Puglia Lecce, Sez. II, 11 settembre 2006, n. 4409. Contra tuttavia Cons. Stato, Sez. VI, 9 novembre 2006, n. 6607 e T.A.R. Lazio Roma Sez. II, 26 giugno 2006, n. 5154.

 

(3) Così la giurisprudenza consolidata, cfr. per tutte T.A.R. Friuli Venezia Giulia, 30 agosto 2006, n. 581.

(4) Così RUBERTO G., “I controversi limiti del sindacato del giudice amministrativo sulle valutazioni delle prove concorsuali” in www.lexitalia.it

 

(5) In tal senso Tar per il Lazio, Roma, sez. I , 23 maggio 2005 n. 4070; Consiglio di Stato, sez. IV, 19 luglio 2004 n. 5175; da ultimo Consiglio di Stato, sez. IV, 18 ottobre 2006 n. 6196.

(6) In tal senso Consiglio di Stato, sez. V, 6 giugno 2002 n. 3184; Consiglio di Stato, sez. V, 25 settembre 2000 n. 5073; Consiglio di Stato, sez. V, 25 gennaio 2003 n. 344; Tar per il Lazio, Roma, Sez. I, 11 novembre 2005 n. 11027.

 

(7) C.G.A., sezione giurisdizionale, 5 dicembre 2002 n. 660; Consiglio di Stato, sez. V, 25 gennaio 2003 n. 344.

(8) Consiglio di Stato, sez. IV, 26 aprile 2006 n. 2335. Sul fronte dei Tribunali di primo grado si veda T.A.R. Friuli-V. Giulia Trieste Sez. I, 16/10/2006, n. 642, secondo cui “le valutazioni in termini numerici sono compiutamente e sufficientemente emesse, senza che sia necessaria alcuna ulteriore spiegazione dell'iter seguito per pervenirvi, essendo la motivazione estesa necessaria solo quando l'amministrazione esercita un potere discrezionale, ma non quando agisce nell'ambito di una discrezionalità tecnica, in cui il punteggio assegnato discende da apprezzamenti di carattere scientifico”.

 

(9) In tal senso T.A.R. Calabria Reggio Calabria Sez. I, 31 ottobre 2006, n. 1677, secondo cui “quando si fa luogo al raffronto tra le posizioni dei diversi candidati, deve essere assicurata, quanto meno in forma sintetica, l'esternazione delle ragioni sottese alle valutazioni della Commissione, rendendo percepibile l'iter logico seguito nell'attribuzione del punteggio, se non attraverso diffuse esternazioni verbali relative al contenuto delle prove, quanto meno mediante taluni elementi che concorrano ad integrare e chiarire la valenza del punteggio, esternando le ragioni dell'apprezzamento sinteticamente espresso con l'indicazione numerica. Ciò appare consono non solo al sacrosanto principio di trasparenza cui l'intera attività amministrativa deve conformarsi, ma allo stesso disposto dell'art. 3, comma 1, della L. n. 241/1990, secondo cui ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato”.

 

(10) Sul punto si veda per tutte la recente sentenza del T.A.R. Veneto, sez. I, 4 agosto 2006 n. 2307, che non ha mai mutato orientamento sulla questione (T.A.R. Veneto n. 1439/2001; n. 137/2002; n. 3450/2003).

 

(11) Così Tar Toscana, sez. II, 4 novembre 2005 n. 5557, il quale ha dichiarato illegittimo il provvedimento di esclusione di un candidato da un concorso pubblico (nella specie, per educatore di asilo nido), adottato perché il candidato medesimo è stato ritenuto “non idoneo” in relazione alla prova scritta effettuata, non essendo tale giudizio di “non inidoneità” accompagnato da ulteriori elementi sulla scorta dei quali sia consentito ricostruire ab externo la motivazione del giudizio valutativo.

 

(12) In tale ottica, pertanto, secondo T.A.R. Veneto, I sez., 1 ottobre 2002 n. 5927, 1 agosto 2002 n. 3831 e 21 gennaio 2002 n. 137 “non può ritenersi che la sottolineatura dei brani censurati o l’indicazione succinta dei momenti della prova contenenti errori o insufficienze sia, nonostante l’elevato numero dei candidati, un comportamento inesigibile dai componenti delle commissioni giudicatrici”.

(13) Secondo Tar Veneto, sez. I, 4 agosto 2006, n. 2307, l’insieme dei principi sanciti da tali norme garantisce al candidato valutato negativamente, di avere cognizione degli errori che ha commesso, ovverosia, se non altro, di avere consapevolezza delle ragioni alla cui stregua il suo elaborato non è stato giudicato almeno sufficiente.

 

(14) Così P. VIRGA, “Motivazione del voto negativo delle prove di esame” in www.lexitalia.it.

 

(15) Nello specifico, il Consiglio di Stato, in fattispecie di nomina di ministri plenipotenziari di seconda classe, ha rilevato che “la motivazione deve dar conto dei passaggi essenziali del ragionamento dell’autorità che provvede” (Cons. Stato, IV sez., 6 aprile 1993 n. 394, punto 7 della motivazione, in Cons. Stato 1993, I, 495) ed in fattispecie di scrutini per merito comparativo, ha ripetutamente affermato che è illegittimo lo scrutinio quando l’Amministrazione abbia seguito un metodo che si sostanzia in una serie di passaggi astratti disancorati da qualsiasi riferimento alle ragioni che concretamente dovrebbero giustificare sia l’aggettivazione utilizzata che il punteggio che tale aggettivazione ha determinato (così Cons. Stato, IV sez., 28 dicembre 1993 n. 1148 e 16 maggio 1994 n. 408, in Cons. Stato 1993, I, 1597 e 1994, I, 746).

(16) Così Tar Sicilia, Catania, Sez. IV, 28 ottobre 2006, n. 2043 e 14 settembre 2006, n. 1446. Sulla questione, il Collegio siciliano, modificando il proprio precedente orientamento con pronunce decisamente innovative e argomentazioni del tutto condivisibili, ha posto l’accento sulla natura giuridica composita della valutazione di prova concorsuale. Da un lato, infatti, essa  “costituisce l’espressione di un giudizio tecnico – discrezionale, che si esaurisce nell’ambito del procedimento concorsuale, allorché tale giudizio è positivo, di modo che essa può essere resa con un semplice voto numerico”. Dall’altro, invece, “rappresenta al tempo stesso, oltre che un giudizio, un provvedimento amministrativo che conclude il procedimento concorsuale, tutte le volte in cui alle prove di un candidato venga attribuito un punteggio insufficiente, donde la necessità, in tale ipotesi, che all’assegnazione del voto faccia seguito l’espressione di un giudizio di non idoneità, con il quale vengano esplicitate le ragioni della valutazione negativa, conformemente al disposto di cui all’art. 3 della L. n. 241/1990, ove questo venga interpretato - conformemente all’orientamento prevalente - nel senso che la motivazione è necessaria solo per gli atti aventi contenuto provvedimentale”. Pertanto, diversamente da quanto avviene nell’ipotesi di valutazione positiva di una prova scritta, nel caso di giudizio negativo, la Commissione è tenuta ad una disamina maggiormente approfondita degli elaborati, onde giustificare, adeguatamente e compiutamente, il proprio operato; il che, potendo tale operato, essere sottoposto al sindacato giurisdizionale, rende ancora più puntuale l’osservanza del principio di buon andamento ex art. 97 Cost.

 

(17) Si riporta di seguito la massima della citata decisione: “In base al principio di trasparenza, cui l’intera attività amministrativa deve conformarsi, deve ritenersi che, nel caso in cui in una procedura concorsuale non siano stati predeterminati rigidamente i criteri di valutazione delle prove, deve essere imposto alle commissioni esaminatrici, a pena di illegittimità, di rendere percepibile l’iter logico seguito nell’attribuzione del punteggio, se non attraverso diffuse esternazioni relative al contenuto delle prove, quanto meno mediante taluni elementi che concorrano ad integrare e chiarire la valenza del punteggio, esternando le ragioni dell’apprezzamento sinteticamente espresso con l’indicazione numerica.

Invero, l’obbligo imposto alla commissione di concorso di stabilire i criteri di valutazione delle prove, così autolimitando il proprio potere di apprezzamento delle prove medesime, non avrebbe ragion d’essere se non fosse parimenti e conseguentemente imposto di motivare, sia pure in modo sintetico, le modalità di concreta applicazione dei criteri stessi” (Consiglio di Stato, sez. VI, 30 aprile 2003, n. 2331). Nel caso di specie il Collegio, nel respingere l’appello, ha sostanzialmente seguìto e confermato l’orientamento del primo Giudice, secondo cui un’apposita motivazione, che renda contezza dell’iter valutativo negativo delle prove di concorso, è necessaria, essendo insufficiente, al riguardo, la mera valutazione espressa in termini numerici; e ciò, in particolare, quando i criteri di valutazione delle prove, predeterminati dalla commissione giudicatrice coincidano con espressioni affette da genericità.

(18)Ed invero, la mera sottolineatura dei brani censurati o l’indicazione succinta delle parti della prova contenenti lacune, inesattezze o errori non pare rappresentare, infatti, anche nelle procedure caratterizzate dall’elevato numero dei candidati, un comportamento inesigibile dai componenti delle commissioni giudicatrici” (Così Consiglio di Stato, sez. VI, 30 aprile 2003, n. 2331, cit.).

 

(19) Secondo Consiglio di Stato, sez. VI, 13 febbraio 2004 n. 558, “è comunque illegittimo il giudizio espresso da una Commissione di concorso, la quale, pur avendo prefissato criteri generali e di indirizzo logico-sistematico dell’attività di correzione, ha, poi, espresso la propria valutazione con una motivazione soltanto apparente, non fornendo le coordinate necessarie a correlare, in concreto, il giudizio espresso con il contenuto dell’elaborato del singolo concorrente. Invero, l’onere di motivazione può ritenersi assolto solo allorché, indipendentemente dalla estensione della formula adoperata (che può essere anche estremamente sintetica), la stessa consenta, sia pure in via sommaria, di risalire agli aspetti salienti della prova che hanno determinato il giudizio espresso”. In senso analogo si veda Consiglio di Stato, sez. V, 16 dicembre 2004, n. 8095.

Anche con riguardo alle procedure di gara, i Giudici di secondo grado hanno ribadito che il solo punteggio numerico può essere ritenuto una sufficiente motivazione in relazione agli elementi di valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa quando i criteri prefissati di valutazione siano estremamente dettagliati (Così Consiglio di Stato, sez. VI, 10 gennaio 2003, n. 67; sez. V, 6 ottobre 2003, n. 5899).

 

(20) In tal senso, Consiglio di Stato, V sez., 16 dicembre 2004 n. 8095, cit.

 

(21) Il Consiglio di Stato Sez. IV, con identiche sentenze del 19 febbraio 2008, n. 536 e 541, ha ribadito che “in merito alle valutazioni delle prove di concorso degli esami di avvocato, la motivazione numerica, pur se sintetica, è comunque significativa ed idonea a rendere palese la valutazione compiuta dalla commissione, con la conseguenza che non occorre di norma integrare il punteggio numerico con un'apposita, ulteriore, motivazione, un obbligo di motivazione integrativa ponendosi solo in casi del tutto eccezionali (ad es., in caso di rilevante contrasto fra i componenti della commissione circa il punteggio da attribuirsi, al fine di escludere ogni eventuale contraddittorietà intrinseca del giudizio complessivo.”. Nello stesso senso sez. IV, 19 febbraio 2007, nn. 852, 853, 855, 856; 5 dicembre 2006, nn. 7123 e 7146; sez.
IV, 10 novembre 2006, nn. 6642 e 6659.

 

(22) Cfr. di recente Tar Campania, sez. V, 2 settembre 2008, n. 9992 e Tar Campania, Salerno, sez. I, 7 marzo 2006 n. 231;

(23) Tar Puglia, Lecce, sez. I, varie ordinanze del 22 settembre 2004.

 

(24) Tar Emilia Romagna, Bologna, II sez., ordinanza del 4 gennaio 2005, n. 1.

(25) Va osservato che il precetto indicato dalla Corte Costituzionale, secondo cui le evoluzioni del panorama giurisprudenziale consentono al giudice di adottare una delle (plurime) interpretazioni che ritenga conforme ai parametri costituzionali, è stato recepito dallo stesso Tar Puglia, Lecce, il quale nella sentenza 21 dicembre 2006, n. 6055, ha confermato il proprio precedente orientamento secondo il quale non può reputarsi legittimo un giudizio reso in forma numerica.

 

 

 


Avv. Marta Del Giudice ^ Vai all' inizio


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