I delitti di aggressione unilaterale: la rapina
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Articolo del 23/09/2007 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Si punisce, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 628 c.p., la condotta di “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene” (c.d. rapina propria). Questa prima condotta integra il reato di rapina propriachericorre allorquando lavis (la violenza) o la minaccia servono come mezzo per neutralizzare ostacoli di persona che si interpongono tra l’agente e la cosa da sottrarre. Inoltre, più in dettaglio nell’analisi della fattispecie incriminatrice, la cd. minaccia di cui all’art. 628 c.p. si configura come la prospettazione di un male, idonea ad indurre la persona offesa a determinarsi in modo diverso da quello che avrebbe liberamente scelto.

Di conseguenza, in questa situazione, il soggetto attivo del reato si trova di fronte all’alternativa tra ricorrere alla violenza o alla minaccia oppure rinunciare alla sottrazione della cosa.

L’articolo 628 c.p. stabilisce, inoltre, che “alla stessa pena soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l’impunità” (c.d. rapina impropria).

Questo caso ricorre quando la vis (la violenza) o la minaccia servono come mezzo per neutralizzare ostacoli di persona insorti subito dopo la sottrazione, clandestinamente o comunque pacificamente realizzata. Pertanto, il soggetto attivo del reato si pone l’alternativa tra ricorrere alla violenza o minaccia oppure di rinunciare al mantenimento di un possesso non ancora consolidato o all’impunità. Più precisamente, la rapina impropria sussiste anche nell’ipotesi in cui l’agente ha già attuato la sottrazione, privando così la vittima della disponibilità materiale della cosa, ma senza averne ancora realizzato l’impossessamento. In estrema sintesi, la rapina impropria sussiste nell’ipotesi in cui l’agente, effettuata la sottrazione, abbia già operato, ma non ancora consolidato, l’impossessamento.

Il trattamento sanzionatorio per la rapina semplice è quello della reclusione da 3 a 10 anni e della multa da euro 516 a euro 2.065.

Invece, se ricorre almeno una delle circostanze di cui al 3° comma dell’articolo 628 c.p. (cd. rapina aggravata), il trattamento sanzionatorio previsto dal legislatore è molto più rigido e severo, poiché è prevista la pena della reclusione da 4 anni e 6 mesi e della multa da euro 1.032 ad euro 3.098.

Le circostanze speciali in esame, anche se previste in numeri diversi, non concorrono tra loro quoad poenam, in quanto operano unitariamente l’effetto sui limiti edittali.

Con riferimento all’elemento psicologico del reato, c’è da affermare che si tratta di un reato a duplice dolo specifico, poiché richiede, almeno implicitamente, il dolo specifico del furto e l’ulteriore dolo specifico della coscienza e volontà di usare la violenza o minaccia per assicurare a sé o ad altri il possesso o di procurare a sé o ad altri l’impunità.

La perfezione della fattispecie incriminatrice in esame si ha nel luogo e nel preciso momento in cui viene posta in essere la minaccia1 o la violenza2. Tuttavia, nella rapina impropria è necessario che, dopo la sottrazione, il soggetto agente usi la violenza o la minaccia per realizzare l’impossessamento3, poiché resta indifferente per la perfezione del reato che tale scopo sia raggiunto.

Il delitto di rapina ha natura di reato plurioffensivo perché lede non solo il patrimonio, ma anche la libertà fisica e morale della vittima ovvero la sua capacità di autodeterminazione nei confronti della realtà esterna che lo circonda.

Si tratta di un reato comune, perché il soggetto attivo del reato può essere chiunque e di danno in ragione del fatto che richiede l’offesa in senso naturalistico al bene giuridico protetto. Inoltre, la rapina è anche un reato di mera condotta in quanto si perfeziona con la semplice esecuzione dell’azione illecita; a forma vincolata, giacché la condotta è prestabilita dal legislatore.

La rapina propria ed la rapina impropria sono aggravate se:

la violenza o minaccia è commessa con armi4 o da persona travisata5, o da più persone6 riunite;

●la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere o di agire7;

●la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte dell’associazione8 di cui all’articolo 416bis9;

●l’agente si impossessa di armi, munizioni o esplosivi, commettendo il fatto in armerie, ovvero in depositi o in altri locali adibiti alla custodia di essi;

●se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione durante il periodo previsto di applicazione e sino a 3 anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione (D.l. n. 152/1991, convertito in L. n. 20371991).

Inoltre, ritengo applicabile e quindi configurabile all’interno del delitto de quo anche la circostanza attenuante del danno di speciale tenuità (art. 62 n. 4, c.p.). Pertanto, affermo che la circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 4, c.p. possa essere applicabile per la rapina solo se l’oggetto della stessa abbia un valore economico di trascurabile entità, che va enucleato dalla qualità dell’oggetto stesso.

La rapina è un reato complesso (ex art. 84 c.p.) che è costituito dal delitto di furto (art. 624 c.p.) e da quello di violenza privata (art. 610 c.p.) ovvero della minaccia, connotato dal dolo specifico del fine di profitto ingiusto. Di conseguenza, i due delitti che ne integrano la fattispecie sono legati da un nesso10 teleologico. Pertanto, iltentativo11 è sicuramente ammissibile12 nel delitto di rapina sia propria che impropria13. In sintesi, per la configurabilità del delitto di tentata rapina, è sufficiente che l’attività del soggetto agente sia potenzialmente idonea a produrre l’impossessamento della cosa mobile altrui, mediante violenza o minaccia e che la direzione univoca degli atti, desumibile da qualsiasi elemento di prova, renda manifesta la volontà di conseguire l’intento criminoso. Inoltre, sussiste il tentativo di rapina impropria allorquando il soggetto attivo del reato, dopo aver compiuto atti idonei diretti all’impossessamento della cosa altrui che si sono arrestati in itinere per cause indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia per assicurarsi l’impunità.

In riferimento ai rapporti con altri reati14, il delitto di rapina si differenzia da quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni per l’elemento intenzionale. Infatti, nella rapina l’agente mira a conseguire un ingiusto profitto, con la coscienza che quanto pretende non gli è dovuto, mentre nell’esercizio arbitrario egli agisce nella ragionevole opinione di esercitare un diritto con la coscienza che la pretesa sia ragionevolmente fondata.

Ancora in riferimento ai rapporti con altri reati c’è da affermare che il delitto di rapina, a mio parere, assorbe in sé soltanto quel minimo di violenza che si concreta nelle percosse. Di conseguenza, quando la vis compulsiva impiegata dal soggetto agente supera questo limite, il rapinatore è chiamato a rispondere anche dell’autonomo reato di lesioni personali (art. 582 c.p.) aggravato dalla connessione teleologica con quello di rapina.

Inoltre, a mio parere, in tema di concorso di reati, il delitto di rapina (art. 628 c.p) può concorrere con il delitto di sequestro di persona (art. 605 c.p.) , allorché gli esecutori del primo delitto, all’unico fine di potersi allontanare più agevolmente dal luogo del delitto, privano taluno della libertà di locomozione. (in tal senso si veda, Cassazione Penale, Sezione I, sentenza del 10 maggio 2001).

Infine, per concludere sull’argomento, è stato, di recente, ritenuto ammissibile dalla Suprema Corte il concorso fra il reato di rapina aggravata dalla partecipazione ad una associazione mafiosa (art. 628, comma 3, n. 3, c.p.), e il delitto di associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.). Tutto ciò in quanto il comma 3 n. 2, dell’art. 628 c.p. individua una circostanza di posizione, in relazione alla quale rileva l’appartenenza all’associazione come fatto storico e non l’agire incriminato dall’art. 416-bis c.p. Di conseguenza, il reato previsto dal citato art. 628, comma 3, n. 3, c.p. non può costituire un reato complesso ai sensi e per gli effetti dell’art. 84 c.p. (Cassazione Penale, Sezione II, sentenza 13 giugno 2006, n. 20228, udienza 23 maggio 2006).

Per completezza espositiva, restano da analizzare gli aspetti procedurali del reato de quo. L’autorità giudiziaria competente è il Tribunale monocratico (art. 33-ter c.p.p.) nel primo e secondo comma (rapina semplice) mentre, invece, è il Tribunale in composizione collegiale (art. 33-bis c.p.p.) nel terzo comma (rapina aggravata). Si tratta di un reato procedibile d’ufficio (art. 50 c.p.p.). Inoltre, l’arresto è obbligatorio in flagranza (art. 381 c.p.p.) ed il fermo di indiziato di delitto è anche consentito (art. 384 c.p.p.); le misure cautelari personali interdittive (art. 287 c.p.p.) e coercitive (art. 280 c.p.p.) possono essere consentite e, quindi, applicabili.

Avv. Alessandro Amaolo
www.avvocatoamaolo.com

Note:

1 Il cliente di una prostituta che, a fronte della prestazione mercenaria effettuata, ottenga la restituzione della somma di denaro versata per essa, con violenza o minaccia, commette il delitto di rapina in quanto, trattandosi di negozio nullo per illiceità della causa, il pagamento effettuato non è ripetibile e il profitto conseguito dall’agente con la sua azione è, quindi, ingiusto, così come ingiusto è il danno per la vittima. Cassazione Penale,SezioneII,sentenza 22 gennaio 1987, n. 764

2 Per la configurabilità del reato di rapina (art. 628 c.p.), ad integrare l’elemento della minaccia è sufficiente qualsiasi comportamento o atteggiamento verso il soggetto passivo idoneo ad incutere timore e a suscitare la preoccupazione di un danno ingiusto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto correttamente configurato il reato di rapina in un caso in cui gli agenti, allo scopo di impossessarsi del danaro custodito in un ufficio postale, vi si erano introdotti sfondando un lucernaio e calandosi quindi con irruenza all’interno, sì da indurre alla fuga, con tale condotta spavalda e dal preciso significato intimidatorio, gl’impiegati presenti). Cassazione Penale, sezione VII, sentenza 24 ottobre 2006, n. 35619

3L’impossessamento, quale momento consumativo del delitto di rapina, non esige affatto il requisito della definitività della sottrazione, ma si realizza appena l’agente abbia conseguito la disponibilità materiale della cosa sottratta, sia pure per breve intervallo di tempo e nello stesso luogo, senza possibilità per la vittima di recuperarne il possesso con il normale esercizio del potere di vigilanza e custodia, bensìsoltantotramiteun’azione violenta personale o da parte di terzi. (Cassazione Penale, sentenza del 9 agosto 1990)

4 Perché possa integrarsi il delitto di rapina aggravata dall’aver commesso violenza o minaccia con l’uso delle armi, è sufficiente che l’agente sia riuscito a creare una situazione per cui i rapinati si convincano di trovarsi di fronte un soggetto armato, anche se in effetti non lo sia. (Fattispecie in cui l’imputato, tenendo una mano in tasca, ma senza mai mostrare alcun tipo di arma, abbia minacciato una personal fine di farsi consegnare i portafogli. Tribunale Penale di Napoli, sezione III, sentenza 28 giugno 2005, n. 5918

5 Il travisamento, previsto dall’art. 628, ultimo comma, n. 1, c.p., deve consistere in una qualunque alterazione o celamento dell’aspetto fisico, tale da rendere difficoltoso il riconoscimento dell’agente, senza che il suo successivo riconoscimento faccia venir meno l’applicabilità dell’aggravante. (Cassazione Penale, Sezione II, sentenza 22 gennaio 1987, n. 835)

6 L’aggravante della violenza compiuta da più persone riunite è configurabile nel caso di rapina impropria quando ricorra lasimultaneapresenza dialmeno due compartecipi e la violenza e minaccia sia posta in essere anche soltanto da uno di essi. Tribunale Penale di Roma, sezione VI, sentenza 1 febbraio 2005, n. 940

7 Sussiste il delitto di rapina aggravata, di cui all’art. 628, terzo comma, n. 2, c.p., qualora la violenza, che caratterizza tale reato e lo differenzia da quello di furto, consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere o di agire, che può essere procurata anche mediante l’uso di sostanze stupefacenti o con qualsiasi altro mezzo. (Cassazione Penale, Sezione II, sentenza 20 gennaio 1987, n. 652)

8 In tema di delitto di rapina, per la circostanza aggravante prevista dall’art. 628, comma terzo, n. 3) c.p., per essere la violenza o minaccia posta in essere da persona che fa parte dell’associazione di tipo mafioso, può concorrere con la circostanza aggravante prevista dall’art. 7 D.L. n. 152 del 1991, che si riferisce ad ogni delitto punibile con pena diversa dall’ergastolo commesso avvalendosi del c.d. metodo mafioso ovvero al fine di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso. (Cassazione Penale, sezione II, sentenza 13 giugno 2006, n. 20228).

9 Introdotta dall’art. 9 L. n. 646/1982, la presente aggravante si inserisce nell’ambito degli interventi legislativi (non solo penalistici) diretti a contrastare la criminalità mafiosa.

10 In ordine alla configurazione del reato di rapina (art. 628 c.p.), la violenza – come la minaccia – ne sono elementi costitutivi, e rimangono perciò in essa assorbiti in forza del principio di specialità, soltanto quando tra essi intercede un nesso causale, con carattere di immediatezza, per cui l’impossessamento derivi direttamente dalla violenza stessa. (Cassazione Penale, Sezione I, sentenza 12 settembre 1995)

11 La configurabilità del tentativo di rapina non può essere esclusa per la presenza presso la banca ai cui danni la condotta era diretta, di un dispositivo antirapina; quest’ultimo infatti nonrende“impossibile”l’azione criminosa sia perché non intrinsecamente riferibile ai mezzi ed all’azione del colpevole, sia per la possibilità di suo non funzionamento e/o di funzionamento difettoso. (Cassazione Penale, Sezione VI, sentenza 7 marzo 1995)

12Può integrare il tentativo di rapina anche il mero possesso di armi, pur se di fatto non utilizzate, in quanto l’univocità della condotta va apprezzata, senza tenere conto della distinzione tra atti preparatori ed atti esecutivi, nelle sue caratteristiche oggettive, così da verificare se sia tale da rivelare le finalità attraverso l’apprezzamento, secondo le regole di comune esperienza, della natura e dell’essenza degli atti compiuti e del contesto in cui si inseriscono. (Fattispecie in cui si è ritenuto che il mero possesso di armi, di fatto non utilizzate, costituiva atto univoco di tentativo di rapina aggravata, tenuto conto del contesto dell’azione, ed in particolare del buono stato delle armi, peraltro entrambe dotate di proiettili, e del fatto che una di esse era già predisposta all’immediato uso mediante l’inserimento di un colpo in canna). Cassazione penale, sezione II, sentenza 9 giugno 2005, n. 21955

13 È configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso di violenza o minaccia che non faccia seguito al conseguito impossessamento della res, atteso che nella fattispecie complessa della rapina impropria la violenza o minaccia può essere alternativamente finalizzata o all’assicurazione del profitto o al conseguimento dell’impunità per quanto già commesso, di tal che, una volta ammesso il tentativo con riguardo alla fase dell’impossessamento, ne deriva che la successiva condotta violenta o minacciosa resta strumentale all’azione sottrattivi ed in essa assorbita, sì da dar luogo appunto alla suddetta figura del tentativo di rapina impropria.In tema di rapina impropria, integrala fattispecie tentata la condotta di colui che, immediatamente dopo l’azione volta alla sottrazione del bene, di cui non riesce ad entrare in possesso per fatti indipendenti dalla sua volontà, esercita violenza o minaccia al fine di procurarsi l’impunità. (Fattispecie in cui gli imputati, immediatamente dopo aver tentato di appropriarsi del denaro collocato in uno sportello di cassa continua di una banca, senza riuscirvi per l’intervento delle Forze dell’ordine, si erano dati a precipitosa fuga a bordo di un’autovettura, costringendo un ufficiale dei carabinieri intervenuto a gettarsi a terra per evitare l’impatto). (Cassazione Penale, sezione II, 5 dicembre 2006, n. 40156)

14 Risponde a titolo di rapina, colui che, volendo compiere un furto con strappo, eserciti violenza direttamente sulla persona della vittima. (Nel caso di specie, in cui il giudice ha escluso la sussistenza delle condizioni per un’ipotesi di derubricazione, l’imputato non si era limitato a strappare l’orologio con forza dal braccio della vittima, ma, per impossessarsene, gli aveva bloccato il braccio, esercitando in tal modo una diretta violenza sulla persona oggetto di aggressione). Corte d’Appello penale di Napoli, sezione VII, sentenza 21 luglio 2005, n. 7117.


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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