Divulgare notizie offensive sul datore di lavoro: giusta causa di licenziamento
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Articolo del 20/09/2007 Autore Dott.ssa Federica Malagesi Altri articoli dell'autore


E' legittimo il licenziamento del dipendente che abbia ripetutamente screditato l'azienda, proferendo espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale.

E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, che consentenza n. 19232 del 14 settembre 2007 ha confermato l’orientamento, già consolidato in materia (plurimis Cass. 23 marzo 2996, n. 6454), in forza del quale in tema di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, allorquando siano contestati al dipendente diversi episodi, il giudice di merito deve valutarli globalmente, al fine di verificare se la loro rilevanza complessiva sia tale da minare la fiducia che il datore di lavoro deve poter riporre nel dipendente. “La stessa molteplicità degli episodi”, infatti, precisa la Corte, “oltre ad esprimere un'intensità complessiva maggiore dei singoli fatti (e della loro somma aritmetica), delinea una persistenza che è di per sé ulteriore negazione degli obblighi del dipendente, ed una potenzialità negativa sul futuro adempimento di tali obblighi; poiché il singolo comportamento può assumere valore di giusta causa indipendentemente dalla specifica previsione contrattuale, la molteplicità (quale moltiplicazione di singoli fatti pur di per sé soli insufficienti) deve essere valutata anche da questa angolazione (ciò, indipendentemente dal formale rilievo della recidiva)”.

La vicenda, con riferimento alla quale la S.C. ha enunciato detto principio di diritto, è quella di Elena R., licenziata dalla M. Holding S.p.A., struttura sanitaria presso la quale svolgeva l’attività di infermiera “per aver ripetutamente proferito espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale”.

Orbene, nonostante la condotta tenuta della lavoratrice potesse ritenersi tale dairrimediabilmente la fiducia posta a fondamento del rapporto di lavoro, il Tribunale di di Monza, accogliendo la domanda proposta da Elena R., dichiarò l'illegittimità del licenziamento intimato dalla M. Holding S.p.a. l'8 aprile 2002 e condannò la Società alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno. La pronuncia venne solo in parte riformata dalla Corte d'Appello di Milano che limitò il risarcimento del danno al pagamento dell'indennità pari alle retribuzioni dal licenziamento al 30 settembre 2002.

Né il giudice di primo grado né la Corte territoriale, dunque, hanno tenuto conto del fatto che la condotta fortemente lesiva nei confronti dell’azienda venne reiterata dalla lavoratrice anche dopo la sospensione cautelare comminata dalla Società e durante la quale ella aveva più volte tentato contatti con il personale al fine di propagare le proprie illazioni.

Tutto ciò è stato, per l’appunto, oggetto di censura da parte del Supremo Collegio.

Come sopraesposto, infatti, secondo la Corte, qualora nel corso del rapporto il datore di lavoro si trovi a dover contestare al prestatore diversi episodi, questi non possono che essere valutati globalmente. Ed anzi, proprio la loro molteplicità è da considerarsi come prova di un potenziale futuro inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore.

A ciò si aggiunga che la valutazione circa la legittimità o meno del licenziamento per giusta causa va eseguita da giudice alla stregua di numerosi elementi, quali:

Detti elementi rappresentano i criteri necessari cui fare riferimento per stabilire se ed in che “misura” l’ inadempimento contrattuale del lavoratore abbia leso la fiducia del datore di lavoro, minando irrimediabilmente la futura correttezza dell'adempimento.


Dott.ssa Federica Malagesi
consulente legale

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